Gente di montagna, Franco Faggiani raccoglie in un libro storie comuni dalle “terre alte”

C’è un fenomeno in montagna che mi affascina fin da quando ero piccina: sembra improvvisamente che le persone imparino a essere gentili le une con le altre e decidano di dimostrarlo con un gesto che raramente usano in città: il saluto. Che sia una famiglia di più componenti, una coppia sposata di anziani, solitari escursionisti di altre nazionalità, nessuno abbassa lo sguardo verso il sentiero, anzi, si illumina per qualche secondo, il tempo necessario per un buongiorno o un salve e poi continuare per la propria strada.
L’ho sempre visto fare ai miei familiari e/o amici, ma la cosa non ha mai smesso di riempirmi di un certo ottimismo per il futuro della nostra specie. Certo, è un gran peccato che avvenga solo in quella dimensione e non in quella urbana, dove forse ne avremmo più bisogno. Ma superato quel momentaneo lapsus di realtà, di solito quel saluto ad uno sconosciuto diventa l’incipit per rallentare, fermarsi ad allacciare uno scarpone, scambiarsi informazioni sul percorso, fare un pezzo di strada assieme, donare un pezzetto di quella tavoletta di cioccolata che sembrava troppa da consumare da soli fin da quando l’abbiamo presa dallo scaffale del supermercato e, infine, ritrovarci con un amico in più. 

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

Per me che reggere la fatica è sempre stato un tasto dolente, creare quei legami è una mano santa per permettermi di fare anche cose più difficili: una domanda tira l’altra, la mia curiosità cerca di contenersi educatamente, alla fine sono lì che racconto della mia vita personale a perfetti sconosciuti o perfette sconosciute, e mi piange il cuore a pensare che, sì, ci sono tanti modi per tenersi in contatto al giorno d’oggi, ma nessuno ci darà indietro quei chilometri camminati assieme, quei panorami, quell’apertura che viene naturale nelle terre alte, quell’ebbrezza dell’avere tutto da scoprire dell’altro. 
Ci metto un po’ ma poi ci arrivo: che ci sentiremo nuovamente o meno può avere rilevanza, ovviamente, ma intanto ho creato un legame, ho conosciuto una storia diversa dalla mia, magari sono stata anche utile dispensando consigli pseudomaturi, mi sono sentita meno sola e soprattutto ho imparato qualcosa. 

Sono giunta a questa conclusione con ancor più convinzione dopo aver letto Gente di montagna, una raccolta di racconti dalle Alpi che a tenerlo tra le mani sembra un diario di viaggio, edito da Mulatero Editore e farina del sacco di Franco Faggiani, lo scrittore romano trapiantato a Milano noto per La manutenzione dei sensi e tanti altri bei romanzi ambientati nelle terre alte.

Sono 35 storie corredate dai disegni di Francesco Pavignano e da una bellissima sovraccoperta di Tundra Studio (da esplorare a parte). 35 incontri che Faggiani ha fatto con persone comuni che nelle Alpi hanno ereditato una vecchia vita, l’hanno scelta in un secondo momento o la dividono con la città. Non si tratta di esploratori, alpinisti, conquistatori dell’inutile — per citare il titolo di un libro di Lionel Terray, ma persone che coltivano, allevano, intagliano il legno, dipingono, camminano, corrono, tracciano nuovi sentieri o si prendono cura di quelli già esistenti e chi più ne ha più ne metta.
Ci sono moltissimi spunti per comprendere la montagna e le persone che la vivono attraverso le loro storie, e avevo voglia di confrontarmi con qualcuno al riguardo, così ho pensato di disturbare Faggiani stesso, al telefono, in una mattinata di un ottobre umido e tipicamente romano.
Immaginateci camminare assieme con le mani dietro la schiena, un sentiero circondato da alberi in pieno foliage e due sconosciuti che si sono incontrati per caso e che si danno già del tu, perché, se non fosse stato per la distanza, sarebbe andata così. 

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

In questo libro racconti 35 storie ma ammetto di aver sentito la mancanza di una in particolare, la tua.
Ti va di raccontarmi come hai scoperto la montagna e che rapporto hai con lei?

Il mio rapporto con la montagna nasce tantissimi anni fa. Sono nato a Roma e ho vissuto lì fino all’età di 14 anni, quando mi sono poi trasferito a Milano e fino a quel momento l’unico monte che avevo visto era Monte Mario, che era proprio di fronte a casa mia.
Non conoscevo nessuno in questa nuova città e la prima persona in cui sono incappato, e che è poi diventato un mio carissimo amico, andava in montagna ad arrampicare. Così, improvvisamente, da un giorno all’altro, senza aver mai visto prima neanche una piccolissima altura, mi sono trovato sulla Grigna — che per i milanesi rappresentano le Dolomiti, a 50 minuti dalla città —, catapultato tra queste pareti rocciose ad arrampicare anche io con lui.
Dato il fatto di essere sopravvissuto e di aver apprezzato l’esperienza, non potevo fare altro che ripeterla all’infinito. Negli anni ho fatto poi tutti gli sport possibili e immaginabili, dalle corse in montagna allo scialpinismo, allo sci di fondo e al trekking. Recentemente, a causa di ragioni anagrafiche, sono passato dalle esplorazioni verticali a quelle orizzontali, perciò ora mi dedico principalmente a lunghe camminate, esplorazioni di boschi e simili. Ovviamente in tutti questi anni la cosa che mi è sempre piaciuta e che mi piace ancora è quella di incontrare le persone, perché sì, i paesaggi sono meravigliosi, così come raggiungere le cime e le vette, ma loro sono sempre lì, se ci torno fra un mese o fra un anno poco è cambiato — anche se i cambiamenti climatici mettono a dura prova l’ambiente; mentre le persone che incontro sono legate al destino, magari le vedi quella volta lì e mai più. Se non passi in quel momento, non incontri quella persona, probabilmente ti sei perso qualcosa.
Ad oggi, comunque, ho base a Milano ma grazie ai miei suoceri, che purtroppo non ci sono più, appena posso scappo in una casa di proprietà di famiglia in Alta Val di Susa. La mia fortuna è che faccio un lavoro davanti al computer, perciò non ho bisogno di un ufficio, mi basta avere uno spazio in cui poter scrivere.

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)
Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

Come è nato invece questo libro? Come si sono incrociati il tuo percorso con quello di Mulatero Editore che lo ha pubblicato?

Me li ha presentati un amico in comune, Maurizio, libraio della libreria La Montagna a Torino. Era l’anno in cui uscì La manutenzione dei sensi, il mio primo romanzo con Fazi Editore, ed eravamo al Salone del Libro, quando Maurizio voleva presentarmi un amico. Si trattava di Davide Marta, che gestisce assieme a sua moglie Simona la casa editrice.
I libri di Mulatero Editore li conoscevo da moltissimi anni: uno dei primi libri che hanno pubblicato si intitolava Il mio bimbo scia ed era opera di Enrico, padre di Davide e fondatore della casa editrice. Davide, invece, nel frattempo aveva avuto il piacere di leggere La manutenzione dei sensi e voleva creare qualcosa assieme sulla montagna. Il problema è che non mi veniva in mente un argomento specifico da proporre, anche perché loro del mondo della montagna avevano già trattato molto nei loro libri.
Un giorno credo che Davide sia incappato nel video di una mia presentazione di uno dei romanzi che ho scritto, e mi ha sentito raccontare che la cosa che mi piace di più, quando vado in montagna, è incontrare persone. Subito dopo mi ha chiamato per dirmi che aveva l’argomento per il nostro libro insieme: gli incontri.
Per me è stato piuttosto facile scriverlo, ho scavato tra conoscenze e incontri casuali e ho semplicemente scritto di quello che avevo sentito nell’incontrarli. Certo, si sarebbero potuti scrivere molti di più di 35 racconti, ma dopo aver fatto una lista di persone, ho scelto di concentrarmi su quelle che avevano lasciato maggiormente un segno. Sai come funziona, no? Ci sono persone con cui parli e vedi per anni e anni e non ti lasciano niente, poi incontri uno come Rodolfo Bonino, di cui parlo nel libro, e crei un legame unico, anche perché, data l’età avanzata di alcuni, se non racconti tu la loro storia difficilmente lo farà qualcun altro.
Devo confessarti che tra i personaggi dei miei racconti ci sono due o tre storie che sto valutando di trasformare in un romanzo, ma non ti svelerò quali. 

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

Ho notato che ci sono moltissime Alpi occidentali e poche orientali, come mai?

È un tema che abbiamo discusso, ma la verità è che mi sono concentrato principalmente su persone che conosco. Conoscendone di più in quei luoghi, è stato inevitabile che prendessero il sopravvento. Non mi sono posto molto il problema di dove fossero, né ho adottato preferenze. In compenso mi piacerebbe molto scrivere un Gente di Appennino: conoscevo già quelle zone, avendo avuto nonni abruzzesi e nonni marchigiani, ma ho imparato a scoprire di più l’Appennino con la stesura di Non esistono posti lontani e Tutto il cielo che serve. Cerco di sostenerlo il più possibile durante le mie presentazioni o gli eventi a cui partecipo, raccontando della sua bellezza ma anche della sua fragilità, e dunque del suo bisogno di sostegno da parte nostra, che può essere il visitarlo, l’andarci a camminare, l’andare a vederne i paesi che altrimenti scompaiono.

Tenendo tra le mani il libro sembra di sfogliare un diario di viaggio, e a confermare ancora di più questa sensazione è la presenza dei disegni di Francesco Pavignano.

L’idea era proprio quella di renderlo il più possibile simile a un diario di viaggio e dunque i disegni di Francesco, un giovane artista torinese, servono a renderlo più fruibile, più divertente.
È andato a libera interpretazione. È partito da ciò che ha sentito leggendo le mie pagine e molti dei disegni che ha realizzato mi sono piaciuti moltissimo. Quando ci siamo sentiti per messaggio, mi ha ringraziato perché era parecchio tempo che non usava la tecnica a carboncino e il libro gli aveva fatto tornare la voglia di usare un vecchio modo di disegnare caduto un po’ in disuso.

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)
Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

Da molte delle storie che racconti nel libro, tra cui quella della vignaiola Ilaria Bavastro, ci si rende conto che il concetto di produttività in montagna è ben distante da quello che conosciamo in città: se il secondo è molto incentrato sulla velocità e sul produrre il più possibile nel minor tempo possibile, il primo invece deve rispettare i tempi della natura e dunque è decisamente più lento.
Quale di questi due modelli, secondo te, la spunterà a lungo andare?

Se vogliamo vivere meglio di come viviamo adesso, spero che la spunti il “modello Bavastro”.
La vita è fatta anche di tempi lenti, se vogliamo. È fatta di cambiamenti, di incontri, di natura, tutti elementi che in città non abbiamo. Ad esempio, quando sono a Milano, sono molto milanese, ma quando sono in montagna per un po’ di tempo cambio modo di vivere e scopro che sto decisamente meglio, sia da un punto di vista di tranquillità e pace, sia da un punto di vista psicologico e fisico.
Bisogna riappropriarsi del ritmo giusto, che non è di certo quello che abbiamo in città. Tra l’altro la vita di città non riguarda una fetta così grande della popolazione, perché sono moltissime le persone che vivono invece al di fuori di essa, sulle colline, sui litoranei, dove il ritmo della vita è sicuramente diverso.
Quando facevo il giornalista e spesso mi chiedevano in tempi molto ravvicinati materiali o articoli, quello era anche il mio modo di vivere, ma quando poi andavo in campagna o montagna e incontravo amici che avevano un ritmo diverso dal mio, mi dicevo: «Ma guarda questo qua che non fa un cavolo tutto il giorno!».
In realtà la persona in questione viveva meglio di me e faceva le stesse cose che facevo io. Quindi ho dovuto imparare a reinventare anche la mia vita cittadina, e dopo un po’ di anni sono diventato inoltre molto più minimalista: tutte le cose che prima mi sembravano fondamentali — come avere l’ultimo modello di pc o di telefono, o una giacca nuova — hanno perso importanza per me. Mia moglie mi riprende quando mi vede uscire di casa «in un certo modo», come dice lei. Ma sì, il maglione ha 4 o 5 anni, è un po’ consumato su un gomito, ma non fa niente! 

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

A proposito delle differenze tra città e montagna, c’è una cosa che mi ha colpito nella storia di Daniele Bermond: ogni volta che ripartiva per Torino, dove studiava all’università, il padre gli ficcava nello zaino giallo una tanica d’acqua dei suoi luoghi perchè non si fidava di cosa ci mettevano nell’acqua di città.
Ma allora è vero quello che si dice che la gente di montagna sia molto chiusa rispetto al mondo esterno? O è solo uno stereotipo?

In linea di massima direi che sono persone chiuse. Ne parlavamo recentemente durante un evento di presentazione di un libro di Luca Mercalli nella borgata di San Sicario: la domanda cruciale che è sorta, a un certo punto, è come si fa a vincere la ritrosia della gente del posto quando si vuole andare a vivere lì. Sono state fatte diverse teorie, e ho dato un contributo con la mia, che ho trovato sempre vincente: per spuntarla bisogna iniziare con una bottiglia di buon vino e due bicchieri.
Quando vai a vivere in un posto nuovo nelle terre alte, devi essere umile e non fare il cittadino “conquistador” che arriva e decide di fare tutto lui perché lì nessuno sa far nulla. La prima cosa è mettersi nei panni di chi vive già lì, e non il contrario. Imparare da loro, chiedere, socializzare e non, invece, imporsi.
Solitamente in montagna succede più o meno così: all’inizio ti guardano bene, perché sei un turista, sei uno che porta ricchezza al luogo visto che frequenti bar e ristoranti e simili; quando poi manifesti l’intenzione di trasferirti lì, cominciano già a guardarti con un po’ più di sospetto e, infine, quando passi all’azione e magari decidi anche di aprire una tua attività, ti guardano ancora peggio, perché temono che tu sia “il cittadino che vuole fare tutto lui”.
Per fortuna sono uno socievole e questa tecnica dell’essere umile e non irrompere nella vita altrui l’ho imparata da tantissimi anni, grazie anche ad alcune esperienze, tra cui quella in Somalia come giornalista. La prima settimana che arrivai nel paese non feci nulla, anzi nascosi le mie macchine fotografiche e mi adattai al loro modo di vestire e vivere. Quando hanno capito che ero uno come loro e ho manifestato l’idea di fare un servizio nel sud del paese, si sono offerti volontari di accompagnarmi. Due persone che erano con me in aereo all’andata, invece, non hanno optato per la stessa strategia: erano tutti armati di macchine fotografiche e ho consigliato loro di non andare in quel modo tra la gente del luogo, che magari non aveva mai visto un occidentale. Dopo una settimana li ho rincontrati e mi hanno raccontato di essere stati picchiati e che le loro macchine fotografiche erano state distrutte. Anche in questo caso bisogna procedere lentamente.

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

Nel racconto di Giuseppe Bettoni, lo scultore che vive a Chemp, citi invece una cosa interessante che dice riguardo le persone che vanno a visitare il villaggio e condividono con lui il desiderio di abbandonare la vita di città e trasferirsi in montagna: «[…] si sfoga delle difficoltà della vita cittadina, spesso dice “piacerebbe anche a me mollare tutto per poter andare a vivere in un villaggio così!” E allora fallo, rispondo io, di villaggi da riportare in vita ce ne sono a non finire, quasi in ogni vallata alpina. Ma i buoni propositi sono nuvole, vanno e vengono; bisogna farle, le cose, non solo sognarle».
Secondo te, abbiamo idealizzato la vita di montagna?

Secondo me sì, e anche Bettoni un po’ l’ha fatto. Anche io dico sempre — nei miei romanzi, ad esempio — che le cose non bisogna aspettare che avvengano, ma bisogna farle accadere, però tra il dire il fare, come si sa, ci sono un sacco di ostacoli.
Se uno lo vuole fare, si può fare, ma dipende anche dal tipo di attività che si svolge: bisogna essere realisti, se uno fa il commerciante e ha un negozio non può andare a vivere in montagna; diverso è per l’architetto, l’illustratore o lo scrittore, mestieri che si possono fare anche a distanza.
C’è un però: di luoghi di montagna dove andare ad abitare ce ne sono tantissimi, dalle Alpi all’Appennino, e nel libro ci sono esempi di chi è tornato a viverci, ma non si può idealizzare troppo. Un conto è decidere di andare a fare l’eremita — è una scelta, vai dove vuoi — ma se vuoi continuare a fare il tuo lavoro, hai bisogno di alcune cose che in molti posti di montagna non ci sono, i servizi ad esempio. Se nevica, bisogna che la strada te la puliscano o che tu te la pulisca da solo; serve una farmacia vicina o un medico a cui fare riferimento, altrimenti la vita diventa complicatissima.
Tante persone che conosco che hanno deciso di andare a vivere in montagna quando i figli hanno raggiunto l’età scolastica, hanno realizzato che per portarli a scuola dovevano alzarsi alle 5, che d’inverno c’è bisogno delle catene da neve e altre problematiche. Per quanto riguarda l’insegnamento, si potrebbe provare a introdurre nelle zone montane una forma di insegnamento misto, un po’ in presenza e un po’ a distanza, a seconda di quanto è complicato o meno raggiungere la scuola.
Tanti giovani, invece, dicono che non hanno soldi per farlo, ma non si deve per forza cominciare con la baita da ristrutturare. In montagna si trovano case normali con acqua corrente e riscaldamento che non hanno prezzi proibitivi, anzi. L’importante è avere a disposizione i servizi di cui si ha bisogno per la propria attività e per condurre una vita apprezzabile. Io per primo ho provato ad andare a vivere da solo, molti anni fa, in un posto isolatissimo nelle Alpi piemontesi. Ho trascorso lì tutto l’inverno, in un luogo non turistico. Quando sei lì da solo, e la nuvola si appollaia sopra casa per 15 giorni, e fuori dalla finestra non vedi nulla, e se ti manca il sale devi farti per forza una decina di chilometri in macchina… beh, dopo un po’ ti pesa. È necessario avere delle forti motivazioni quando si decide di intraprendere un percorso del genere, non andare a caso, ecco.

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)
Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

Per moltissimo tempo siamo stati convinti di avere la necessità di portare la città in montagna, ma c’è invece qualcosa che vale la pena portare dalla montagna in città?

Porterei subito il loro modo di vivere: i ritmi giusti, il liberarsi di tanti fronzoli che abbiamo in città e che in realtà non servono a niente. Come diceva, nel romanzo La manutenzione dei sensi il papà di Daniele Bermond, «se una cosa non la usi per un mese, significa che era assolutamente inutile».
Importerei perciò la loro praticità, osservare quali sono le cose veramente utili e che ci fanno stare bene, prediligere un’alimentazione più semplice e naturale. Una cosa che mi aveva colpito, quando ho scritto il primo libro su Marco Olmo, è stato scoprire che è vegetariano per filosofia, perché da ragazzino, in campagna, mangiava farro, segale, castagne, legumi e simili, e che lo scioccava il fatto che la moglie, in epoca moderna, vada dal nutrizionista per sentirsi dire di mangiare le stesse cose e dover spendere, per il consiglio, quasi 200 Euro.
Mi sento molto orientato sulla loro strada basata sull’essenzialità e la praticità: se prima mi sentivo un cittadino che andava in montagna, adesso mi sento un montanaro in trasferta in città.

Nei tuoi racconti mostri chiaramente quali sono i mali che colpiscono da molto o poco tempo la montagna: lo spopolamento dei villaggi alpini, i cambiamenti climatici, il turismo a dir poco massiccio.
Quale tra questi temi andrebbe affrontato il prima possibile per poter permettere una migliore conservazione delle terre alte?

Credo che la cosa più importante sia quella di porre maggior attenzione sul territorio, evitando quel turismo massiccio e puntando invece su una frequentazione più rispettosa da parte dei visitatori.
Si costruiscono ovunque nuovi impianti e collegamenti senza tenere conto dei cambiamenti climatici, ovvero del fatto che nevica sempre meno ma si vuole costruire di più. C’è la convinzione che l’acqua sia ovunque in montagna, ma ci sono tante aree, come la Val di Susa, che sono considerate “gialle”, perché caratterizzate da una forte siccità. E anche dove ci sono più fenomeni piovosi, come per esempio ad est nelle nostre Alpi, spesso avvengono dissesti idrogeologici.
Uno dei posti che ho frequentato recentemente, la Val Maira, che si trova dalle parti di Cuneo, è una delle più turisticamente frequentate in Italia perché, per volontà degli abitanti, non ci sono impianti sciistici né strutture: tutto è improntato sul camminare, sull’andare in bici o sullo scialpinismo. Quando sono andato, 10 giorni fa, ho fatto fatica a trovare un posto dove dormire: tutti gli agriturismi erano pieni. Tanti si fermano per comprare una casa nei borghi e rivitalizzano così l’economia locale.
Chi viene a vivere in montagna deve pensare al territorio e alla sua gente. Uno dei personaggi dei miei racconti, il Pers — Mauro Persenico — mi ha colpito molto perché aveva trovato un metodo di scambio equo con le persone del posto: si faceva insegnare a mungere, a fare il formaggio, a tagliare con la falce il fieno, e lui ricambiava insegnando ai ragazzi del paese come si usava il computer. 

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)

A proposito dei legami tra le persone, con quelle che racconti nel tuo libro, in che rapporti sei rimasto?

Non tutti, ma moltissimi li sento o li vedo spesso, che siano loro a venirmi a trovare a Milano o che sia io ad andare a trovare loro, facendo anche deviazioni pazzesche per raggiungerli. Con Gianluigi Rocca, ad esempio, l’artista/malgaro, ci mandiamo libri; con Daniele Bermond ci vediamo quasi tutti i weekend; con Milena Bethaz, invece, ci ritroviamo per un saluto o un pasto assieme ogni volta che vado in Valle d’Aosta. Siamo molto legati, è solo la distanza che ci separa. La cosa bella è che poi a loro volta mi presentano i loro amici, o sono io a metterli in contatto tra di loro, come ho fatto con Daniele Bermond e Federico, un ragazzo della Val d’Ayas che si occupa della coltivazione di varietà antiche di patate e ortaggi, dandogli anche l’opportunità di fare cose belle assieme per le Alpi.
In compenso, ho deciso di trovare un modo per rintracciare nuovamente Alvise Castagnino, l’allevatore di cani da pascolo. 

Il mio stomaco brontola, come al solito ho perso la cognizione del tempo e ho sommerso Faggiani di domande. È l’ora di pranzo e mi sembra un po’ crudele trattenerlo oltre, nonostante dal libro che ho tra le mani spuntino diversi post it con cose annotate che volevo chiedergli.
Aspetterò di incrociarlo su un sentiero, questa volta sul serio, alzare lo sguardo, salutarlo e fargli finalmente le domande che ho lasciato in sospeso. 

Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)
Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)
Franco Faggiani, “Gente di Montagna”, Mulatero Editore, 2021
(foto: Giulia Ficicchia)
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