Project Womb e l’estetica della morte

Dunque non è solo mia nonna ad esser fuori di testa. Lei vorrebbe una bara con coperchio di vetro perché soffre di claustrofobia. Ce lo ripete da anni. Noi l’accontentiamo con vaghi cenni di assenso, ché tanto poi ci siamo visti decine di puntate di Ghost Hunters e non avremo problemi a trattare col suo spirito che verrà a perseguitarci per non aver fatto la sua volontà.
A giudicare dalle casse da morto versione sasso-design (o composizione di insalatiere) là fuori c’è un intero mondo di futuri morti che vogliono imporre alla propria schiera di più o meno lacrimosi “restanti” il proprio gusto minimal-elitario anche dopo il Grande Passo.

Project Womb, del provocatorio designer/artista Diddo (già noto per maschere a gas e bombe a mano griffate, oltre a multietniche e olivierotoscaniane Frankenstein-Barbie) va ad intercettare questo egotistico segmento con una serie di bare ciottoliformi in materiale organico dove riposare eternamente in posizione fetale (Ω = Α, ma senza il tepore e l’amore materno) e come optional aggiunge anche un’app per iPad per controllare i ricordi che lascerai di te, togliendoli dalle grinfie di amici, conoscenti e parentando ed affidandoli all’unico in grado di fare un editing appropriato della propria vita: te stesso.
Lo sharing su Twitter e Facebook dall’aldilà, però, non è compreso nel prezzo.

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La storia della grafica dal 1890 a oggi, in due volumi