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Il libro della domenica: Il Processo & Il Castello di Franz Kafka

il_processo_finzioniDarsi dei pugni in testa da soli è l’antidoto a molti mali ed è la versione virile del contare fino a dieci.
Ci si dà un pugno in testa quando si rimane spiazzati, quando non si sa proprio cosa dire o fare. O quando viene un gran nervoso.
Kafka ti fa davvero venire voglia di darti dei pugni in testa, mentre lo leggi, e questo è meraviglioso. E’ la versione letteraria del cinepugno di Ejzenstejn.

Ne Il Processo (BUR 2007, pp. 292, 7 euro), aleggia una sospensione di incredulità che renderebbe incredulo anche Coleridge. Nessuno problematizza nulla che non sia cinto nei confini dell’attimo presente; né il narratore, né i giudici, né il condannato. D’altra parte lo diceva anche Kafka, nelle sue lettere: “Se il libro che leggiamo non ci sveglia come un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?”

Oltre il danno, la beffa è un detto popolare che non rende conto di un’attestata gerarchia: la beffa è costitutivamente più grave, e insostenibile, del semplice danno. Perché è la sua caricatura, dunque la sua esagerazione.
Pensate: ne Il Castello (BUR 2007, pp. 435, 8 euro) l’agrimensore K. viene chiamato in un piccolo villaggio sovrastato da un minaccioso castello. Per tutto il libro cerca di arrivare fin lassù ma, per un motivo o per l’altro, non ci riesce.
Le interpretazioni famose del libro si sprecano: il castello come metafora della burocrazia, come incarnazione del capitalismo che annulla l’uomo; le peripezie di K. viste come l’ineluttabile condizione umana del tendere senza arrivare o come la spiegazione a mille problemi di psicanalisi.

Per carità, tutto vero e tutto molto bello. Ma c’è un’altra cosa interessante: il povero K. non trova davanti a sé nessun impedimento fisico reale per arrivare al Castello. Non ci sono muri o cancelli; nessuno gli si sbarra direttamente davanti con la forza. Ma non ci arriva lo stesso.
Lo spazio che lo divide dal bastione, semplicemente, non è percorribile. Il protagonista di Kafka non possiede un terreno, nel doppio senso di possedere come conoscere ed essere proprietari. E il suo valore narrativo è dato appunto da questa mancanza. L’impossibilità di arrivare a un castello perché non si sa quello che c’è nel mezzo.

E il danno, di non riuscire a compiere il proprio dovere.
E la beffa, kafkiana, d’essere agrimensore di un terreno non cartografabile.

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