Umit Benan | SS2012

Quando saremo grandi, o vecchi, o più vecchi, avremo la fortuna (?) di poter avere, volendo, una sorta di mappa virtuale dei ricordi. Immagini, amicizie, momenti, parole, musica: mettiamo tutto nei social networks e – se tutto va bene – lì tutto ritroveremo, enorme archivio digitale da spulciare per vedere e ri-scoprire com’eravamo (di solito, col senno di poi, stupidi, ridicoli, ingenui). In effetti ci sono già applicazioni che si collegano a facebook, a twitter, a flickr, e creano timelines. Un po’ come vedere gli schemi nei libri di storia o le tappe dell’evoluzione dalla scimmia all’uomo, solo che in questo caso la scimmia siamo noi nell’era pre-internet, l’australopiteco sempre noi alle prese con la prima pagina flickr, con facebook diventiamo homo abilis e di lì in avanti fino a quel che saremo domani, dopodomani o tra dieci anni (su internet l’homo sapiens sapiens è qualcosa di inafferrabile, vive solo l’istante presente e raggiunge il top dell’evoluzione ogni giorno, guardando al se stesso virtuale del giorno prima come fosse un ritardato).

Ma, paradossalmente, una mappa dei ricordi sarebbe deleteria per i ricordi stessi. Una foto riesce ad evocare un mondo, a tirar fuori voci, luci, frammenti di vita montati come in un film, magari pure una colonna sonora plausibile ma non reale a scatenar quel brivido lungo la schiena. Quando le foto sono troppe, tutte, al contrario, ammazzano l’atmosfera: nessuno vuole che il tempo scorra in proporzione di 1:1, nessuno vuole il montaggio cronologicamente perfetto. Il bello è il vuoto, il brivido lo dà quel baratro oscuro tra un neurone e l’altro, il momento prima che l’impulso elettrico li colleghi tra loro. Il falso ricordo, romanzato come una storia liberamente ispirata a, è quello il vero ricordo.

Quindi ringrazio la mancanza di tecnologie, le poche foto che ho, e il gran romanzo dei ricordi che mi son fatto sopra ai miei anni ’80, ricostruito attraverso i vuoti, stimolato da libri, film e – perché no – pure dalla moda, quando riesce a tratteggiare un epoca e a riportartela al presente, non così com’era, ma come sarebbe a guardarla con gli occhi che hai ora, che non avevi ieri e non avrai domani.

E la collezione SS2012 di Umit Benan, che gioca di recupero degli anni’80, nelle linee e – prendendo come “padrino” Nino Cerruti e presentando una serie fotografica dove appare pure suo nipote Oskar – nel concetto, evocando (esattamente come aveva fatto il libro di Nesi un paio di settimane fa) i tempi perduti in cui mio nonno giocava a fare l’industriale, le macchine enormi, la colazione a letto, il rumore della fabbrica, le carte geografiche con i puntini magnetici delle zone conquistate, le vacanze poco intelligenti, milioni da spendere, quei sorrisi di chi pensa che non finirà mai la bella vita, roba che mi ha toccato solo “di striscio”, prima che tutto finisse rovinosamente, ma che per me, nel bene e nel male, ha simboleggiato un’era.
Era che ora Benan, con stile, è andato a disseppellire.

co-fondatore e direttore

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