Il grande libro degli autobus: intervista a Roberta Balestrucci Fancellu

La storia degli autobus comincia con l’omnibus che nel 1600 rivoluziona il trasporto pubblico con un concetto nuovo, quello di un mezzo, come dice il suo nome, per tutti.
Dal classico Type 23 francese prodotto da Citroën al GMC 6000 (il tipico scuolabus americano), dal coloratissimo Bedford Rocket che unisce le zone rurali in Pakistan al Ford Chica che scala invece le ripide strade tra le montagne colombiane, il libro ripercorre la storia di un mezzo di trasporto divenuto popolare per gli spostamenti dei lavoratori, dei turisti, degli studenti. 
Non mancano, ovviamente il Doubledecker inglese e il super coach Greyhound realizzato in Australia, ma anche GM TDH-3610 a bordo di uno dei quali Rosa Parks, il primo dicembre 1955 pronunciò lo storico «no».

Il grande libro degli autobus
AUTRICI
Roberta Balestrucci Fancellu, Alice Coppini
EDITORE
Sinnos
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Roberta Balestrucci Fancellu è un’autrice curiosa, nel vero senso della parola, attirata da mille interessi. Ogni volta che ho parlato con lei ho scoperto una sua vita precedente.
Se parli con lei di basket, lo ha praticato. Parli di musica, ha suonato il basso. Parli di bicicletta, ha ovviamente la passione della bicicletta. 
Ora è appena uscita con questo bel libro sugli autobus: Il grande libro degli autobus, illustrato da Alice Coppini.
Vuoi vedere che ha anche un passato da autista di autobus? Ho pensato di chiederglielo.


Dai, toglimi subito il dubbio: cos’hai a che fare tu con gli autobus? Non dirmi che hai la patente D e che hai guidato dei Gran Turismo!

E se ti dicessi che invece è così? Quando ero piccola i miei genitori avevano un’azienda di autobus gran turismo, e se si voleva girare l’Europa, quando ancora non esisteva il low cost, l’azienda “Balestrucci” era l’unica possibilità di movimento per le grandi comitive. Oltre a questo, però, mio nonno paterno, diede vita a una serie di linee per studenti. Su una di queste, ancora attiva tra l’altro, che univa i paesi di Pozzomaggiore, Mara e Padria, si conobbero i miei genitori, e sia io che mia sorella imparammo a guidare il 12 metri che veniva utilizzato per il trasporto degli studenti. Avevo 9 anni, non puoi immaginare la gioia e l’emozione nel tenere quel volante in mano: era più grande di me! Grazie ai viaggi di mio padre, poi, abbiamo imparato a guardare il mondo con altri occhi, appassionarci alle storie grazie ai suoi racconti. 
Inoltre sia d’estate che d’inverno non ci si annoiava mai, perché quando mio padre non era in viaggio, mi portava con sé nella rimessa, ed è lì che mi ha insegnato a usare taglierina e forbici: i cognomi sulle fiancate degli autobus venivano ricalcati con la carta carbone sulla carta adesiva, poi ogni singola lettera, e i rondinoni (simbolo dei Balestrucci), venivano ritagliati uno a uno, e poi attaccati con attenzione sulle fiancate dei mezzi. La parte più bella? Beh, quando c’era da rifoderare i sedili, e quindi giocare con colla e tessuti, ma questa, è un’altra storia! 

Roberta Balestrucci Fancellu, Alice Coppini, “Il grande libro degli autobus”, Sinnos, 2021
(foto: Davide Calì)

Scherzi a parte, finora ti ho conosciuto soprattutto come autrice di biografie, dalla graphic novel sul poeta nigeriano Ken Saro Wiwa alla trilogia che hai firmato per HOP sulle pazze (Pazze, tra genio e follia), le assassine (Perfide) e le donne dimenticate alla storia (Storie di grandi uomini e delle grandi donne che li hanno resi tali). 
Come ti è venuta l’idea di passare alla storia di un mezzo di trasporto?

Per quest’idea, in realtà, è stata complice una borsa di studio che ho vinto con la Film Commission Sardegna. Chiedevano di raccontare la regione attraverso una sceneggiatura che parlasse di storia e paesaggio, e io allora ho deciso di raccontare la storia dei miei genitori, di come si fossero conosciuti da giovani su un autobus, e tutti gli escamotage che attuavano per sentirsi e vedersi (in quegli anni non c’erano mica i cellulari!). È stato quando in uno degli incontri ho pitchato la mia storia, che mi è stato fatto presente che avrei dovuto prevedere una storia in costume, e ricercare anche un modello di autobus consono per quegli anni. Hai presente quando ti si accende una lampadina? Ecco, è stato così che ho ripensato ai racconti di mio padre, e guardando tra le foto scattate un po’ in giro (quando andava all’estero armato di macchina fotografica, mio padre non faceva foto ai monumenti, ma solo ai piazzali con i pullman!), ho pensato di raccogliere un po’ di notizie, e di ispirarmi non solo alle immagini, ma anche ai modellini che avevo in casa. Insomma, mi sono resa conto che c’erano tante storie e avvenimenti importantissimi che sono passati dagli autobus, a partire da Claudette Colvin e Rosa Parks, Jack Kerouac fino ai Beatles, quindi perché non raccontarle? 

(foto: Davide Calì)
(foto: Davide Calì)

Tu in realtà poi una passione per un mezzo di trasporto ce l’avevi già, tanto che gli hai dedicato due libri (Margherita Hack, Beccogiallo e Annie. Il vento in tasca, su Annie Londonderry, Sinnos): la bicicletta!
Le due passioni sono in qualche modo legate? E c’è comunque un legame, secondo te, tra questi due mezzi così diversi?

Credo che un legame ci sia, e che sia anche molto forte. Quando ho raccontato le storie di Annie e Margherita, ho lavorato molto anche sulla complicità che si crea tra ciclisti e viaggiatori, ed è poi la stessa che nasce tra passeggeri e autista. Certo, magari ora meno, ma il fatto di parlarne, di raccontare questo fenomeno di comunità viaggiante, mi porta a sperare che si possa ripristinare come un tempo. Sono mezzi di trasporto, di condivisione. Per me gli autobus sono dei crocevia mobili dove si può incontrare chiunque, e durante lunghi percorsi, quando arrivi alla meta, alla fine hai sempre un amico in più.

Come ti sei documentata? Come hai scelto gli autobus? Ne hai uno preferito? Ci sono dei modelli che hai escluso?

Ho raccolto circa una sessantina di modelli, poi con Federico Appel, l’editor di Sinnos, abbiamo fatto una scelta basata sull’unicità di ogni mezzo, e sulle storie che avevano da raccontare. Lì poi mi sono andata a cercare varie informazioni tecniche e storiche, ho usato alcune foto, e letto un po’ di materiale specifico sulle aziende di produzione e come lavorassero per rendere più comodi e fruibili i mezzi di trasporto.
Gli autobus che preferisco sono diversi, ma quelli che vincono sono sicuramente il Currus Cityrama, di cui esistevano solo tre esemplari. Il Currus era un autobus utilizzato per i turisti solo nella città di Parigi, presente in soli tre modelli, che grazie alla sua struttura totalmente in vetro, permetteva di avere una visuale a 360° sull’intera città, e trasmetteva informazioni in otto lingue diverse. Lo adoro perché ha qualcosa di magico, a volte penso che Jules Verne sia stato uno dei primi ad averlo pensato, ma ovviamente è solo una mia idea.
L’altro invece è l’O 10000 della Mercedes, perché da un mezzo pensato per trasportare i soldati del Reich in guerra, è diventato poi un mezzo non di distruzione ma a servizio delle comunità, visto che fu subito dismesso a causa dei costi, ma poi utilizzato come ufficio postale mobile fino alla fine degli anni ottanta.

(foto: Davide Calì)
(foto: Davide Calì)

Il viaggio più lungo che hai fatto in autobus?

Non so se sia stato quello da Bacau, Romania, fino a Bologna, o da Istanbul a Gaziantiep. Una cosa è certa, entrambi sono stati indimenticabili!

Con cos’altro ci stupirai al prossimo libro? Un illustrato sull’idraulica? L’agricoltura idroponica? I cavalli? 

In realtà con il prossimo sarà bene tenere il naso all’insù, niente comete in arrivo, tranquilli, ma tornerò con una collaborazione speciale con Luogo Comune, quindi… PREPARATEVI! 

(foto: Davide Calì)
(foto: Davide Calì)
(foto: Davide Calì)
editorialista
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