“Pozioni magiche” e gioielli etruschi

Ho conosciuto Andrea Cagnetti, in arte Akelo, quasi per caso, durante un pranzo a metà tra il dovere ed il piacere, dopo un antipasto di pesce, mentre entrambi eravamo alle prese con un gustosissimo piatto di gnocchi fatti a mano.
Orafo, scultore, artista, archeologo, rigorosamente autodidatta (la curiosità è la migliore delle scuole possibili), con una passione per gli etruschi e le loro misteriose tecniche di produzione di manufatti. Andrea è convinto – e in questo trova in me una sostenitrice – che sia necessario riscoprire tecniche ed intuizioni dei popoli del passato, cercando di partire da lì per spingerci nel futuro, per guardare al cielo e oltre, e soprattutto per toglierci dagli occhi le proverbiali “fette di prosciutto” (tra una forchettata e l’altra pure le metafore erano mangerecce) che in questo periodo storico sembrano caratteristica comune delle masse e di chi le guida.
Oggi, i lavori di Andrea Cagnetti sono stati esposti in diverse mostre di carattere nazionale e internazionale e hanno avuto ampia risonanza nei media di tutto il mondo. Ha avuto molte recensioni e apparizioni televisive a lui dedicate, che sottolineano non solo il talento e l’originalità stilistica dell’artista, ma anche il valore delle sue ricerche. Negli ultimi anni, alcune opere sono state acquisite da importanti musei e collezioni private.

Ciao Andrea, orafo, scultore, artista, archeologo… riesci a ritrovarti in una di queste definizioni?

Ciao Ethel, non ho un termine preciso con cui definirmi ho dedicato la mia vita ad una vocazione artistica, senza protagonismi, mondanità e viaggi. In un’epoca come l’attuale, in cui tutto si consuma (o si distrugge) con vorace rapidità, preferisco coltivare i miei interessi come in un ritiro monastico nel silenzio dello studio di testi antichi, quasi completamente dimenticati. Mi piace immergermi e dedicarmi, con dedizione, a quei minuziosi e infiniti gesti che mi servono per realizzare le mie opere, adopero tecniche antiche, al mondo sono il solo che le utilizza. Ogni tecnologia è bandita e, come un vero uomo del Rinascimento (come mi sento), preferisco isolarmi e lavorare nella mia “bottega” sulle mie creazioni.

Durante la tua infanzia hai sempre avuto questo genere di curiosità? Qualcuno ti ha portato ad esplorare le antiche civiltà oppure è stato un caso?

Sono nato nel 1967 a Corchiano (Viterbo), una quarantina di chilometri a nord di Roma. Ho trascorso l’infanzia e adolescenza negli stessi luoghi dell’antica città di Fescennia, e questo, fin da bambino, ha colpito la mia immaginazione. Il mio passatempo preferito, verso i 6-7 anni, era aggirarmi tra le tombe etrusche e tra le pietre seccate dal sole… desideravo scoprire un incredibile tesoro.
Da ragazzo mi sono diplomato al Liceo Scientifico e poi trasferito a Roma dove ho lavorato come grafico, ma la curiosità mi ha spinto a continuare a studiare fonti letterarie greche e latine tradizionali. Un libro su tutti mi ha colpito: Secret Book of Artephius, vissuto, secondo la leggenda, più di 300 anni. La scoperta del sapere alchemico è stata come una folgorazione che mi ha permesso di estendere e approfondire i miei studi dando uno spessore spirituale alla mia ricerca artistica. Al centro del volume, viene descritto il processo di purificazione dell’alchimista: condurre l’uomo verso un’evoluzione spirituale, espressa metaforicamente dalla trasmutazione del piombo in oro. Il vero artista deve puntare ad arricchire spiritualmente se stesso e, di conseguenza, il genere umano grazie al suo lavoro (tra l’altro, pare che Artephius fosse anche patrono dei Rosa-Croce, forse la confraternita più misteriosa della storia occidentale).
Un’altro test alchemico mi ha influenzato è stato il seicentesco Silent Book of Alchemy (Mutus Liber), in modo particolare il suo enigmatico invito: “pray, read, read, read, reread, work, and you will find”, che sono diventati delle linee guida per continuare a studiare trattati di metallurgia e oreficeria, antichi e contemporanei.

Gli etruschi e le loro tecniche di lavorazione dei metalli preziosi; come le hai scoperte, sviluppate e soprattutto in cosa consistono?

Ho deciso di lasciare la vita frenetica di Roma per tornare nel mio paese natale e dedicarmi completamente all’arte, vivendo in modo quasi monastico.
Ho cominciato a sperimentare, con lo scopo di trovare il riscontro concreto delle ipotesi fino ad allora formulate a proposito delle antiche tecniche di lavorazione dell’oro. Dopo molti tentativi condotti sulla base degli studi più eruditi, ho provato a tracciare nuovi sentieri di ricerca, adottando un approccio tecnico-teorico del tutto personale. Le mie intuizioni mi hanno portato a mettere a punto scoperte tecniche innovative, e di successo, che mi hanno spinto a moltiplicare gli esperimenti. I frutti della mia, costante, ricerca scientifica e sperimentale sono apparsi sul prestigioso International Journal of Materials Research… una bella soddisfazione!

Si è molto detto e molto scritto sulla tua presunta scoperta della “pozione magica” degli etruschi, grazie alla quale gli antichi riuscivano a realizzare gioielli così straordinari. In cosa consiste questa scoperta?

I più accreditati studi moderni in materia suggeriscono l’uso di sali di rame mescolati con una colla organica, per realizzare le antiche tecniche, ma non sono sufficienti. Seguendo gli indizi dei classici, ho scoperto il segreto di una sorta di “pozione” composta da vari ingredienti, grazie alla quale posso saldare grani, fili e lamine in un numero infinito di modi, decorando i suoi oggetti con un’ampia varietà. È questa la scoperta che mi ha distinto da tutti gli altri orafi contemporanei che lavorano con le tecniche sopra citate.
Posso applicare microsfere (inferiori a 0,07 mm di diametro) e fili sottilissimi (pari a 0,1/0,2 mm di diametro), che sembrano galleggiare sulla superficie dell’oro senza segni visibili di saldatura, le giunzioni sono impercettibili e non altero la rotondità delle forme. Le mie opere sono contrasti tra filigrana (saldatura sul fondo di fili d’oro, applicati singolarmente o intrecciati tra loro, per creare i più diversi motivi ornamentali) e granulazione (tecnica che consiste nella saldatura di piccole sfere auree), ovviamente uso una tecnica segreta che mi permette di non alterare la forma e di evitare che la lamina d’oro si “impasti”.
Anche le catene che realizzo, richiedono una quantità infinita di anelli di filo (attaccati uno per uno) e di saldature. Faccio, soprattutto, catene di tipo “loop to loop”, comparse per la prima volta in Mesopotamia intorno al 3000 a.C., rappresentano la varietà più diffusa nel mondo antico fino alla fine del Medioevo.
Ci vuole molto lavoro, pazienza e tantissima precisione.

In tutti i tuoi gioielli emerge chiara l’ispirazione alchemica. Come mai?

Sono sempre stato fedele solo ed esclusivamente al mio mondo interiore, rifiutando di aderire a effimere mode del momento e soprattutto a compromessi di comodo per seguire il “mercato”. La mia unica, vera esigenza è quella di esprimere nel mio lavoro, il mio background, me stesso e le mie esigenze etiche ed estetiche… in poche parole la mia anima. È grazie agli ampi e approfonditi studi sui testi di alchimia, che ho tratto la convinzione dello stretto rapporto tra quest’ultima e l’arte. Infatti, come il vero obiettivo dei veri alchimisti,
era di condurre l’uomo verso un’evoluzione spirituale (la trasmutazione del piombo in oro era solo una metafora per esprimere questa verità), il vero artista dovrebbe puntare ad arricchire spiritualmente se stesso e, di conseguenza, il genere umano grazie al suo lavoro.
Ecco perché ogni creativo (nel senso più ampio del termine) è, al tempo stesso, un alchimista, anche se spesso ignora di esserlo. Ovvero arte e alchimia condividono la stessa finalità: trasformare la realtà nella sua espressione più alta. Ma per capire se un’opera si richiama alla poetica alchemica, non basta che susciti la trasmutazione della realtà. Deve, piuttosto, stimolare la simultanea trasformazione dell’autore, che deve raggiungere una visione dell’universo e dell’esistenza in armonia con i postulati fondamentali del pensiero alchemico. Solo attraverso un complesso processo iniziatico, costellato anche da sofferenza, l’artista può avvicinarsi all’assoluto.
Questo, in sintesi, anche il mio cammino. Dallo studio del sapere alchemico sono arrivato all’interiorizzazione delle sue verità più profonde fino a trasporle nella mia vita e nella mia arte. È così che ho elaborato un mio personale linguaggio, che attinge da miti e leggende ancestrali, “filtrandoli” attraverso l’altissima forma di conoscenza alchemica, ricca di significati reconditi e di valenze occulte.

Gioielli e sculture: c’è un sottile legame tra i due, apparentemente così lontani della tua produzione?

Gioielli tecnicamente ineccepibili realizzati con metodiche risalenti a oltre 3.000 anni fa e sculture in metallo, scabre e volutamente incompiute di estrema avanguardia. Due poli all’apparenza tanto lontani da apparire inconciliabili, ma in realtà uniti dallo stesso, sottile “fil rouge”: una sorta di processo a ritroso dell’alchimista che, dopo aver lavorato il materiale più sublime, intende riscoprirne le umili origini di materia plasmabile. Con la profonda convinzione che tutte le minuscole particelle che compongono la materia del cosmo, siano sospese nel vuoto, in attesa di essere plasmate in entità superiori che assumono forme e collocazioni differenti, ma sempre animate dal sottile soffio della creazione e della vita.

Grazie Andrea per la disponibilità e complimenti per i tuoi lavori.

Grazie a te.

co-fondatrice e caporedattrice

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