L’erba corre quando vuole: Laura Bianchi racconta in un libro la sua nuova vita tra le piante

Durante la mia infanzia, il verbo “imparare” era usato di frequente: mio padre lo metteva in atto ogni volta che era da considerarsi disperso in un libro di storia o in un film sulla Grande Guerra, in grado di aiutarlo a conoscere qualcosa in più su quegli anni; mia nonna, invece, come racconto spesso, decise di tornare tra i banchi assieme ai suoi coetanei e rimediare alle lacune causate dalla guerra. In una delle ante del suo armadio sapevo immediatamente cosa cercare: teneva i suoi appunti tutti assieme in un piccolo raccoglitore ad anelli, e, tra i fogli, io puntavo ad una materia in particolare, la biologia.
Aveva trasformato delle semplici pagine a quadretti in una sorta di erbario, dove con un po’ di nastro adesivo aveva attaccato foglie, fiori e radici. Trascorrevo pomeriggi seduta al tavolo della cucina, mentre lei era presa dalle faccende domestiche, a sentire l’effetto che faceva passare le dita su quei rilievi. Quando arrivava la primavera e poi l’estate, ci trasferivamo sul suo ampio terrazzo e quelle stesse dita mi insegnava a usarle per curare le piante in vaso che avevano trasformato uno spazio cittadino in una giungla variegata. Era comune che poggiassi la testa inavvertitamente su una bouganville, che mi fosse chiesto di usare i fondi del tè come concime per il gelsomino o raccogliere le aromatiche per la cena, piuttosto che accertarmi che non ci fossero foglie morte tra i gerani.
Sarà stato per quelle giornate che, quando lei cominciò ad invecchiare e poi lasciarmi sola per sempre su quel balcone, aprii un cassetto di quelli dove si mettono i sogni e ci misi dentro un pezzo di terra abbastanza grande per trasformarlo in un giardino e in un orto.
Poi succede che la vita, come è giusto che sia, ti distrae e ti porta a cercare o mettere cose in altri cassetti, ma ogni volta che incappo nella storia di qualcuno che invece quel pezzo di terra l’ha trovato e l’ha trasformato in un luogo da chiamare casa, si smuove qualcosa, dentro, che mi riporta a quel sogno.

Laura Bianchi
(courtesy: Laura Bianchi)

Laura Bianchi è la protagonista di una storia di quel genere lì: brianzola, prima giornalista di moda a Milano, poi giardiniera per passione a Zoagli, sulla Riviera Ligure di Levante, si racconta nel suo primo libro, edito da Libreria Editrice Fiorentina, L’erba corre quando vuole: quaderno di campagna di una donna di città.
Che finisse a scrivere un libro, per giunta che parla di un giardino, di una grotta che diventa casa, di cibo, di un amore grande che a volte ha anche i peli e miagola o abbaia, lei che ha sempre vissuto di immagini, abiti e sfilate, mai se lo sarebbe aspettato. Poi, complice un po’ la pandemia, un po’ una provocazione del compagno francese, Marc, sono nate poco più di 200 bellissime pagine che descrivono le strane strade che certe volte la vita prende e ti fa prendere; di cambiamenti che ti portano verso la felicità; della natura che si dimostra la più grande maestra che tu abbia mai avuto; di ritorni tra i banchi di scuola per poter trarre il meglio da quelle lezioni; di piante che si trasformano in cibo grazie all’amore e alla passione, o in nuove amiche con cui dialogare; del tempo che scorre con un ritmo diverso; di te che non sei più la stessa ma sei a casa per la prima volta.

Sarà colpa di quel sogno che fa un gran fracasso nel suo cassetto, se un pomeriggio d’inverno ci ritroviamo faccia a faccia, con uno schermo che ci separa. Lei a Zoagli, nei 50 metri quadrati lordi che chiama “grotta”, dove non c’è un armadio ma c’è tutto ciò che serve. Io a Roma, in un salotto che è grande come metà di casa sua e che mi sembra strettissimo. Come mio solito, ho delle domande. Ma — forse per la prima volta — cerco anche consigli.

Laura Bianchi, “L’erba corre quando vuole. Quaderno i campagna di una donna di città”, Libreria Editrice Fiorentina, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

Nelle ultime pagine del libro scrivi di fare una gran fatica a lasciare la grotta per tornare in città. Allora sono decisamente curiosa di sapere se sei sempre una pendolare tra Milano e Zoagli, tra il lavoro e la passione.

L’evoluzione rispetto alle ultime pagine del libro è che ho poi deciso di tagliare, perciò mi sono dimessa da Repubblica a luglio e ho iniziato a vivere qui da freelance. C’è stato un momento in cui mi sono detta «basta». Per tanti motivi: prima di tutto perché sto tanto bene qui e poi, nonostante potessi scrivere al giornale di piante e giardini, il mio compito reale era legato alla moda, un mondo che ho sempre adorato ma per cui avevo perso entusiasmo.
Ovviamente in tantissimi hanno detto di ritenermi matta a lasciare il posto dei sogni per andare a fare la contadina. E forse sì, sono matta. Intanto questo è il primo inverno che faccio a tempo pieno a Zoagli, ed è bellissimo. Ogni mattina mi sveglio, guardo il mare, tenendo in mano una bella tazza di caffè e mi dico che è giusto così.

(courtesy: Laura Bianchi)

Ritornando invece al vostro primo incontro, intendo quello tra te e quel pezzo di paesaggio che ora chiami casa: come nasce la vostra storia?

Ho sempre amato la montagna e ho sempre sognato di avere una casa sul lago di Como, essendo comasca di origini. Per molti anni, perciò, sono stata alla ricerca di un posto da quelle parti, un pochino più alto rispetto al lago, dove potessi comunque ammirarlo. Ma la realtà è che ero parecchio dipendente dal mio lavoro e, nonostante ti abbia detto di aver passato molti anni a cercarlo, di visite ne ho fatte pochissime, forse cinque o sei. A ciò si è aggiunto il mio incontro con Marc [compagno di Laura, designer con la passione per la cucina, ndr], bretone, con un passato di vita al mare e in città come Tokyo, Parigi, Firenze e Milano: al primo appuntamento avevo pensato di portarlo nel mio posto del cuore, perciò a Brunate, proprio da quelle parti, ma l’idea di salire in montagna lo ha mandato completamente nel pallone e io ho capito che, per amore, la vita sulle montagne del lago di Como era da accantonare.
Poi ci si è messa la vita, e mentre ero in bicicletta ho avuto un incidente con un pulmino — non proprio una cosa piacevole, dove ha sicuramente avuto la meglio il pulmino, non la mia spalla, che ha avuto bisogno di ferri esterni per diversi mesi. Non potendo lavorare, guidare o altro, per sfogarmi prendevo il treno da Milano per la Liguria e arrivavo dalle parti di Zoagli, dove avevo ricordi di amiche e momenti passati con loro.
Dopo diverse camminate, ho cominciato a pensare che in fondo quello poteva essere il posto giusto, perché c’erano sia il mare che la montagna, e quando ci ho portato Marc, un weekend, con la scusa di vedere amici a Camogli e fare un giro in barca, se ne è innamorato anche lui. Nel frattempo io davo un’occhiata a cartelli di posti in vendita e, telefonata dopo telefonata, ho trovato “lei”, la grotta, ed è stato amore a prima vista.

(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)

«Magari, col senno di poi, semplicemente volevano [i fili d’erba, ndr] impedirmi il passaggio, volevano che restassi “fuori”, e che, soprattutto, non vedessi il mare. Perché loro stavano bene lì anche prima che io decidessi di restare».
Racconti così i primi momenti nel giardino e si ha la sensazione che tra voi stia iniziando una relazione sentimentale tra opposti, perché tu per prima ti definisci come tutto tranne che “biofila”, ma è uno di quei rapporti che con il tempo trovano per amore una lingua adatta ad entrambi per riuscire a comunicare. Anche se quella vita la volevi fortemente, ti sei comunque sentita un’intrusa all’inizio?

Assolutamente sì! All’inizio qui non c’era veramente nulla, se non un rubinetto basso che poi è diventato il bidet. Era tutto molto selvaggio e il primo inverno lo abbiamo trascorso senza riscaldamento. Ogni venerdì sera, nel mio look da milanese, aspettavo che Marc mi passasse a prendere in redazione e scendevamo qui. Anche solo durante il tragitto dalla macchina alla grotta riuscivo a infangarmi scarpe e abito!
Mi sentivo un’estranea, ma qui sono sempre stata accolta sia dalle persone che dalla terra. Questo posto mi ha dato subito quell’energia che mi ha fatto sentire a casa, io che a casa non mi ci sono sentita mai, tra viaggi di lavoro e amori all’estero.

(courtesy: Laura Bianchi)

Nel libro cerchi giustamente di capire da dove arrivi questo legame con la terra che non credevi di avere. Pensi a tua nonna, che però hai vissuto per pochissimi anni a causa di un litigio tra lei e tuo padre, lei che ti portava nei campi di mais a raccogliere pannocchie dimenticate dagli agricoltori, a sgranarle poi e darle alle galline. Anche i tuoi genitori sono decisamente da scartare. Ma allora da dove arriva questo richiamo che ti ha fatto fermare proprio lì?

Non ho alcuna idea del perché sia stato proprio questo pezzo di paesaggio a fermarmi. In realtà di tentativi ne avevo già fatti tanti, in primis con il lavoro, poi con gli sport, ma erano cose che mi dovevo autoimporre per stare bene. Mentre qui mi basta anche solo respirarla, la natura. Perché sia stata “lei” non lo so, ma forse è perché è un po’ il principio di ogni cosa: non sono una persona credente, ma credo molto in Madre Natura, di essere parte di questa cosa, e il nostro è stato in qualche modo un ricongiungimento.
Se la vedessi da fuori, la mia vita è abbastanza un sogno, per le persone che sognano come me, quelle a cui piace la natura, l’isolamento. La verità — che mi fa anche un po’ paura dire — è che è un sogno anche vista da dentro. Un sogno in cui tutte le mattine mi alzo e mi sento benedetta. Ovviamente ci sono i problemi, come quelli economici perché bisogna far quadrare i conti, anche quelli legati alla natura perché, visto così, il mio giardino è bellissimo, ma dietro c’è un lavoro pesante e faticoso, che per scelta faccio io. Eppure ringrazio la natura ogni giorno per questa vita che mi sta facendo vivere, e mi sento effettivamente la protagonista del libro che ho scritto.
Ho scoperto, infatti, cercandolo nelle librerie, che viene messo nella sezione delle autobiografie e biografie, eppure io volevo solo raccontare una storia. Anzi, a dire il vero, non sapevo nemmeno che dal diario tenuto durante la pandemia ne sarebbe uscito un libro, ma ho comunque provato a mandare il manoscritto ad alcune case editrici che sentivo affini a me, e ho ricevuto una risposta positiva dalla Libreria Editrice Fiorentina.

(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)

«Perché qui non si va al gattile per avere un animale. Qui arrivano da soli, sono loro ad adottare te, per il tempo di un pasto o per sempre. Vanno, vengono, sono tuoi e dei vicini e di nessuno. Sono soprattutto di sé stessi e del posto, al quale appartengono. Proprio come me. Hic et nunc. Qui ed ora».
Nove, Emog, Rossina sono per te i tuoi primi animali in assoluto, come sta andando questa esperienza con loro?

La Rossina [una bellissima gatta, ndr] purtroppo non c’è più. Era affetta da un cancro che abbiamo provato a curare fino alla fine ma abbiamo dovuto lasciarla morire l’ultimo giorno di autunno. Adesso riposa sotto il ciliegio più bello e ogni giorno la salutiamo a modo nostro.
Prima di loro io non avevo mai avuto animali, anche perché a casa mia nemmeno l’ipotesi di averli era presa in considerazione, e neanche a me piacevano particolarmente. Poi c’è stato un viaggio a Parigi assieme a Marc, in cui siamo stati da amici che ci hanno lasciato casa, chiedendoci di tenere il loro gatto, Norbert: la mia conoscenza sulla cura dell’animale era così poca che mi chiedevo come facesse in casa ad andare in bagno, quanto dovesse mangiare, e come fare a darglielo. Mentre io googlavo per cercare informazioni, Marc invece era più a suo agio perché ha sempre vissuto con animali. Ma una mattina mi sono svegliata, ritrovandomelo sulla testa e me ne sono innamorata.
Quando sono tornata a casa, da vera nerd, ho comprato innumerevoli libri sui gatti, mi sono iscritta a tutti i gruppi Facebook per gli animali e ho anche cominciato a fare domande ad una psicologa animale, una ragazza del canile di Milano, Simona, sulla possibilità di prenderne uno. Insomma, dopo poco è arrivato Nove. Abitavamo ancora a Milano e, come me, il gatto faceva il pendolare. Dopo di lui si sono aggiunti i suoi simili del posto, che vanno e vengono o rimangono, Emog, il cane di mia suocera che è diventato parte della famiglia dopo che lei è venuta a mancare, e infine Nutella, una bellissima cagnolina che si è aggiunta a noi a Natale. Adesso non posso fare a meno di nessuno di loro, sono parte del paesaggio, sono parte di noi, sono una presenza indispensabile, soprattutto nei momenti più duri.
I miei genitori mi hanno sempre insegnato a vedere il mondo come una sorta di piramide al cui apice c’è l’uomo e sopra di lui solo Dio, se ci credi. Qui invece siamo tutti sullo stesso piano, noi e gli animali, anche quelli del giardino.

(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)

Un giorno tua mamma torna dal fare la spesa in paese e ti racconta di aver scoperto che tutti ti chiamano “La Francesina”, visto che tu e Marc comunicate in francese tra voi. Lei è un po’ infastidita perché vorrebbe che ti chiamassero “La Lombarda”, dato che è da lì che vieni. Ma tu invece come vorresti essere chiamata?

“La Francesina” mi piace, mi fa anche molto ridere perché non sono più giovanissima e lo comprendo perché a darmelo come soprannome sono persone di 80, 90 anni, perciò ci sta. Penso sia una cosa della campagna quella di darsi nomi, o soprannomi che siano, e mi ha fatto molto piacere.
Mi piace anche il nome che mi sono scelta su Instagram — @thegardeneditor — perché rappresenta un po’ quello che voglio diventare da grande: amo coltivare la terra, la natura, produrre e autoprodurre, ma amo così tanto queste cose proprio perché posso raccontarle. Trovo che ci siano ancora un milione di storie da raccontare nel mondo botanico e vegetale, soprattutto in Italia, dove ci sono testate classiche con un target anziano, un target che piano piano sta anche scomparendo. Manca una cura editoriale diversa, a mio avviso.
Con una mia ex collega, Cristina, abbiamo creato una società, Gurīn, che si occupa di fornire storytelling alle aziende: abbiamo pensato tantissimo a cosa fare, tra cui anche un giornale indipendente, ma abbiamo preferito concentrarci sulla notizia che volevamo raccontare e capire chi potesse essere interessato per darci voce. Recentemente, ad esempio, abbiamo organizzato un talk per Pitti Fragranze, mettendo assieme un botanico e una stilista per parlare di sbagli creativi. Ci piace come formato, perché nei festival o agli eventi, le persone, a prescindere da quante siano, sono lì per te, ti scelgono e c’è anche un rapporto di scambio che con la carta stampata una volta c’era ma si sta perdendo. Adesso preferisco concentrarmi su cose che mi appassionano e mi interessano, così come spero possano interessare altri, dando meno importanza al mezzo. Già “chapeau” se me la fanno fare!

«Perché il silenzio le fa male, lo reputa sconveniente e poi le piace esser al centro dell’attenzione e al tempo stesso sapere tutto di tutti».
Descrivi così il rapporto tra tua madre e il silenzio, ma a te quanto è mancato durante la tua crescita?

Tantissimo, considerando che sono cresciuta in una casa dove c’erano prima moltissime radio, adesso moltissimi televisori. I miei genitori hanno bisogno dei rumori intorno, di riempire lo spazio e infatti succede spesso che a casa mia si parli l’uno sopra l’altro, ci si interrompa, non ci si ascolti o si debba parlare a voce molto alta per schivare il rumore della televisione costantemente accesa. È un continuo buttar fuori informazioni e, allo stesso tempo, nelle nostre conversazioni c’è molto disagio: mia madre non sa bene cosa chiedermi, quando parliamo, eppure crede che sia sconveniente non chiedermi nulla. Quella tendenza a “mangiare sull’altro” che ho imparato da piccola mi ha creato all’inizio qualche problema anche a lavoro, perché ero aggressiva e ho dovuto lavorarci su.
Il silenzio perciò rimane ancora oggi una cosa difficile, perché stare bene in silenzio significa stare bene con te stessa. Però l’ho certamente rivalutato, perché a casa mia era una roba da sfigati, per gente introversa e un po’ sfigata. Invece adesso ho scoperto l’importanza di riuscire a dire «Non lo so» e non dire niente. So che nel mio lavoro mi pagano anche per riuscire a dare delle risposte, ma si può anche dire «non lo so, poi mi informo», «non lo so, ci penso». È una gran fatica avere sempre la risposta pronta per tutti e per tutto.

(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)

«Sono sicura che ora, conoscendoci, metterebbero me a spingere. Bruno, con la confidenza di poi, mi dice che sono un trattore e che non ha mai visto una signorina lavorare così».
Uno dei primi giorni, tu e Marc rimanete impantanati con la Smart e Bruno e Manuel, i tuoi anziani vicini e poi anche amici, vi danno una mano. Si ha sempre l’idea che le persone che vivono fuori dalla città e dalle sue dinamiche abbiano una visione piuttosto chiusa del mondo, eppure Bruno si ricrede subito vedendoti lavorare nel giardino. Non saremmo mica caduti in un luogo comune e forse quelli più chiusi stiamo diventando noi della città?

Penso che quelli della città tentino sempre di essere meglio rispetto agli altri: si arriva in campagna e si pensa che la gente del luogo non sia informata, non sia in grado di capire come gira la vita, solo perché non si trova in città dove tutto succede. Se invece ti fermi a parlare con loro, ti rendi conto che ci sono persone come Bruno, che è il più moderno di tutti, lui che a 90 anni spacca ancora la legna, guida, va in montagna, si fa le vacanze da solo e aveva anche una compagna che ha scaricato perché non attiva come lui.

«Ma il ciliegio lo voglio subito. Voglio — volevo — tutto e subito e mi sono dovuta, sempre subito, ricredere. In natura non è proprio possibile».
Quanto è radicato in noi questo bisogno di avere tutto e subito? Credi si possa superare?

Credo sia radicato tantissimo in tutti noi: la mia vita precedente era scandita dal lavoro, tutto ruotava intorno a quello, che fossero gioie, dolori, soddisfazioni, tempo libero.
In una vita di quel tipo ti devi dare degli obiettivi: a 30 anni voglio diventare giornalista professionista, a 35 anni voglio diventare caposervizio, ecc. Continuavo così e mi davo dei ritmi per poter riuscire a sopravvivere nel mondo della moda e del lavoro. Fermarmi o rallentare era per me un simbolo di debolezza, adesso invece imparo dalla natura che ci vuole tempo, non perché ho deciso io di essere più lenta o meno efficace, ma semplicemente perché per fare certe cose bisogna seguire dei ritmi che non detti tu, essere umano.
In questa parte della mia vita, la lentezza è bellezza. Ha un valore importante e condiviso anche con Marc.

(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)

«Ora scrivo, anche. Di piante e fiori. E non ho vergogna a non saperlo fare, non ho paura di sbagliare».
Ad un certo punto ti fai coraggio e cominci a usare le parole non solo per te stessa, nel diario, ma anche verso l’esterno, a scoprirti in una nuova veste: come è stato questo passaggio? È una forma con cui sei riuscita a sentirti a tuo agio?

Questo passaggio è avvenuto con la leggerezza di un bambino, perchè qui mi sento veramente rinata. Nel mio lavoro precedente avevo 30 anni di esperienza, avevo un ruolo definito e coordinavo moltissime persone, perciò sbagliare e non avere la risposta pronta era da scartare. Scrivere per me era invece un’attività completamente nuova.
Avevo cominciato un pochino quando frequentavo la scuola agraria a Monza e mi consideravo come l’ultima delle assistenti. La mia editor è stata Elisabetta Muritti, una che considero “una penna della Madonna”: presentarle i miei pezzi era come mostrare dei servizi di moda ad Anna Wintour, le bastava toccare una virgola e un verbo e trasformava il pezzo in qualcosa di meraviglioso. Se non avessi affrontato tutto con l’anima di una bambina o di un’assistente di primo pelo, non avrei mai pensato di passare ad Elisabetta un mio pezzo, perché mi sarei vergognata tantissimo. Poi ho capito che avevo il mezzo giusto — La Repubblica — per poter scrivere e raccontare agli altri di piante e giardini, un editor da cui potevo imparare e perché allora non provare? Ed è andata così bene che ora, quando mi capita di scrivere di meno, ne sento la mancanza.

«Lascio che siano le piante a comandare. Quelle che sono capaci, ovviamente. Loro sono come le persone. Gran bei caratterini. Ognuna il suo, nessuna uguale. Per fortuna io posso parlarci e a volte mi rispondono. Non con le parole, potremmo fraintenderci. Lo fanno nel modo più naturale che esista. Reagendo. Io penso, chiedo loro. Poi aspetto. Aspetto ancora. E ancora. Non hanno fretta e se voglio un dialogo, non devo averla nemmeno io».
Non sembra affatto il modo invece con cui comunichiamo noi esseri umani, cosa potremmo imparare da loro?

Una cosa che ho imparato dalle piante è il fatto di perdonarsi. Perdonarsi delle cazzate che puoi dire o che possono dire gli altri. Il loro linguaggio l’ho dovuto imparare, osservando e aspettando, ma facendo anche delle prove, molte delle quali non sono andate a buon fine. Perciò ho capito che l’unico modo era non avere paura di fare, anche cose sbagliate, e quando si sbaglia, saper poi dire con naturalezza, dopo, «okay, ho sbagliato!». Ovviamente non è sempre facile, perché ci sono certi ambienti in cui ammettere di aver sbagliato significa che sei fuori, però avere quel coraggio lì e dare una motivazione è una bella rottura socioculturale.

(courtesy: Laura Bianchi)

Ad un certo punto anche tu ti devi scontrare con il fatto che forse sei partita da Milano con una visione parecchio bucolica di quanto ti aspettava e quando i cinghiali invadono e fanno danni, sei costretta a tagliarli fuori. È stato un sogno che si infrange o una lezione di umiltà?

La redattrice di moda che è in me era convinta che sarebbe stata una passeggiata, poi invece ho dovuto capire che si devono saper far dei compromessi con la propria coscienza. Il mio giardino doveva essere per tutti, ma poi è risultato evidente che tutti non ci potevano stare, dovevo scegliere, e cominciare a comprendere — io che sono vegetariana e indico alle formiche la via di uscita piuttosto che ucciderle — fenomeni come la caccia controllata.
Mi sono scontrata con quei compromessi anche quando ho dovuto seppellire un uccellino che era morto: arrivi da Milano il venerdì sera nel tuo giardino fiorito e non capisci, perché ti aspetti che gli uccellini non muoiano, piuttosto cantino. Perciò devi venire a patti con la morte, che fa parte della vita e che è dura da accettare. In campagna si muore in un altro modo, le persone si stringono vicine, si danno supporto, mentre in città c’è il culto della giovinezza, la morte è un tabù.

A proposito di città, in molti passaggi del libro sono evidenti i riferimenti che fai alla tua vecchia vita, al tuo vecchio lavoro che torna in paragoni e similitudini. Ci sono momenti in cui quella vita lì ti manca?

No, in assoluto. Me lo chiedono anche le mie amiche, e io ho molto pudore a dirlo perché sembra che qui abbia una vita perfetta, cosa che ovviamente non è. A Milano ci torno per lavoro, sono sempre connessa in qualche modo con la città. Ma la vita cittadina non mi manca, perché ho trovato il mio posto qui. Forse lo dico anche perché so di poter riavere tutto se un domani mi mancherà, o che se ho voglia di vedere una mostra posso tornare.
Ci sono pro e contro come in tutte le cose: per esempio non abbiamo riscaldamento, perciò devo fare la legna spesso, ma non mi pesa. Non mi manca nemmeno la colazione al bar, ecco.

(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)
(courtesy: Laura Bianchi)

«Perchè tutto gira intorno a questa visione antropocentrica del mondo. Basta non fare male alle persone e si è buoni. Al massimo non facciamolo alle api, che è tanto di moda proteggerle solo perché lo si sente in giro».
La tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, o la lotta ai cambiamenti climatici sono diventate una moda o semplicemente non c’è più la stessa sensibilità di prima in alcuni casi. Come ne usciamo? Come si fa ad aiutare le persone a prendere coscienza dell’importanza di certe cose?

Ammetto di non sentirmi nella posizione di poter dare soluzioni concrete. In fondo chi sono io?
Però posso dirti che una delle prime cose che mi hanno scioccata, qui, riguarda le zucchine: sono partita dal seme, le ho trapiantate, le ho fatte crescere, le ho curate con trattamenti biologici e sono arrivate, così tante da regalarle. Poco dopo sono passata dal fruttivendolo e ho notato che costavano 99 centesimi al chilo: il mio primo pensiero è stato che fosse impossibile, ma soprattutto non sostenibile.
Mi rendo conto che ho sviluppato un rispetto diverso verso il cibo, perché ora so la fatica che c’è dietro. Non mi permetto più di buttare una mia zucchina, né un pacco di pasta che sta scadendo. Così come, provando per la prima volta a fare il cemento per costruire dei muretti a secco, comprendo il lavoro di Tony [tuttofare albanese che aiuta spesso Laura, ndr].

Tra il giardino e altre attività manuali come l’intrecciare piante, leggere libri di botanica o simili, scrivi spesso di perderti, ma subito ritorni sulla terra, ricordandoti che il tempo passa per tutti, anche per te, che certi mutamenti del giardino non li potrai vedere in questa vita, ringrazi anche il telefono che con le notifiche ti riporta alla realtà. Quanto ti fa paura la felicità?

Non mi fa paura, mi fa paurissima. L’ho già detto tantissime volte ma ho molto pudore a parlare della mia storia, perché per il momento è una storia felice. Se la mia vita dovesse finire qua, ne è valsa la pena anche solo per questi mesi passati qui.
Quello che vorrei trasmettere, con questo libro, è che se si sogna forte e ci si crede veramente, si può arrivare a essere felici. Anche in modi completamente diversi, perché la mia felicità può essere l’angoscia per un altro. L’importante però è non arrendersi. Ci credo veramente a questa cosa, non è una roba da pre-menopausa. Una vita di rimpianti non la auguro a nessuno.


Laura Bianchi, “L’erba corre quando vuole. Quaderno i campagna di una donna di città”, Libreria Editrice Fiorentina, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

Fuori si sta facendo buio. Lo capisco dal fatto che entrambe ci siamo già prese una pausa per accendere la luce. Non voglio abusare del tempo di Laura — con le persone appena conosciute ho sempre questa sensazione di essere un’intrusa nella loro giornata — perciò le faccio qualche altra domanda, ma so come concludere.

Qualche giorno fa, ho letto su Facebook un post di Cecilia Strada, che recita così:
«Allora, stasera mi viene proprio da dirvi una cosa. Una cosa che dico ai miei grandi amori quando sono tristi e fanno quelle e quelli che “Eh, ma ormai”. La cosa è questa: “ormai”, un corno. Mia madre aveva 47 anni quando ha fondato Emergency e ha iniziato, diceva lei, la sua vita numero quattro. Ho amici di 60, 70, 80 anni che quest’anno hanno messo in mare una nave e iniziato la loro vita numero X. Io pure sto iniziando la mia vita numero cinque. “Ormai” non esiste proprio. Se si hanno dei sogni e un po’ di amici per realizzarli… ormai un corno. Perciò sognate, amici, sognate quel che volete realizzare. E realizzatelo. Daje forte voi!».

Gliela leggo, lei sorride e capisco che si ritrova in ogni singola parola, anche se poco dopo me lo conferma a voce alta. Sa bene cosa significa sognare e poi ritrovarsi con qualcosa tra le mani, scoppiare di felicità tanto da avere paura di dirlo anche a sé stessa. E grazie alle sue pagine, e a queste due ore passate assieme, comprendo che ora tocca anche a me riaprire certi cassetti che fanno un gran rumore.

Laura Bianchi, “L’erba corre quando vuole. Quaderno i campagna di una donna di città”, Libreria Editrice Fiorentina, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

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