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I collage del regista Jim Jarmusch in un nuovo libro di Anthology Editions

Conosco il Jim Jarmusch regista dall’epoca dell’università, quando, pieno di entusiasmo per la cosiddetta “seconda ondata” del cinema indipendente americano, dopo aver guardato tutto quello che ero riuscito a trovare in videocassetta di David Lynch e Gus Van Sant, di Abel Ferrara e Spike Lee, mi imbattei in quello strano “oggetto non identificato” — come d’altronde molti dei suoi film — che è Daunbailò, in cui un inaspettato Roberto Benigni divide lo schermo con sua moglie Nicoletta Braschi e con Tom Waits e John Lurie (di tanto in tanto mi torna in mente la scena dell’I Scream, You Scream, We All Scream for Ice Cream, assolutamente benignesca).

Jim Jarmusch
(foto: © Sara Driver | courtesy: Anthology Editions)

Colpito dal suo modo di narrare sbilenco e dalla totale libertà nel rappresentare le storie, andai a recuperare Permanent Vacation, realizzato come tesi di laurea alla New York University, e poi Stranger Than Paradise, Mystery Train, Taxisti di notte (pure qui c’è Benigni, che Jarmusch conobbe quando entrambi erano in giuria al Festival di Salsomaggiore e, nonostante l’uno non capisse una parola di quello che diceva l’altro, erano d’accordo su tutto e diventarono amici). Scoprii che Dead Man — altra opera molto sui generis — era suo: avevo già la colonna sonora perché l’aveva composta Neil Young, registrandola, pare, in presa diretta mentre guardava il film (qui tutta la storia). Ghost Dog, che amai alla follia, lo vidi al cinema (e la strepitosa colonna sonora, opera di RZA dei Wu-Tang Clan, anche attore nel film, la ascolto ancora).
Mi fermai a Coffee and Cigarettes, del 2003, raccolta di corti in bianco e nero attorno al caffè, con una parata pazzesca di interpreti: il “solito” Benigni, Steve Buscemi, Iggy Pop, di nuovo Tom Waits, Cate Blanchett, Bill Murray, Jack e Mag White dei White Stripes, Alfred Molina e i Wu-Tang GZA e RZA.
Da allora — senza alcuna ragione in particolare — non ho più visto nulla di suo: né l’acclamatissimo Paterson, né il documentario sugli Stooges Gimme Danger, e nemmeno l’assai pubblicizzato “zombie movie” I morti non muoiono. Sono però rimasto informato sulle sue molteplici attività: so che scrive poesie ma che raramente le fa leggere ad altri, so che suona fin dagli anni ’80 (ha iniziato con la new wave e più di recente ha dato vita alla band degli Sqürl).

Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)

Quel che non sapevo era che Jarmusch realizzasse collage. Tanti collage. Bizzarri collage che, come quasi tutta la sua produzione artistica, lasciano in bocca un sapore poco definibile eppure memorabile, che mi viene da paragonare all’esperienza che potresti avere nell’osservare qualcuno fare tiro al bersaglio con l’arco e le frecce e assistere a un colpo fallito dietro l’altro, per poi accorgerti di aver passato uno dei momenti più significativi della tua vita per via di tutti i pensieri che hanno vagato per la tua mente mentre lo osservavi tirare. L’arciere era il catalizzatore. Così come catalizzatori — per me — sono stati i film di Jarmusch che ho visto, e intuisco che tali possano essere anche i suoi collage, una parte dei quali è stata ora raccolta nel libro Some Collages, in uscita in questi giorni per la casa editrice indipendente Anthology Editions.

«Cos’è una storia se non uno di quei disegni a puntini che, collegati, formano l’immagine di qualcosa?» dice Allie, protagonista del primo lungometraggio di Jarmusch, Permanent Vacation, all’inizio del film. Lo cita il giornalista e scrittore Randy Kennedy nella sua prefazione al libro, paragonando alcuni dei collage alla tecnica dell’assemblaggio che sta dietro a diverse pellicole del regista, e che può vantare origini nobili nei cut-up dadaisti di Tristan Tzara e in quelli “Beat” di Burroughs e Brion Gysin.
Kennedy racconta pure che Jarmusch è da molti anni che ne realizza, e spiega che è solito portare sempre con sé un piccolo “studio d’arte” nella borsa: «colla d’archivio, carte marroni d’archivio, pinzette, grafite, alcune buste piene di teste e altre di sfondi, ritagliati dal giornale […] Al posto delle forbici o del coltello, gli piace rifilare i quadri usando vecchie penne a sfera svuotate dell’inchiostro, le ruvide punte producono un bordo frastagliato che risuona con un ricordo d’infanzia».
Quand’era bambino, infatti, il piccolo Jim ricevette in regalo un microscopio. La prima cosa che osservò furono dei semplici pezzi di carta strappati, nei quali si meravigliò «un groviglio di fibre filiformi, una giungla caotica di polpa microscopica».

Dal libro “Some Collages” di Jim Jarmusch, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Dal libro “Some Collages” di Jim Jarmusch, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)

Sono tutt’altro che raffinati, i collage del regista americano. Non sono meraviglie di minuzia e abilità tecnica, come capita talvolta di vederne. Sono invece grezzi, frastagliati (proprio per il suo modo elementare di tagliare a punta di penna), più vicini al mondo delle fanzine punkettone degli anni ’80 (dopotutto è cresciuto nella scena dell’avanguardia artistica newyorkese dell’epoca) che a quello del collage d’arte. E hanno a che fare soprattutto con le teste.
«I piccoli e inquietanti collage di Jim Jarmusch riguardano essenzialmente i volti. E i corpi attaccati a quei volti. E cosa succede quando i volti vengono spostati su altri corpi» scrive l’autore dell’altra prefazione che appare nel libro, lo scrittore, critico e artista Luc Sante. «Le personalità» continua «possono trasferire le loro qualità in altri modi di vivere e l’invito è a immaginare i risultati della conseguente dissonanza cognitiva».

Tra le tante teste fuori posto si riconoscono quelle di Prince, Andy Warhol (diverse volte), Christopher Walken, Nico, Glenn Close, Kubrick, Orson Welles, Einstein, Putin, De Niro, Bowie. Altre sono più difficili da identificare. Altre ancora sono irriconoscibili, appositamente mascherate o addirittura rimosse dall’immagine, sostituite né più né meno che dal vuoto oppure da piccoli flussi di parole, anch’essi rubati alle colonne dei quotidiani.
Le opere sono senza titoli e senza spiegazioni. D’altronde non sono strettamente necessarie. Sta a chi osserva immaginare; “unire i puntini”, quando se ne trovano, o semplicemente godersi il viaggio, prestando attenzione ai propri pensieri lungo il percorso, come con l’arciere che non colpisce il bersaglio e come coi film che talora — e per fortuna — si prendono troppe libertà rispetto a quelle che siamo abituate e abituati a concedere da spettatrici e spettatori.

Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Dal libro “Some Collages” di Jim Jarmusch, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Dal libro “Some Collages” di Jim Jarmusch, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Dal libro “Some Collages” di Jim Jarmusch, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Dal libro “Some Collages” di Jim Jarmusch, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Dal libro “Some Collages” di Jim Jarmusch, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Jim Jarmusch, “Some Collages”, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
Dal libro “Some Collages” di Jim Jarmusch, Anthology Editions, 2021
(courtesy: Anthology Editions)
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