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Song Work: un progetto artistico mira a raccogliere e archiviare i “suoni del lavoro”

Uno dei tanti lavori che ho fatto, anni fa, era nel reparto di confezionamento di uno zuccherificio. Era un impiego estivo, di quelli con cui cerchi di mettere da parte un po’ di soldi quando frequenti ancora le superiori o l’università. In uniforme completamente bianca mi occupavo di una vecchia e grossa macchina tedesca degli anni ’60 o ’70. Era una macchina che impacchettava nei classici sacchetti da 1 kg lo zucchero che arrivava dalla fabbrica attraverso un complesso sistema di tubi, raccogliendo poi 10 sacchetti dentro a un altro imballaggio, che poi spariva lungo un nastro e andava chissà dove, fino a giungere — immagino — nei supermercati.
Il mio compito era quello di svuotare ogni circa 40/45 minuti un sacco da 50kg in cui finiva lo zucchero “sporco” che veniva scartato, di sostituire ogni 2 ore e mezzo l’enorme bobina di carta bianca con cui venivano confezionati i pacchetti e di fare lo stesso, ma ogni 3 ore, con l’altrettanto enorme bobina di carta grezza da imballaggio. Dovevo inoltre assicurarmi che la macchina stampasse a dovere logo e informazioni sui pacchi, oltre a intervenire il più rapidamente possibile in caso di malfunzionamenti, tipo pacchi che si rovesciavano, carta che si inceppava, fuoriuscite di zucchero. Un quadro con dieci grosse luci, ciascuna delle dimensioni del pugno di un bambino, segnalava tutti i problemi con una combinazione di acceso/spento, e in pratica era davvero raro riuscire a fare anche solo una mezz’ora di fila senza problemi.

Era un lavoro piuttosto leggero dal punto di vista fisico ma abbastanza stressante a livello mentale. Ma poi c’erano i turni di notte, quando i capi erano a casa a dormire, nessuno sorvegliava e noi operai ce le prendevamo un po’ più comoda. Nel reparto in cui stavo eravamo in cinque: tre fissi e due stagionali, cioè io e un altro ragazzo. In quei pochi momenti in cui tutto il reparto si fermava e ogni macchina si spegneva c’era, per qualche istante, un silenzio che prima di allora non avevo mai sentito. Era un silenzio “gonfio”, pieno — non saprei come altro descriverlo — che assumeva la sua peculiare forma proprio per via dell’assenza del continuo rumore sferragliante, fischiante, martellante e scricchiolante delle macchine, rumore che rimaneva nell’aria e nella mente ancora per un po’, come un fantasma sonoro, anche quando il reparto intero si bloccava.
Dopo di allora non ho più avuto modo di ascoltare né quel singolare silenzio né il suono delle macchine con cui lavoravo. E credo che non capiterà di nuovo: lo zuccherificio è stato chiuso e in gran parte smantellato.

È — e sempre di più sarà — così per molti dei soundscapes, i panorami sonori, legati a macchine e processi ormai obsoleti e a lavori che vanno scomparendo (pretendiamo la piena automazione!). Per questo trovo affascinante l’idea che sta alla base di Song Work, progetto dell’artista e musicista scozzese Siôn Parkinson, che ha lanciato un archivio online in cui conservare i “suoni del lavoro”, con l’intento di collaborare anche con musiciste, musicisti e sound designer per realizzare versioni contemporanee di quelli che un tempo erano i tradizionali canti di lavoro.

Parkinson, che ha studiato scultura sia alla Central Saint Martins che alla Slade School of Fine Art di Londra e oggi fa ricerca in ambito musicale presso l’Università di Leeds, ha iniziato a registrare nel 2017. Le sue prime “prede” sono stati i rumori del Dundee Contemporary Arts Print Studio, laboratorio di stampa nella sua città natale di Dundee, in Scozia, e quelli della fabbrica di pneumatici Michelin in cui lavorava suo padre, sempre a Dundee — fabbrica che nel 2020 è stata chiusa, lasciando a casa 850 lavoratrici e lavoratori.

Risonanza magnetica

Tra i circa 50 suoni attualmente raccolti sul sito di Song Work, ce ne sono anche di relativi allo scanner da risonanza magnetica (a Parkinson è stata diagnosticata l’epilessia e ha dovuto sottoporsi a diverse analisi), alle antiche macchine tessili, a uno scavatore idraulico e a un gruppo di muratori che montano un’impalcatura.
Tutti i file presenti sul sito, accompagnati dalla visualizzazione della traccia sonora, si possono scaricare, e la maggior parte di essi è frutto delle registrazioni dello stesso Parkinson, anche se chiunque può inviare i propri field recordings.

Il progetto è stato lanciato online lo scorso agosto e per l’occasione l’artista e musicista Tommy Perman ha composto un pezzo originale (This is a work song, humans aren’t working) utilizzando alcuni dei suoni della fabbrica Michelin presenti dell’archivio.
Il progetto è nato in collaborazione con il Sound Archive della Biblioteca Nazionale Scozzese, nato per preservare il retaggio sonoro del paese, missione sempre più spesso al centro delle attività istituzionali di recupero e valorizzazione delle culture locali, dato che raramente, rispetto alle immagini, ci si prende la briga di fissare su qualche supporto panorami sonori destinati appunto a essere dimenticati e a sparire per sempre.

Pressa da stampa motorizzata
Fabbrica di pneumatici Michelin
Macchina cardatrice
Un messaggio

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