Alla scoperta dei volti delle librerie indipendenti: seconda tappa a Trento, alla libreria due punti

I miei genitori continuano ad insistere sul fatto che non è vero che a Trento ho messo piede solo la scorsa estate. Dicono che la prima volta ero così piccina che non sarebbe stata una grande idea prendermi dal passeggino e mettermi dritta in piedi sulla strada a camminare. La caduta era assicurata data l’età non ben definita.
Per ovvi motivi, non ricordo di essermi innamorata in quel momento della città, ma solo in occasione della mia visita più recente. Nonostante un caldo che mi faceva quasi sentire la nostalgia di Roma, probabilmente assomigliavo parecchio a quella bambina in passeggino, mentre camminavo a bocca aperta tra strade, piazze, luoghi del suo centro, e non solo.

Se avessi avuto la testa a quote più basse delle nuvole, sarei sicuramente incappata in due punti, la libreria indipendente di Elisa Vettori e Federico Zappini, e sarebbe stato un piacere esplorarne gli scaffali, gli spazi e anche i suoi librai.
Non essendoci riuscita in quell’occasione, quando ho cominciato questo viaggio virtuale sapevo che avrei dovuto rimediare in qualche modo alla tappa mancata, ed ecco allora che in un pomeriggio caldissimo, divise da uno schermo, chiedo ad Elisa di raccontarmi di un posto per il quale vale la pena tornare a Trento.

Chissà quante persone ti hanno già fatto questa domanda, però ti va di raccontarmi come è nata due punti?

È nata nel 2018 da un incontro a pranzo in un posto che si occupa proprio di far incontrare le persone, perché è uno spazio di co-working. Si chiama ImpactHub e ogni giovedì il pranzo è condiviso, perciò uno porta qualcosa e poi si mangia tutti insieme.
Proprio in occasione di uno di questi pranzi, io e Federico ci siamo incontrati. Mi ha raccontato che il suo sogno era quello di aprire una libreria a Marsiglia, e io di rimando gli ho raccontato che mi vedevo da anziana fare la stessa cosa. Entrambi c’abbiamo ragionato un po’ su e poi ci siamo ritrovati a parlarne di nuovo.
Federico in quel periodo teneva corsi a persone inoccupate e mi aveva spiegato che insegnava loro che bisogna prima di tutto aver chiari i propri obiettivi, e poi trovare una mediazione con la realtà per non lasciarli nell’ambito dei sogni. Proprio in base a questo principio, abbiamo messo insieme i pezzi e ci siamo resi conto che entrambi eravamo a Trento, e che soprattutto in città ci fossero molte librerie, ma nessuna indipendente.

Elisa Vettori e Federico Zappini
(foto: Romano Magrone)

Dal web leggo che vi definite una libreria laboratorio, cosa significa per voi?

Siamo una libreria-laboratorio per tre motivi, tra loro diversi ma concatenati.
Da un lato c’è uno spazio fisico che abbiamo aggiunto a quello specifico della libreria. Si chiama Virgolette e lo abbiamo immaginato come una sorta di luogo condiviso per la creatività, a disposizione di tutti e tutte coloro abbiano un’idea o un progetto da sviluppare o testare. Io da fotografa l’ho subito utilizzato per fare attività — per bambine e bambini, ma non solo — dedicate allo studio e all’elaborazione dell’immagine, coinvolgendo il quartiere come grande scenografia urbana e sociale. Ecco quindi il secondo motivo.
C’è poi un’idea generale e fondativa che diamo al nostro modo di relazionarci con il libro e la letteratura, intesa non “solo” come esercizio o passione individuale ma come strumento per la comprensione collettiva della realtà e sua possibile trasformazione. Da questo punto di vista tutta l’esperienza due punti è una quotidiana sperimentazione, un continuo mettere in gioco gli elementi che la compongono e la animano. Ci sentiamo ricercatori e artigiani.
In via San Martino abbiamo allestito il nostro laboratorio, aperto e accogliente.

Il pinguino blu che ogni mattina Elisa e Federico mettono davanti alla loro libreria

Il nome invece come è arrivato?

Abbiamo buttato giù delle idee e poi ci siamo scambiati dei nomi orribili, all’inizio. Entrambi puntavamo e lavoravamo sulle cose che erano importanti per noi. Un giorno invece, andando al BookPride insieme, mentre eravamo sul treno stavo disegnando su un quadernino le due porte della libreria, che ha una pianta stretta e lunga, non ha finestre ma appunto due porte, una che dà su una via e una che dà sull’altra. Immaginando che una fosse A e una fosse B, le ho unite. Io e Federico ci siamo guardati e abbiamo pensato entrambi a “due punti”, che si sposava bene con il fatto che siamo due e che abbiamo due punti di vista molto simili su alcune cose.
Ci piaceva anche perché i due punti sono l’inizio di un elenco di cose da fare, l’inizio di un dialogo, e simili.

Bisogna ammettere che è una scelta coraggiosa quella di aprire una libreria indipendente in un mondo in cui l’editoria non sembra tenersi bene in piedi, perciò mi chiedevo se eri spaventata quando due punti ha preso forma ed è nata, o se invece era un sogno così forte che la paura è passata in secondo piano.

Ci abbiamo messo molti mesi a concretizzare l’idea, e abbiamo scritto assieme quello che era a tutti gli effetti un manifesto, una cosa nostra che mediasse tra noi, che eravamo due persone che non si conoscevano prima di quel momento. Lavorando tanto sul perché e sul come, tutte le questioni più fattive e logistiche venivano in secondo piano, anche se sono quelle con cui facciamo i conti ogni giorno. Però, avendoci pensato molto prima, e avendo pensato molto al motivo per cui lo facevamo, non ho mai avuto particolare paura che nessuno sarebbe entrato, che nessuno avrebbe comprato dei libri, o che non ce l’avremmo fatta a pagare l’affitto per esempio.
Una grande mano ce l’ha data una persona con cui abbiamo creato un business plan di tre anni, grazie al quale abbiamo capito che era sostenibile. Non siamo partiti alla cieca, pur non essendo nessuno dei due un imprenditore o un venditore.
Nel 2018 c’erano persone che ci davano dei sognatori, e forse oggi ci direbbero anche “peggio”, ma la verità è che di cose interessanti in questi anni ne sono uscite moltissime. E poi i tempi giusti non si possono aspettare, perché non esistono.

Per caso ti ricordi il primo cliente che è entrato dalla porta di due punti?

Ho il dubbio che potrebbe essere il signor Marione. È un signore che si chiama Mario ma è un omone gigante che legge una media di un paio di libri al giorno, di una certa età ma sempre vestito in maniera elegante e che impazzisce per il mio gatto, il terzo elemento che abbiamo acquisito, e per cui viene principalmente a trovarci da quando è arrivato.
Ora, quando viene, il signor Marione ha sempre le tasche piene di croccantini, come le nonne con le caramelle per i bambini. Sì, credo sia stato uno dei primi ad aver messo il naso dentro.

In realtà, mentre la costruivamo, durante l’estate del 2018, abbiamo vissuto accampati qui per un paio di settimane e avevamo messo fuori dei cartelli, lasciavamo tutto aperto, perché volevamo che la gente sapesse prima cosa ci sarebbe stato, non aprire all’improvviso le porte di un luogo mai visto. Abbiamo cercato di raccontarla prima che nascesse.

Cosa vi piacerebbe che rappresentasse per le persone la vostra libreria?

Kae Tempest, nel suo ultimo libro, scrive di connessioni, di legami da stringere e di cui prendersi cura.
Ecco, vorremmo che la libreria avesse la capacità di ricomporre attorno a sé — ai suoi spazi, ai suoi eventi, ai suoi progetti — pezzi di comunità sempre più ampi e diversificati. Ci lavoriamo giorno per giorno proponendo percorsi che possano essere inclusivi e partecipati, occupando con curiosità e passione lo spazio urbano del quartiere e della città tutta, facendoci coinvolgere in qualunque attività nella quale riteniamo il nostro contributo letterario e culturale possa contribuire all’innesco e alla crescita delle reti tra cittadine e cittadine. Una libreria che tiene insieme le persone.

La tua storia d’amore con i libri invece quando nasce?

Molto presto. Sono sempre stata, anche da piccola, una lettrice forte. Era un buon modo di isolarsi, evadere dalla realtà, un po’ come diceva Eco quando affermava che, se leggi, non vivi una vita sola, ma ne vivi tantissime.
Non è una cosa speciale per me leggere, ma fa semplicemente parte della quotidianità. I periodi in cui ho letto meno nella vita sono stati probabilmente sotto tesi, come capita a tutti, e i sei mesi in cui abbiamo aperto la libreria. Ovviamente la cosa mi ha mandato in una specie di corto circuito, perché una delle cose che ci piace di più fare, qui, è parlare dei libri che vendiamo perché li abbiamo letti.
Poi sono capitata su un articolo dell’Internazionale che raccontava come la lettura è legata nel nostro immaginario all’ambito delle cose che faremo quando troveremo il tempo per farle, che è una sciocchezza, perché, come per tutte le attività umane, dobbiamo trovare il tempo di fare le cose, altrimenti non le facciamo, e vale così anche per la lettura.
Quindi prima di dormire so di non poter più leggere come una volta dato che crollo dopo una giornata in libreria, però vivendo lontano e dovendo prendere i mezzi per raggiungere la libreria, uso quei 40 minuti per andare e quei 40 minuti per tornare a casa per leggere. Può sembrare meno romantico, ma leggo anche più di prima.

Te li ricordi i primi libri che hai letto?

Credo che i primi libri siano stati i tipici libri dell’infanzia, quelli che raccontano favole.
Però posso dirti che intorno ai 10, 11 anni ho avuto un grosso problema con un libro in particolare che ho letto, perché in casa non ne avevamo più così tanti da leggere, ed era l’Antico Testamento. È stato uno shock, e metà delle cose che venivano nominate — incesto, ad esempio — non sapevo cosa fossero, perciò dovevo andare a guardare spesso sull’enciclopedia e, quando lo scoprivo, stavo poi male per dei giorni.

Come era il tuo rapporto con le librerie prima di aprire due punti?

Molto simile a quello che io e Federico abbiamo con la nostra di libreria: se vedo una libreria ci entro, guardo che libri ci sono in vista, li prendo in mano tantissimo — cose che ci piace che la gente possa fare anche qui.
Amo tantissimo le librerie che sembrano entropiche, che sembra che devi andare un po’ a cercare e magari trovi una cosa che non sapevi che ti servisse.
In realtà mi piacciono un po’ tutte, perché mi piace in generale il luogo libreria, che ha sempre avuto un grande fascino su di me.

Hai un libro del cuore?

Quando siete felici, fateci caso di quel genio di Kurt Vonnegut.
È un manuale per ripensare l’esistenza come un luogo di possibilità, ironico, grato, estremamente sociale. Se potessi, lo regalerei ad ogni persona che incontro sul mio cammino.
E poi c’è anche il primo libro che ci siamo scambiati con Federico, in realtà un libriccino. È di Mark Forsyth e si intitola L’ignoto ignoto: parla di tre categorie di cose — il noto noto, ovvero le cose che sai di sapere, il noto ignoto, ovvero le cose che sai di non sapere, e infine l’ignoto ignoto, ovvero le cose che non sai di non sapere, e il posto perfetto per trovarle è all’interno delle librerie.

Prometto di essere arrivata all’ultima domanda: un consiglio di lettura dagli scaffali della vostra libreria?

Visto che siamo in Trentino, dunque siamo vicini all’Alto Adige, l’altra metà della regione con delle dinamiche molto particolari, consiglierei Lingua Madre di Maddalena Fingerle.
È uno dei libri che mi è piaciuto di più in questi due anni, e merita di essere letto anche perché la casa editrice, Italo Svevo, pubblica dei libri che sono oggetti molto belli, con carta altrettanto bella, e non si può mentire sul fatto di averli letti perché escono intonsi e vanno tagliate le pagine.
Il romanzo è molto forte, racconta di Paolo che suddivide il mondo in parole pulite e parole sporche, e mi è piaciuta molto come metafora del fatto che tutti noi cerchiamo di catalogare il mondo in cose buone e cose cattive, con l’illusione che la vita sembri così più semplice.
C’è poi un rapporto familiare complesso, la perdita del padre, la scelta di non voler più parlare in italiano, un amore folle e un finale che non ti aspetti… Insomma è un libro che merita di essere letto.

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