I costumi ritrovati della Turandot, in mostra al Museo del Tessuto di Prato

Era il 25 aprile del 1926 quando, al Teatro alla Scala di Milano, andò in scena la prima della Turandot, scritta da Giacomo Puccini su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni. Fu la rappresentazione postuma di un’opera lasciata incompiuta dal grande compositore toscano, morto nel novembre del 1924.
Nonostante il finale fosse stato affidato dalla casa editrice Ricordi al compositore Franco Alfano, il giorno della prima il direttore d’orchestra Arturo Toscanini — che pure aveva spinto per affidare ad Alfano la parte mancante — decise di interrompere tutto lì dove Puccini era arrivato a scrivere la versione definitiva.

COSA
Turandot e l’Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba
DOVE
Museo del Tessuto di Prato | via Puccetti 3, Prato
QUANDO
22 maggio – 21 novembre 2021

Quella sera, sul palcoscenico, a interpretare la protagonista della storia — la principessa Turandot, figlia dell’imperatore della Cina — c’era la cantante soprano polacca Rosa Raisa, che indossava dei meravigliosi costumi realizzati dallo scenografo, costumista e illustratore Luigi Sapelli, in arte Caramba. Quegli stessi costumi a un certo punto scomparvero. Per decenni nessuno ne seppe più nulla finché, nel 2018, tanto misteriosamente come se ne erano perse le tracce, vennero di nuovo alla luce all’interno di un baule acquisito dal Museo del Tessuto di Prato.
Appartenuto a un altro soprano, la pratese Iva Pacetti, il baule conteneva materiale del suo guardaroba, anch’esso dato per perduto da anni. Tra i tesori ritrovati c’erano appunto due costumi e due gioielli di scena tra quelli realizzati da Caramba per la prima della Turandot, identificati come tali da Daniela Degl’Innocenti, conservatrice presso il museo pratese.

Luigi Sapelli (in arte Caramba), Costume di Turandot [atto I]Prato, Museo del Tessuto, inv. n. 18.03.37
(courtesy: Museo del Tessuto)
Luigi Sapelli (in arte Caramba), Costume di Turandot [atto II]Prato, Museo del Tessuto, inv. n. 18.03.38
(courtesy: Museo del Tessuto)
Ditta Corbella, Milano, Corona di Turandot [atto II]Prato, Museo del Tessuto, inv. nn. 18.03.01, 18.03.02abc
(courtesy: Museo del Tessuto)

A partire da quella incredibile scoperta nacque quindi l’idea di costruire una mostra dedicata alla genesi dell’opera, ai costumi di Caramba, all’allestimento e alle scenografie, che invece Puccini affidò al suo amico pittore Galileo Chini, uno dei grandi protagonisti del Liberty italiano, che aveva già collaborato col compositore toscano per la rappresentazione newyorkese de Il tabarro e per il Trittico.
Essendo la Turandot una storia ambientata in Oriente, la scelta di Chini fu oltremodo azzeccata. L’artista, infatti, aveva vissuto per diversi anni in Thailandia, tornando in Italia con centinaia di pezzi d’artigianato cinese, giapponese e thailandese, che servirono da ispirazione per molte sue opere, tra cui ovviamente anche le scenografie e gli allestimenti dell’opera di Puccini.

120 di quegli oggetti, oggi conservati nella collezione Chini presso il Museo di Antropologia e Etnologia di Firenze (co-organizzatore del progetto), saranno dunque in mostra insieme ai costumi e ai gioielli di scena di Caramba, che erano in pessimo stato e sono stati restaurati — grazie a una campagna di crowdfunding — dal Consorzio Tela di Penelope di Prato (per i costumi) e da Elena Della Schiava, Tommaso Pestelli e Filippo Tattini (per i gioielli).

Maschera di drago. Comunità cinese in Thailandia, fine del XIX secolo. Cartapesta dipinta
Firenze, Sistema Museale di Ateneo, Sede di Antropologia e Etnologia, Collezione G. Chini, inv. n. 31788
(courtesy: Museo del Tessuto)
Maschera teatrale, Thailandia, inizio del XX secolo. Cartapesta e gesso dipinti e dorati, penne di uccello, frammenti di specchio
Firenze, Sistema Museale di Ateneo, Sede di Antropologia e Etnologia, Collezione G. Chini, inv. n. 31568
(courtesy: Museo del Tessuto)

In esposizione, inoltre, ci saranno: le tele dello stesso Chini, provenienti da collezioni private; i bozzetti delle scenografie, anch’essi da collezioni private e dall’Archivio Storico Ricordi di Milano; altri 30 costumi dell’opera (ritrovati negli anni ’70) e provenienti dall’archivio della Sartoria Devalle di Torino; i bozzetti originali di Filippo Brunelleschi, che venne inizialmente scelto da Puccini per i costumi; e il manifesto originale della prima dell’opera, illustrato dal grande Leopoldo Metlicovitz, così come la riduzione per canto e piano, pubblicata da Ricordi nel 1926.
A chiudere il percorso espositivo, una sezione multimediale dedicata a Iva Pacetti, dato che è grazie al suo baule che questa mostra ha potuto concretizzarsi.

Turandot e l’Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba inagurerà — decreti ministeriali permettendo — il prossimo 22 maggio presso il Museo del Tessuto di Prato e rimarrà allestita fino al 21 novembre 2021.

Leopoldo Metlicovitz, Manifesto per la Turandot
Milano, Archivio Storico Ricordi, ICON010367
(courtesy: Museo del Tessuto)
Leopoldo Metlicovitz, Copertina per l’edizione di lusso della riduzione per canto e pianoforte, 1926
Milano, Archivio Storico Ricordi
(courtesy: Museo del Tessuto)
Galileo Chini, “Vasto piazzale della reggia”, bozzetto per scenografia della Turandot, Atto II, scena II (quarta versione, definitiva), 1924
Milano, Archivio Storico Ricordi, ICON000206
(courtesy: Museo del Tessuto)
Galileo Chini, “L’esterno del Palazzo Imperiale”, bozzetto per scenografia della Turandot, Atto III scena II (quarta versione, definitiva), 1926
Milano, Archivio Storico Ricordi, ICON000208
(courtesy: Museo del Tessuto)
Due vasetti con coperchio, Cina, inizio del XIX secolo. Porcellana invetriata e smaltata, oro
Firenze, Sistema Museale di Ateneo, Sede di Antropologia e Etnologia, Collezione G. Chini, inv. n. 31712
(courtesy: Museo del Tessuto)
Piatto con carpa. Cina, fine XIX – inizio XX sec. Porcellana dipinta e invetriata
Firenze, Sistema Museale di Ateneo, Sede di Antropologia e Etnologia, Collezione Galileo Chini, inv. n. 31657
(courtesy: Museo del Tessuto)
co-fondatore e direttore
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