In cordata con Alex: Dierdre Wolownick racconta la sua storia, dove l’impossibile diventa possibile

Il caso ha un modo di funzionare tutto suo, probabilmente al di fuori di ogni logica e comprensione. Qualcuno crede nelle sue origini religiose, altri guardano con il naso all’insù all’universo, altri ancora non sono del tutto convinti della sua esistenza. Chissà che aspetto ha e se trascorre il suo tempo ad osservare attentamente le nostre vite, per decidere quale sia il momento giusto per cambiarne la rotta, per mischiare le carte in tavola. Nel mio caso, ha per prima cosa suonato il citofono e mi ha lasciato un libro. Sapevo che Mulatero Editore aveva pubblicato un’autobiografia che avrei voluto leggere, ma non sapevo che sarebbe arrivata mentre nuovamente mi trovavo a combattere con due vecchi amici, che speravo si fossero presi una lunga vacanza. Dopo un anno abbondante speso sulla roccia a cercare di arrivare ogni volta un pochino più in alto, l’appartamento in cui vivo è tornato ad essere l’unico luogo in cui sentirmi al sicuro, l’unico luogo che ho voglia di abitare, cadenzando il tempo tra un attacco di panico e un umore non percepito.

Diedre Wolownick, “In cordata con Alex. Storia di una mamma”, Mulatero Editore, 2021

Il libro, il cui titolo è In cordata con Alex ed è stato scritto da Dierdre Wolownick, l’ho aperto e chiuso varie volte, come succede quando si legge una storia che ti tocca in punti che non sapevi nemmeno ti facessero così male. Perché il titolo potrebbe ingannare: non si tratta di un libro in cui una fiera madre racconta della brillante carriera arrampicatoria di un figlio che ha delle volte il vizio di scalare le montagne senza corda e il cui nome è Alex Honnold. Sì, quello che è stato protagonista del documentario Free Solo, vincitore di un premio Oscar e probabilmente causa di mani sudatissime per moltissimi spettatori. Quella che potete leggere tra le sue pagine è piuttosto la storia di una bambina nata e cresciuta a Jackson Heights, nel Queens, da genitori polacchi che le hanno insegnato fin da piccola che i bravi bambini sono quelli che non creano problemi, che conoscono il loro posto, che accettano il fatto di non essere loro pari; è la storia di una ragazza, innamorata della musica, della letteratura e delle lingue, che decide di dare lei stessa la direzione che vuole al suo futuro; è la storia di una moglie che, quando vede comparire le prime crepe sulla bella porcellana di quel matrimonio, si fa forza e si trasforma nel collante più resistente che esista; è la storia di una madre, che conosce gli errori dei suoi genitori e si impegna nel non ripeterli, lasciando ad Alex e a sua sorella Stasia lo spazio per esplorare, cadere e essere sé stessi; e ancora, è la storia di un’insegnante, una scrittrice e una direttrice di orchestra.

Basterebbe questo per convincere chiunque a leggere il libro, ma la sua storia non finisce con un divorzio, con una morte inaspettata, con altre perdite che si aggiungono, e con la vita che continua come sempre. Perché il bello arriva proprio in quel momento, e arriva sotto forma della corsa prima e dell’arrampicata poi: lei, che non aveva nemmeno l’abbigliamento corretto e dunque correva in jeans vicino casa, partecipa a ben 4 maratone, la prima a 55 anni; poi, con il desiderio di scoprire realmente cosa provasse Alex su una parete, ritrova il piacere che aveva da bambina nell’arrampicarsi su lampioni e alberi e, nonostante una certa paura per le altezze, è amore, ancora una volta. A 66 anni, è la donna più anziana ad arrivare in cima a El Cap, un’immensa parete nella Yosemite Valley, la stessa che Alex nel 2017 ha scalato senza corda. Quattro anni dopo, per il suo 70º compleanno, batte il suo stesso record e celebra con gli amici proprio all’apice di quella meraviglia di granito, che, lei scrive, «incombe sopra la Yosemite Valley, a rammentarci di cosa siamo capaci se ci consentiamo di sognare».

Mi piace pensare che la storia di Dierdre sia iniziata quando ha cominciato a correre e ad arrampicare. Che dalla prima corsa con Juno, il cane da slitta dell’Alaska, e dalla prima via in palestra e poi su roccia abbia finalmente compreso che tutto il dolore subito negli anni dell’infanzia e del matrimonio si era trasformato in una forza interiore che aveva fino a quel momento nascosto a sé stessa.
Quando chiudo il libro e penso invece allo stallo in cui mi trovo, alla nostalgia che ho nei confronti della roccia, al mio darmi sempre per vinta, capisco che forse l’intervista che segue è la più sentita che mai realizzerò per lungo tempo.

[Interno giorno, Sacramento, California. Interno sera, Roma, Italia.]

Leggendo della sua infanzia, una cosa che si percepisce abbastanza chiaramente è che avendo avuto due genitori come i suoi — in particolare sua madre che, a causa della poliomielite che l’aveva colpita da bambina, richiedeva numerose attenzioni — è stato piuttosto difficile esplorare il mondo, scoprire cosa realmente le piaceva. Quando ha 5 anni però, arriva in casa vostra un pianoforte Baldwin e nasce in quel momento un amore con la musica, che sarà solo suo. Cos’altro nella sua vita l’ha accesa in quel modo, cos’altro ha scoperto nella sua vita che fosse un momento per sé stessa e la aiutasse nei momenti più difficili? Prima ovviamente della corsa e dell’arrampicata.

La musica, in generale, è sempre stata nella mia vita. Ma ho anche scoperto la pittura con mia madre, quando ero molto piccola, e continuo a dipingere tutt’oggi. Inoltre, io e mio fratello, John, abbiamo imparato a leggere piuttosto presto, grazie a mia madre che era stata un’insegnante e leggere perciò è diventato il mio modo preferito per fuggire dalla vita vera.

Le sensazioni vissute durante l’infanzia tornano anche subito dopo il suo matrimonio con Charlie e infatti scrive: «Mi trovai di nuovo bambina, a desiderare, agognare che qualcuno parlasse con me, che a qualcuno importasse quello che pensavo, quello che sentivo. Un discorso tra adulti. Su qualcosa di importante».
Quando ha cominciato a sentire meno il bisogno di questo genere di attenzione? È riuscita a colmare quel vuoto?

Per me, un diario è il miglior psicologo del mondo, perché non giudica, puoi scrivere tutto ciò che vuoi e puoi prenderti tutto il tempo che ti serve per comprendere le cose.

Credo che quel vuoto non si riempia mai del tutto per nessuno, cerchiamo di fare in modo che accada e probabilmente ci sono momenti in cui sembra che sia quasi del tutto colmato. Quel tipo di bisogno è oramai parte del passato, delle persone che non sono più nella mia vita. Mio marito è stato il più grande ostacolo che potessi avere nella mia vita adulta, ma appunto adesso è parte del passato, così come la sua famiglia. Ora ho i miei amici, le mie passioni, soprattutto la mia musica, che è sempre riuscita a confortarmi nei momenti più duri. Anche scrivere è stato importante, è un’attività che si è evoluta con il tempo diventando più personale e più soddisfacente. Il libro è sicuramente il punto culminante di quel percorso.

Parlando sempre del suo matrimonio con Charlie racconta: «Ogni volta che succedeva una cosa del genere, mi sembrava di perdere una scaglia di me stessa, come quando il granito si sfoglia. Vivevo in uno stato di incertezza e perplessità perenni. Perché non mi risponde? Gridavo dentro di me. Perché?».
Ecco, siamo soliti dire che i momenti più duri nelle nostre vite siano quelli in cui scopriamo qualcosa in più su noi stessi, il suo matrimonio cosa le ha insegnato su sé stessa?

Questa risposta potrebbe essere un intero libro a parte [ride, ndr].
È stata un’esperienza di apprendimento dall’inizio alla fine. Potrei andare avanti per ore riguardo le cose che ho imparato su di me, su di lui, sul mondo, sulle relazioni, sull’essere genitori, su tutto. Quello che è certo è che ho imparato quanto fossi forte e, prima di allora, non ne avevo assolutamente idea. Certo, sapevo di avere della forza da qualche parte dentro di me perché ero stata in grado di vivere con mia madre, così come ero stata in grado di mantenere la pace nella famiglia, ma non sapevo fino a che punto ne ero capace. Quella di essere forte è una capacità che ho coltivato nel tempo e ne ho avuto di nuovo bisogno per vivere con mio marito.
Ho imparato quanto anche la mia psiche fosse diventata forte, e spesso mi sorprende ancora, perché vivere con lui era come vivere con tre bambini e Charlie era il bambino che non sarebbe mai cresciuto. Possiamo dire che ho sviluppato delle ottime capacità di coping. Sono state tutte validissime lezioni, che chiaramente avrei preferito non vivere, ma mi hanno preparato all’arrampicata, perché, quando arrampichi, devi essere attenta, devi essere in grado di trovare soluzioni, di gestire te stessa e la situazione. È tutto molto collegato.

Tutto quello che ho imparato dal matrimonio l’ho scoperto sia durante che dopo il mio matrimonio con Charlie. Tenevo sempre un diario e continuavo perciò costantemente a esplorare le cose che mi accadevano, cosa che faccio tutt’oggi. Per me, un diario è il miglior psicologo del mondo, perché non giudica, puoi scrivere tutto ciò che vuoi e puoi prenderti tutto il tempo che ti serve per comprendere le cose.

Poi dopo tutto il dolore, inizia la ricostruzione o forse comincia la vita vera, per la prima volta. Durante l’esperienza alla California International Marathon, un obiettivo per volta, una città per volta, poi una strada per volta, arriva alla fine di quei 42 chilometri, quelli in cui bisogna credere e proprio nel verbo “credere” trova il focus per quella nuova vita. Ma cosa significa, per lei, credere?

Prima di cominciare a correre e appassionarmi, pensavo che fosse assurdo che una città venisse bloccata per permettere agli altri di correre una cosa così senza senso come una maratona. Ma non è affatto senza senso, perché spingere sé stessi così tanto ti aiuta a credere che ciò che ritenevi impossibile può diventare possibile, impari ad ampliare le tue possibilità, ti apri alla possibilità che forse ce la puoi fare.
I media non fanno altro che dire che sono troppo vecchia, che faccio parte del genere sbagliato per questo tipo di attività, che dovrei prendere medicine per dormire, per svegliarmi, per perdere peso, ma nulla di tutto ciò è vero. Forse piuttosto dovrei credere in me stessa, questa è la lezione che ti dà una maratona. Non ce l’avrei mai fatta se non avessi creduto in me stessa.

Un piccolo aneddoto che non c’è nel libro: due miglia prima del traguardo, uscendo da un bagno installato lungo il percorso, dimenticandomi che era posto su una zona erbosa, sono caduta e ho sentito uno strappo alla caviglia e al ginocchio. L’unica cosa che riuscivo a pensare era: «Dannazione, non posso fermarmi ora!». Perciò ho provato a camminare un pochino lì intorno per vedere se riuscivo a diminuire il dolore, ho mangiato e bevuto qualcosa, forse ho anche pianto un pochino ma poi mi sono rimessa a camminare lentamente lungo il percorso. Sapevo di avere tempo perché non ero in coda ai partecipanti, c’erano ancora persone dietro di me. Faceva male, ma sapevo che non era il dolore di un danno serio, perciò ho continuato e sono arrivata al traguardo.

Si parla molto poco delle storie di chi scopre gli sport in una età avanzata, dopo i 40, 50 o anche 60 anni, e decide di mettersi in gioco. Secondo lei, cosa perdiamo nel non raccontare abbastanza queste storie?

Le persone più giovani tendono a valutare maggiormente la quantità, mentre le persone più anziane la qualità, è tutta lì la differenza.

Perdiamo tantissime cose, in primis tantissime lezioni di vita. Ignoriamo queste persone ed è un peccato. Non sono nelle riviste, non sono nei vari media e in televisione. Per questo motivo ho voluto scrivere questo libro, volevo che una storia del genere arrivasse a più persone possibili. E il prossimo anno uscirà anche un documentario sulla mia esperienza.
Credo che possiamo imparare molto di più da persone più anziane, con esperienza, che da persone più giovani, che ne hanno molta di meno. E la stampa e i media continuano a ignorare questo fatto. Impariamo tantissimo da come hanno ottenuto ciò che hanno ottenuto, e le loro storie inoltre sono veramente affascinanti, delle volte piene di ostacoli che sono stati superati, sono storie perciò piene di lezioni.
Le persone più giovani tendono a valutare maggiormente la quantità, mentre le persone più anziane la qualità, è tutta lì la differenza.

La spinta a scoprire l’arrampicata arriva dal bisogno di comprendere cosa Alex provi o semplicemente faccia in parete, perciò, complice un suo piccolo infortunio, andate in palestra assieme e lei si innamora nuovamente di qualcosa che faceva anche da piccola su alberi e lampioni. Ma il vostro rapporto come è cambiato dopo questa sua (ri)scoperta?

È cambiato in molti modi.
Quando abbiamo cominciato ad arrampicare insieme, all’improvviso Alex è diventato il mio insegnante, è diventato l’esperto e io ero la principiante. È una cosa particolarmente difficile per un genitore da accettare, non tanto per me, perché ho voluto io per prima che si creasse questa dinamica. Un conto è quando questo succede quando diventiamo così anziani da avere bisogno del loro aiuto per questioni pratiche, come comprare qualcosa o prendersi cura di noi, ma nel mezzo della nostra vita, dare quel potere a tuo figlio è veramente difficile. Non conosco così tanti genitori che potrebbero farlo. Nel nostro quartiere o semplicemente nella nostra cerchia di amici, nessun genitore ha mai approvato che io lasciassi Alex arrampicare, come potessi fermarlo, poi! Per loro, io non ero in controllo di mio figlio e probabilmente non sarebbero mai stati in grado di fare da genitori ad Alex.
E oggi quando andiamo ad arrampicare, soprattutto pareti colossali, è lui al comando ed è giusto che sia così, lo accetto e lo apprezzo.

Accettare comunque quello che Alex fa, la pericolosità delle sue imprese, è stato un processo che è durato anni, in cui ho dovuto perdere qualsiasi velleità di avere controllo sull’esito delle sue avventure o delle sue decisioni. Ci sono stati circa 6/7 anni in cui è stato veramente molto difficile salutarlo ogni volta senza sapere se sarebbe stata l’ultima. Credo di aver compreso realmente che quella sarebbe stata la vita di Alex quando ha realizzato l’ascesa in free solo dell’Half Dome. Prima ero sempre stata molto presa dai diversi lutti che avevano colpito la famiglia, e dalle case da sistemare. Certo, lo vedevo sulle copertine delle riviste, negli articoli che collezionavo, ma non registravo veramente nella mia testa cosa stavo guardando. Poi quando la vita ha cominciato a essere più tranquilla, ho avuto modo di comprendere che quella era la sua vita, e che l’unica cosa che potevo fare era mettermi l’anima in pace.

Nella sua vita è stata sia insegnante che studente, quale ruolo ha preferito di più?

È durissima scegliere per me. Credo che la risposta migliore sia 50/50. Sono nata come insegnante e l’ho fatto per moltissimi anni, addirittura insegnavo ad altri bambini del mio quartiere quando ero una bambina io per prima. E allo stesso tempo ho sempre amato imparare nuove cose, in qualsiasi campo.

«Vedere un bravo climber in azione è come assistere a un balletto: mentre ero lì a combattere con l’imbracatura o ad allacciarmi le scarpette, o anche solo ad aspettare che venisse il mio turno, la grazia, la leggerezza, la libertà e la fantasia di movimento — in una parola, la bellezza di quello che vedevo — mi affascinava».
L’arrampicata secondo lei è arte?

Può esserlo.
Guardare qualcuno suonare il piano può essere molto doloroso o può essere arte. La stessa cosa vale per l’arrampicata. Guardare Alex o uno dei suoi amici arrampicare è un’esperienza molto educativa, perché basta guardarli per imparare da loro. Ed è veramente come essere spettatori di un balletto: i movimenti di Alex sulla roccia sono pieni di grazia e bellezza, sono qualcosa a cui aspirare.
Sono consapevole di non arrampicare così bene come lui, ma ogni tanto mi capita di salire una via o una sua parte e so dentro di me che è andata perfettamente. Sento che ho fatto tutti i movimenti giusti e che la salita è andata benissimo. Per una persona della mia età non capita molto spesso, ma capita. Recentemente, ad esempio, sono tornata ad arrampicare dopo lo stop dettato dal Covid-19 e ho salito una via che non mi sarei mai aspettata di finire, perché era molto difficile per me. Ma ero l’ultima della giornata, la corda era montata e — insomma — mi sono data una chance. Quando succedono cose così, è come suonare una bellissima sonata al piano.

Quando scrive di arrampicata, i gradi, le difficoltà tecniche non sono qualcosa su cui si concentra ed è stato piacevole scoprire che non tutti sono così concentrati sulla prestazione sportiva. Secondo lei, come possiamo uscire da questo buco nero in cui moltissimi giovani, e non solo, sono caduti?

Solitamente invecchiando cominciamo a capire che non è stata una buona idea quella di passare così tanto tempo a pensare di non essere bravi abbastanza, quando ci saremmo semplicemente potuti divertire.

È veramente un gran peccato che quello sia il principale modo di vedere, perché non è lì che sta il piacere di questo sport.
Gran parte degli sport atletici sono per lo più praticati da persone giovani e la performance atletica sarà sempre importante, basti pensare all’importanza che ha se si vuole portare a casa una medaglia alle Olimpiadi. Ma mi sembra che i media enfatizzino parecchio questo aspetto a detrimento della nostra psiche. A scuola e a casa, perciò sia gli insegnanti che i genitori dovrebbero cominciare a insegnare ai bambini che anche la loro esperienza personale è importante, non solo il risultato. Dobbiamo insegnare loro che anche dall’esperienza personale possono imparare qualcosa, non chiedere loro se hanno finito, se hanno mai salito quel determinato grado. Nessuno ci insegna a concentrarci sul processo, sulle cose che impariamo. Concentrarsi solo sul risultato porta solo a competitività e stress. Ci sono moltissimi climber così competitivi che hanno collassi nervosi per via dello stress, o arrivano a soffrire di disturbi alimentari. Per giunta, concentrarsi solo sul risultato è completamente l’opposto di godersi lo sport. Dobbiamo trovare un modo per far incontrare questi due aspetti nel mezzo.

Solitamente invecchiando cominciamo a capire che non è stata una buona idea quella di passare così tanto tempo a pensare di non essere bravi abbastanza, quando ci saremmo semplicemente potuti divertire. Ma si può evitare tutto questo lavorando, appunto, come dicevo prima, sui più piccini.
Bisognerebbe insegnare loro anche un’altra cosa importante: che tutto ciò che sogniamo può diventare realtà, basta scomporre quel sogno in tanti piccoli step e affrontarne uno per volta, non importa quanto ci vorrà. È esattamente così che sono arrivata alla fine della California International Marathon, una strada per volta, una casa per volta, un giardino da ammirare per volta, fino al traguardo.

Un altro argomento che sfioriamo spesso quando si parla di arrampicata sono le emozioni. Pensavo a Tommy Caldwell che decise di abbandonare il parco dello Yosemite, perché troppo difficile per lui rimanere, quando Alex ha realizzato l’ascesa in free solo di El Cap; pensavo a me stessa e alla mia lotta/convivenza con gli attacchi di panico e la depressione e come questo possa permettermi comunque di arrampicare.
Come vive lei le sue emozioni in parete?

La prima volta che i miei amici di arrampicata di Sacramento mi hanno portata a fare una via lunga, arrampicavo da circa 6 mesi e avevano deciso che fossi pronta. Ecco, quel giorno ero decisamente terrorizzata. Non avevo idea se sarei riuscita a proseguire: ero paralizzata dalla paura, mi ero assicurata alla parete addirittura 3 volte.
Con il tempo sono arrivata alla stessa conclusione che spesso Alex condivide con chi lo intervista e gli chiede di come gestisce la paura: bisogna allenarsi a distinguere il pericolo reale, quello che ci può effettivamente portare alla morte, da quello che è invece un pericolo che percepiamo solo in quanto tale, ma che è in realtà generato dalla nostra mente. Su quest’ultimo tipo di pericolo possiamo lavorare, possiamo trovare una soluzione, su quello reale non possiamo avere alcun tipo di controllo, non possiamo cambiarlo. Ogni volta che si percepisce una qualche sensazione fisica che ti spaventa, ad esempio come nel tuo caso, bisogna chiedersi se sta realmente accadendo qualcosa di pericoloso o se sei tu a percepirla come tale e prendere una rapida decisione. Poco per volta cominci a comprendere che effettivamente quello che stava accadendo non era affatto pericoloso. Ovviamente non accade dal giorno alla notte, ma ci si arriva.

Se quel giorno, alla mia prima esperienza con una via lunga, avessi accettato la paura che provavo come una paura dettata da un pericolo reale, non sarei mai andata avanti. Mi sono guardata intorno, mi sono detta che ero decisamente terrorizzata, ma poi ho guardato anche gli altri e loro non lo erano, perciò ho cominciato a chiedermi se non fossi io ad aver sbagliato la mia considerazione sul pericolo. Ancora una volta, scomporre il problema, un pezzo per volta, è molto utile.

Ad un certo punto stila una lista di vie che vorrebbe salire prima del suo 70º compleanno e ne racconta l’ascesa. Ma esaurite ora le vie in quella lista, quali altre ha aggiunto per il futuro?

I miei progetti futuri dipendono molto dal Covid-19 perché molte delle vie che mi piacerebbe salire sono sparse per il mondo. Tra cui alcune nelle Dolomiti, ovviamente, ma non mi dispiacerebbe tornare anche in Francia, questa volta per arrampicare sulle Alpi. L’unica volta che ho arrampicato da quelle parti è stato a Les Calanques, queste bellissime falesie a picco sul Mediterraneo.
Inoltre vorrei togliermi un piccolo sfizio: ho vissuto in Giappone nella mia vita, ma non ho mai arrampicato lì, mi piacerebbe rimediare.

In compenso credo sia passata più di un’ora, dal momento in cui abbiamo iniziato questa conversazione e posso dire di aver sperimentato sulla mia pelle la sua capacità di ascolto di cui scrive all’inizio del libro, parlando della sua infanzia: «Ascoltare divenne la cosa che sapevo fare meglio, che fosse ascoltare una melodia, un accordo, una richiesta di mia madre, un verbo che non avevo mai sentito».
Quali sono stati i momenti in cui ha apprezzato di più e quali di meno questa sua abilità?

Ascoltare per me è sempre stato fondamentale, e quello che mi dispiace è che molte persone non imparino mai a farlo.
Quando sei un musicista, ad esempio, devi saperti ascoltare per capire se stai suonando bene o male. Se sei un direttore d’orchestra, devi saper ascoltare con attenzione i suoi componenti per capire se state facendo un buon lavoro. Ed è così sia nella musica che nella vita, che in tutto.
Non si tratta solo di ascoltare gli altri, che è molto importante perché ci aiuta anche a comprendere cosa realmente vogliono dirci quando ci dicono qualcosa, ma anche cosa stai dicendo tu, cosa stai provando, come ti senti.

Quando il mio stomaco brontola e cerca di imporsi rumorosamente sulla conversazione, capisco che ho abusato fin troppo del tempo di Dierdre e che è tempo di lasciarla alla sua giornata. La saluto sperando che, un passo per volta, potremmo ritrovarci in futuro all’attacco della stessa montagna da salire assieme.

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