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The book is on the table | Deliri, desideri e distorsioni

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DELIRI, DESIDERI E DISTORSIONI
di Lester Bangs
Minimum Fax 2006 | Amazon

In Cambiare idea Zadie Smith dà quello che credo sia uno dei migliori consigli sull’arte dello scrivere:

“Certi scrittori non leggono niente di nessun romanzo finché sono impegnati a scrivere il proprio. Nemmeno una parola. […] Provate a consigliare un bel romanzo a uno scrittore di questo tipo mentre è al lavoro, e vi guarderà come se l’aveste pugnalato al cuore con un coltello da cucina. […] [Invece] io sono fatta così. La scrivania su cui lavoro è ingombra di romanzi aperti. Leggo qualche riga per immergermi in una certa sensibilità, per azzeccare una particolare nota, per darmi del rigore quando sto cadendo nel sentimentalismo […] Vedo la lettura un po’ come una dieta bilanciata: se stai scrivendo frasi troppo cariche, troppo barocche, evita i grassi alla David Foster Wallace, per dire, e datti a Kafka, come fosse crusca. Se la tua estetica è diventata talmente raffinata da impedirti di mettere anche un solo segno nero sulla carta bianca, smettila di preoccuparti di cosa direbbe Nabokov e apri Dostoevskij, santo patrono della sostanza rispetto allo stile.”

Sulla mia scrivania, quella di uno che non ha romanzi nel cassetto ma che porta a casa la pagnotta scrivendo news/recensioni/cose che gli saltano in testa su un magazine online (è ora di iniziarlo a chiamare così visto che blog è una parola ormai tanto piena di merda che mi chiedo come faccia ancora ad uscire dalla bocca di tanta gente…) che si chiama Frizzifrizzi, è rosa (anche se lo era molto di più prima della ristrutturazione con imbiancatura e razionalizzazioni degli spazi) e c’è dentro tanta moda, roba da comprare o solo vedere, o sognare, o ammirare, oppure copiare, magari solo un’ispirazioncina qua, una là…
La scrivania di uno che cerca di evitare come fosse una malattia mortale e infettiva la scure decerebrante che minaccia ogni giorno di cadere sulla capoccia di chi scrive su magazine online, blog e blogghettini, portali, portaletti, webzinne più o meno rosa, più o meno very cool, più o meno trendsettarie, più o meno indieyeah – mi si nota di più se me la tiro o se faccio la simpatica? – scure che ti apre in due la testa e ci riversa dentro quintali di l(u)oghi comuni, frasi fatte degne dello sceneggiatore cocainomane di un Sex and the City all’italiana o delle addette stampa megasorriso (riescono a fartelo vedere anche via mail) che credono di vivere in una puntata della suddetta serie-tv.
Io ne ho paura. Io ho il terrore. E parlo da uno che di tanto in tanto ci casca, che abbassa la guardia – per noia, stanchezza, troppa sicurezza – e poi entra in modalità zombie, colpito dal parassita che si diffonde dalla rete e attraverso la tastiera, mentre batti e non stai a pensare, quando metti il pilota automatico, lui si infiltra bastardo sotto pelle e inizia a rilasciare pillole di stupidità rosa, e nemmeno te ne accorgi che ti arriva al cuore, come la filariosi, e distrugge in pochi istanti quel poco di autostima che eri riuscito a costruirti.

Sulla mia scrivania, dunque, meglio che tenga sempre Lester Bangs. Ché nei momenti in cui ti scappa il cool e senti che sotto la lingua stanno aumentando gli zuccheri e la possibilità di sparare cazzate diventa prima probabilità poi matematica certezza, leggere quello che scrive uno come Bangs – che riesce a farti sentire attraverso le parole la sua puzza di sudore e il battito del cuore che pompa, i brividi o il rumore del cervello quando scatta verso lunghe corse dopate in cui è inutile affannarsi a seguirlo – è l’unico antidoto all’arrivo della pseudo-patinata sindrome rosa shocking di cui sopra.

Bangs era brutto, sporco e cattivo (ma anche dolcissimo). Era un (anzi il) critico musicale che ha fatto dello sputtanare senza peli sulla lingua, ma con cognizione di causa, un mestiere. Andando a smascherare quelli che brutti, sporchi e cattivi lo erano solo perché faceva cool (aiuto!) e soprattutto faceva ingrassare i portafogli esserlo.
Bangs era uno sfigato, il principe degli sfigati, che ci metteva tutto se stesso, sudava sopra ogni parola, si prendeva a calci nello stomaco e si imbottiva di un po’ di tutto ma poi riusciva a guardare più in là, oltre, a volte anche dentro, come quando amava/odiava la sua nemesi Lou Reed, o con tutto il moralismo di cui era capace ti faceva vedere quanto patetico fosse Jim Morrison e quanto genuinamente ridicola, dopotutto, la cultura rasta giamaicana, o quanto incredibilmente (e irraggiungibilmente per quelli arrivati dopo) sexy fossero i gruppi femminili degli anni ’60, proprio perché le “fregole”, gli ormoni impazziti, la voglia di far questo e quello potevi raccontarla e farla vivere solo con la musica. Poi guardava negli occhi l’algida e strafatta Nico sulla copertina di The Marble Index e diventava un bambino spaventato in adorazione (ti ci trasformerai anche tu dopo aver letto il pezzo ed ascoltato il disco).

Su di lui, o meglio attorno a lui, hanno fatto pure un film (niente male, soprattutto perché guarda chi interpreta Bangs!): Almost Famous.

Questo invece è il Bangs originale.

Se decidi di mettere anche tu questo libro sulla scrivania, sappi che riempirai mezzo hard-disk con tutto quello con cui riempirai iTunes: la voglia di ascoltare i dischi e i pezzi di cui parla è incredibile.
E una volta finito con questo, quelli della Minimum Fax ne hanno altri due belli pronti che ti aspettano.
Cool, no?

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