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God Save the Queen: 10 sfumature di Elisabetta II Windsor in un libro scritto e illustrato da Ivan Canu

Elisabetta II ha attraversato un secolo di storia densissimo di eventi, politici e di costume, guerre e rivoluzioni sociali. Riviverlo insieme a lei, nella reinterpretazione grafica di Ivan Canu, mi sembrava già un ottimo svago, poi però ho cominciato a leggere e ho scoperto l’Ivan autore. Se dall’indice e da una rapida sfogliata alle pagine questo libro prometteva molto bene, al secondo capitolo, ho avuto la sensazione di leggere il libro più interessante di quest’anno.

God Save the Queen
Le opere e i giorni di Elisabetta II Windsor
AUTORE
Ivan Canu
EDITORE
Centauria

God Save the Queen è una biografia che non si limita alla vita di Elisabetta II e della famiglia reale, ma racconta la vita e la società degli anni che ha vissuto con quel genere di dettaglio che di solito ti fa amare una serie TV di ambientazione storica.
Addentrandovi nel libro avrete la sensazione di entrare in uno di quei negozi di chincaglierie, dove praticamente tutto attira la tua attenzione, e non sai da dove cominciare a guardare.
Proprio come quando, al momento di uscire da uno di quei negozi di chincaglierie, vorresti portarti via tutto, chiudendo il libro mi sono rimasti mille episodi che avrei immediatamente voglia di condividere con qualcuno.


Elisabetta può sembrarci una privilegiata ma è una ragazza di carattere, che difende le sue scelte e la sua autonomia. Sposa l’uomo che vuole e che alla famiglia non piace, durante la guerra si candida come ausiliaria, possiede una collezione d’auto e, almeno fino a qualche anno fa, d’estate a Balmoral guidava un fuoristrada. 
Cosa ne pensi, Ivan? Nell’attuale mood letterario sulle ragazze audaci e indipendenti, includeresti Elisabetta?

Schiettamente e serenamente: Elisabetta è una privilegiata, nasce all’interno di una aristocrazia fortemente radicata nella proprietà terriera, che in Gran Bretagna è ancora oggi ricca, influente, gode di benefici e rendite che hanno pochi eguali in Europa.
C’è nella sua biografia un portato romantico d’altri tempi: figlia di un ramo cadetto, che non avrebbe potuto ambire al trono (né nei desideri del padre, il balbuziente “Bertie”, ci sarebbe mai stato), diventa erede nel meno prevedibile dei modi, per un’abdicazione d’amore dello zio Edoardo. Questo è un episodio cruciale nella sua vita, perché condizionerà la salute del padre, imprimerà una svolta severa, rigida, quasi “teleologica” nella sua educazione di bambina. La nonna e la madre incideranno a lungo nelle sue decisioni, secondo un più alto principio che è Dio che ha voluto questo destino e la sua volontà di bambina, ragazza e donna, di moglie e di madre, saranno per sempre sottomesse alla più importante volontà della Monarchia. 
È vero che alcune sue scelte sono personali, come sposare l’uomo che ama (il meno brillante dal punto di vista dei titoli), ma questo solo dopo aver accettato di aspettare i 21 anni indicatole dal re, suo padre Giorgio e da allora imponendo sé stessa e il suo ruolo come preminente, anche rispetto alla vita di coppia. 

Illustrazione di Ivan Canu
(courtesy: Ivan Canu)

Che Elisabetta abbia conosciuto la Storia con la maiuscola, ne sia stata fra gli spettatori diretti (un po’ meno fra i protagonisti che l’hanno segnata) e incarni un modello di personaggio metastorico ormai, per la durata della sua vita anche pubblica, non ci distragga dal doverla vedere all’interno di un contesto quasi avulso dalla realtà usuale a miliardi di persone. È una donna-simbolo, che incarna una serie di protocolli, di doveri, un’etica della devozione che ha radici medievali, in una rilettura però del medioevo cortese arte-fatta dai Preraffaeliti.
Di contemporaneo in lei c’è lo spirito di adattamento, il vero talento che tutti, estimatori e detrattori, le riconoscono: la pazienza, la duttilità, la capacità di ascolto, la determinazione senza arroganza. Ci piace ora vederla come la nonna giocosa, sorridente, affettuosa e inossidabile: è un vezzo che credo anche a lei piaccia mostrare, dopo che come moglie e madre non è stata mai particolarmente apprezzata, anche dagli stessi sudditi. Suppongo che la vita di una monarca, così fuori dal Tempo eppure dentro la Storia, in una nazione di per sé davvero Isola e orgogliosamente diversa come la Gran Bretagna, sia un anacronismo che regga (perfino con successo) grazie alla forza e alla tenacia di questa donna.
Non è una ragazza ribelle, non lo fu mai neppure da bambina o da adolescente: quello era il privilegio della sorella Margaret. Nel mondo di Windsor, gli originali pagano un prezzo molto alto. Quelle che a noi sembrano eccentricità di una vecchia signora, sono in realtà abitudini radicate e quasi mai modificatesi nei decenni, mantenute con sacrifici personali offerti ad un senso del dovere verso l’Istituzione e il Popolo che per ben tre volte Elisabetta ha giurato di onorare per la durata “breve o lunga” che fosse, della sua vita. Le è toccata la seconda. 

Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)

Edoardo VIII, abdicò in favore del fratello, Giorgio VI (padre di Elisabetta) per poter sposare l’attrice Wallis Simpson. Harry, duca di Sussex, secondogenito di Carlo e Diana, abbandona invece la famiglia reale per vivere la sua vita da civile, accanto a Meghan Markle, anche lei attrice.
Vedi un qualche parallelismo, tra le due storie?

Tra le fonti a cui ho attinto per scrivere questa storia, diversi sono i libri di Antonio Caprarica, storico giornalista del TG1 inviato a Londra fino a pochi anni fa. A Caprarica, oltre al merito di un’accuratezza nella gestione delle fonti, dirette e indirette e di una scrittura brillante e sagace non comuni, va la mia approvazione per l’analisi che fa della vicenda creatasi attorno a Harry e Meghan e, anche per lui, di un possibile raffronto con quella degli avi, i reietti duchi di Windsor.
Il parallelo superficiale è quello che vediamo: due donne al di fuori del contesto istituzionale o di quello ambientale (l’aristocrazia o la borghesia britanniche), americane, con famiglie imbarazzanti alle spalle, l’ombra del divorzio, frequentazioni dello spettacolo e ambizioni non troppo celate di rivalsa o ascesa sociali. Si aggiunga una più disinvolta (da parte dei media) associazione fra due caratteri forti, da dominatrici, ad altrettanti caratteri sottomessi, da maschi Beta. E già questo, sin dalla comparsa di Meghan a fianco di Harry, era stato sufficiente per creare il parallelo.
Il contesto poi rafforza il confronto: i duchi di Windsor sono allontanati perché il danno fatto all’Istituzione era talmente clamoroso, da non avere precedenti (se non la disinvoltura matrimoniale di Enrico VIII). E la vita che conducono dopo è costellata di pettegolezzi, invidie, acrimonia, piccolezze, richieste continue di soldi, appannaggi, privilegi, fino alla morte di entrambi. E nessuno scorderà che Edoardo sarebbe potuto essere il monarca inglese che avrebbe regalato la Gran Bretagna a Hitler, anche grazie alle simpatie esplicite della moglie verso i regimi nazista e fascista. E qua già il parallelo con i duchi di Sussex non regge.

Illustrazione di Ivan Canu
(courtesy: Ivan Canu)

Harry è un figlio “cadetto”, già in basso nella linea di successione al trono (sarebbe sesto), anche a causa di una riforma dell’istituto monarchico e dei titoli ereditari, fortemente voluta dal padre Carlo, che ha molto ridotto i privilegi dentro la famiglia. Harry e Meghan, nella nota intervista a Oprah Winfrey, hanno fatto molte importanti dichiarazioni, scomodando la famiglia, i rapporti tra fratelli, l’entourage di Palazzo, fino alle rivelazioni imbarazzanti sui commenti razzisti diretti a Meghan e al loro primo figlio. Ma, gratta gratta — lo dice anche Caprarica — c’è sempre il soldo dietro. Da un lato, una vita a corte da eterno cadetto per Harry, relegato ai ruoli di seconda rappresentanza, rispetto alla primazia dell’erede William, di sua moglie e dei loro 3 figli. La regina, che ha sempre avuto un certo fiuto (col marito prima, con i figli poi, pur non sempre con esiti brillanti), aveva concepito un ruolo pubblico speciale per Harry e Meghan: ambasciatori della Corona presso i giovani del Commonwealth. Che, insomma, dava loro una certa libertà di interpretare un ruolo secondario con un certo glamour, con un appannaggio sempre assai congruo. Qui è forse Meghan che gioca un ruolo non di spalla, portando alla rottura il rapporto tra fratelli, con il padre Carlo (e i cordoni della borsa, ricordiamolo), con l’Istituzione e il Palazzo e cercando sponda nella notorietà del jet-set, soprattutto in Canada e negli USA, dove i Sussex erano in procinto di registrare il loro marchio e di approfittare di una rendita di posizione che non avrebbe fatto rimpiangere quella lasciata. In più, il rapporto con Elisabetta, di cui Harry è il nipote preferito e più vezzeggiato, è stato mantenuto volutamente al di fuori delle beghe. Una sorta di via d’uscita onorevole, qualora le cose si fossero messe… come si sono poi messe. Ovvero, molto male.
Qui potrebbe tornare il parallelismo fra le due donne: portate da un calcolo e da ambizioni personali a spingere l’acceleratore senza freni, entrambe vedono sfumare le chances di ascendere al ruolo che desiderano dentro il Palazzo, come le primedonne cui le luci della ribalta e del palcoscenico le hanno abituate.
La vicenda di Wallis è già storicizzata. Quella di Meghan è appena agli albori e non è detto che abbia lo stesso esito. Poi, di solito, io credo molto al detto che quel che prima cade in tragedia, è probabile che nel ripetersi diventi farsa. 

Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)

Durante il razionamento, dovuto al conflitto mondiale, gli inglesi hanno diritto ciascuno a quattro once di zucchero, due di burro, due di Cheddar a settimana (una oncia: 28,35 g). E poi ci sono le salsicce. Sono talmente gonfie d’acqua che scoppiano in padella, meritando l’appellativo di bangers.
Il tuo libro trabocca letteralmente di questo genere di aneddoti (che adoro). Come ti sei documentato per scriverlo?

Oltre ai libri di Caprarica, ho attinto ad un’ampia bibliografia, italiana e inglese soprattutto, incrociando le informazioni contenute in libri sia schiettamente biografici, sia più divulgativi, sia storici riferiti a vari decenni, con altre pubblicazioni molto informate sui dettagli della vita privata, domestica e sulle persone che sono state e stanno intorno a Elisabetta.
Ho riguardato alcuni film su di lei, le serie Tv, ho cercato nell’immane materiale video della BBC e nell’imbuto infinito di YouTube i documenti, documentari, le interviste dirette a lei, alla famiglia reale, agli ex primi ministri, ai personaggi che qualcosa avevano da dire.
Per metodo insufflatomi dalle abitudini universitarie, le fonti vanno messe a confronto, se possibile contraddette, va cercata l’origine più diretta e solo alla fine, trovata la sintesi che lasci il più possibile dentro il sicuro, il molto probabile e verificabile e a lato il probabile, il “si dice”, il non verificabile ma non improbabile e fuori il resto. Compreso quello che ci piacerebbe fosse, ma non è affatto detto che sia.
Non essendo però io uno storico né questa una biografia storico-giornalistica, ma un libro di intrattenimento — pur basato su una figura storica, reale, contemporanea e in più un Capo di Stato vivente — il rigore descritto dal metodo è anche addomesticato dall’intenzione divulgativa.

Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)

Nel tuo libro attendevo molto il capitolo sul punk e, a sorpresa, scopro un Johnny Rotten che in un’intervista dichiarò di non essere contro la regina e la monarchia.
Ma Elisabetta invece, secondo te si è mai accorta che c’è stato il punk?

Elisabetta è una donna nata negli anni ’20 del Novecento, in una famiglia radicata nell’aristocrazia terriera di radici scozzesi (la madre viveva nel castello di Glamis, in Scozia, che è una delle dimore di Macbeth), è istruita sì ma come lo erano le donne dell’aristocrazia in quegli anni, con istitutori e istitutrici varie in discipline ritenute idonee ad una donna, non essendo destinata ovviamente a ricoprire da subito una carica così prestigiosa.
Quando fu chiaro che sarebbe stata l’erede al trono, Elisabetta aggiunse alle lezioni consuete una sorta di “corso di formazione istituzionale” accelerato con il Rettore di Eton (il college che sta sull’altra riva del Tamigi rispetto al castello di Windsor) e con la nonna, la regina madre Mary, che la guidava nella storia di famiglia, del protocollo, dei doveri che avrebbe assunto. Non un master universitario, per capirci.
La si descrive con un carattere curioso, molta memoria, interessata un po’ a tutto ma in superficie. Il suo è un carattere timido, poco espansivo, riflessivo e cauto. Non è portata all’esibizione, pur gratificandosi delle attenzioni. Elisabetta è un’abitudinaria un po’ maniaca dell’ordine, delle simmetrie. Non stupisce che sia una guidatrice così abile e perfino spericolata, perché lo è solo nel contesto ambientale che conosce alla perfezione, la campagna scozzese dove sempre è vissuta. In città, a Londra, sta il meno possibile e solo per i doveri del ruolo, ha i suoi posti preferiti dove mangiare, fare acquisti e le persone ricorrenti con cui accompagnarsi ed è un’eccellente padrona di casa ovunque si trovi. Questo aspetto del suo carattere l’ha resa impermeabile ai numerosi cambiamenti delle diverse epoche, storiche, sociali e culturali, che si sono avvicendate nella sua lunghissima vita.

Illustrazione di Ivan Canu
(courtesy: Ivan Canu)

Lei non ha mai seguito le mode, quando era giovane perché non le interessavano e preferiva la comodità e anche una certa “noiosità”. Ci pensava la sorella a frequentare stilisti, musicisti, artisti, calandosi appieno nella Swinging London degli anni ’60 e negli eccessi dei Settanta. Elisabetta non ha mai evitato di capire le novità, i movimenti della società e della cultura, è sempre stata affiancata da personalità di palazzo e politici che l’hanno costantemente tenuta aggiornata e consigliata. Certo, l’aggiornamento è un conto, aderire di persona ed approfondire è altro. È il suo limite e la sua salvezza: una donna così, ha superato quasi indenne il glam, il punk, la disco, le proteste dei minatori, i movimenti per i diritti civili, la liberazione sessuale. Elisabetta resta una donna di campagna, virtualmente casalinga, appassionata di vita all’aria aperta, escursioni, giochi di società, animali. Non è nella sua natura tuffarsi con entusiasmo in qualcosa che non sia l’unica grande passione della sua vita: i cavalli. 

Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)

Mi rendo conto che sono talmente entusiasta del tuo libro che ancora non ti ho fatto una sola domanda sull’illustrazione! A questo proposito, credo si possa dire che Elisabetta sia la sola regina al mondo ad avere una palette.
Per decenni abbiamo commentato le sue mise monocromatiche nelle più diverse tonalità pastello, ma solo son il tuo libro scopro che innanzi tutto il monocromo ha un senso specifico e soprattutto che il colore non è lasciato al caso.
Ce ne vuoi parlare?

La seconda “Età elisabettiana” sarà ricordata per la lunghezza ma forse anche per aver evitato la monotonia grazie ad un uso creativo e perfino concettuale del colore, in ogni sfumatura esistente. Tranne il beige: pare che Elisabetta stessa abbia sostenuto che non ha senso vestirsi con un colore col quale nessuno ti noterebbe. Un buon punto di vista, che va di pari passo con un’esigenza anche politica del colore: la regina va vista in ogni contesto, momento, punto nello spazio.
Ci sono diverse cromie legate ad epoche diverse, che distinguono i colori di Elisabetta. Nel libro nomino gli stilisti che segnano con il loro gusto il guardaroba e le abitudini della Regina. Un dato curioso è che per quasi metà della sua vita, le persone che decidono il suo guardaroba sono di famiglia: la sua tata prima, poi sua madre (e gli stilisti a lei legati). È un elemento che ha origini sin da bambina: Elisabetta e Margaret si vestivano allo stesso modo, con gli stessi abiti e colori (pur avendo 4 anni di differenza). Smisero questo vezzo aristocratico solo con il compimento dei suoi 18 anni, quando anche era palese la differenza di carattere delle due sorelle.
L’abitudine e la remissività a regole e protocolli governa anche l’armadio di Elisabetta, che per anni segue la madre e veste come lei, stessi colori, modelli, accessori. E questo fino almeno agli anni ’90, quando finalmente qualcosa si modifica. In parte è anche questa conseguenza della vicenda di Diana e dell’inedita centralità di Elisabetta nella scena mediatica, prima in negativo poi di nuovo in positivo.

Illustrazione di Ivan Canu
(courtesy: Ivan Canu)

Dopo la morte di Diana qualcosa si scioglie in Elisabetta, la si vede più rilassata, gioviale, disinvolta e questo si riflette nella scelta di cambiare guardaroba in ogni elemento. A badarci, lo si nota dalla forma dei cappelli che cambiano radicalmente con nuovi stilisti. Così come la palette di colori e la foggia degli abiti si fanno decise e peculiari, tanto da meritare l’attenzione non più sghignazzante dei cultori della moda.
Elisabetta negli anni Duemila diventa icona di stile, celebrata su riviste di settore, immortalata alla sua prima sfilata accanto all’altra regina, Anna Wintour di Vogue America. Forse è un paradosso: torna ad essere imitata come quando da bambina il mondo scoprì che si vestiva di giallo come gialla era la nursery e allora, nell’Impero ancora esistente e negli USA ammirati, fu tutto un tripudio di giallo.
Ci sono naturalmente libri che raccontano l’armadio della Regina, scritti anche dalla sua sarta di fiducia, memorie delle dame di compagnia, scrittori che si sono interrogati sul contenuto misterioso della sua borsa e se vi sia o meno un linguaggio da iniziati nel modo in cui Elisabetta la porta. Si vocifera di un codice legato alle borsette, utile per il personale: se appoggiata al tavolo significa “portatemi via entro 5 minuti”, se cambia braccio vuol dire fine della conversazione, posata a terra è un invito alla dama di compagnia a trarla d’impaccio, magari da un conversatore noioso. Anche qui, siamo un po’ sul “si dice”, che va trattato con la cautela che sappiamo.

Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)
Ivan Canu, “God Save the Queen”, Centauria, 2021
(courtesy: Ivan Canu)

La Vita di Elisabetta mi ricorda un po’ quella degli Stones: non tanto per la quantità di fatti e stranezze o per il semplice fatto di aver attraversato indenne il novecento, ma per gli alti e bassi. Oggi tutti celebrano gli Stones come simpatici e intramontabili nonnetti del rock, ma anche loro hanno avuto un periodo di down, tra gli anni ottanta e novanta, quando non erano più giovani e non ancora vecchi. Così, Elisabetta, attraversa periodi di contestazione, di indebitamento e impopolarità. La vicenda di Diana la mette di fronte a un obbligo sociale, imposto dal basso questa volta, di comparire, di esprimersi e manifestare cordoglio seguendo un’etichetta popolare della quale farebbe volentieri a meno. Due decenni dopo, della principessa si ricordano in pochi, mentre lei, Elisabetta, è sempre sulla breccia, icona inaffondabile. Cosa ne pensi? Alla fine, basta esserci? Basta invecchiare per rimanere sulla cresta dell’onda?

Diana ha eclissato l’intera famiglia reale e anche la fino ad allora pacifica centralità planetaria di Elisabetta, amata dai fotografi, rispettata dalla stampa, stimata dai suoi primi ministri, apprezzata dal popolo. Con Diana tutto il mondo si distrae, Elisabetta entra in un cono d’ombra. La bellezza, la vivacità, la naturalezza prima e l’allure tragico, patetico, resistente, barricadero poi di Diana, fan sembrare Elisabetta piccola, gretta, invecchiata male, avara, anaffettiva. C’è voluta la tragedia che ha sconvolto miliardi di persone, a livello emotivo, perché Elisabetta tornasse sotto una rinnovata luce.
Diana è entrata nell’olimpo della memoria che si deve ai morti, in quell’eccezionalità atemporale che neppure le ultime rivelazioni sulla celebre intervista alla BBC, che ora pare estorta e cinicamente stravolta, sono in grado di cambiare. Diana è anche una (brutta) statua nel parco di Kensington, rivelata dai figli che invecchiano pure loro non troppo bene e non sono più i principi azzurri della fiaba glamour imperitura.

Illustrazione di Ivan Canu
(courtesy: Ivan Canu)

Elisabetta gode della longevità del corpo e dello spirito, di una mente ancora attiva e brillante, di una luce che neppure la pandemia è riuscita a spegnere, pur privandola del marito che sembrava sarebbe stato con lei oltre i bastioni del tempo (e di Orione).
In tutte le crisi, i giornalisti e i vari commentatori pronosticavano l’imminente abdicazione, adducendo le varie inevitabili ragioni. Tutti smentiti, alcuni pure trapassati. Mentre lei resta, fedele alla promessa fatta Urbi et Orbi.
A me viene in mente — e non riesco a non ridere ogni volta — la frase che disse Edoardo, l’eterno principe di Galles erede della regina Vittoria: «Non ho niente contro l’idea di un Padreterno, ma non sono molto d’accordo su quella di una madre eterna». E subito ci vedo stampata la rassegnazione, quella pure olimpica, di Carlo, erede in eterno.

Senti ma invece, tu che ora sei di casa con i Windsor, ci spieghi come si fa ad entrare nell’Ordine della Giarrettiera?

Alla Giarrettiera da non britannici si può aspirare solo se si è sovrani (neppure Capi di Stato basta), con la curiosità che può essere revocata per manifesta vigliaccheria, eresia o tradimento. Quello che accadde a Vittorio Emanuele III di Savoia dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla GB.
Invece, se ti può consolare, le altre onoreficenze (di ogni ordine) per varie distinzioni e meriti anche artistici sono “democratiche”, tanto che le candidature sono sia selezionate da un Cabinet Office preposto dal governo, sia è possibile segnalarne dall’apposito sito del governo e seguendo le indicazioni della Honours List.

Illustrazione di Ivan Canu
(courtesy: Ivan Canu)
Illustrazione di Ivan Canu
(courtesy: Ivan Canu)
Illustrazione di Ivan Canu
(courtesy: Ivan Canu)
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