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Tra comunità educanti e libri che fanno promesse illegittime: intervista a Francesca Romana Grasso, autrice di “Primi libri per leggere il mondo”

«Educare è questo in fondo: stare nei pressi ed esserci, alle volte assistendo in silenzio al dispiegarsi della loro forma, altre rilanciando su un atto abbozzato, un’intuizione tralasciata.
Leggere cosa muove gli interessi dei piccoli è compito arduo, implica ridefinire spesso la misura della giusta vicinanza, che cambia insieme al fare di corpi e mani che si muovono con il pensiero, in una unitarietà che è in loro totalmente partecipata e per noi inaccessibile.
Loro e noi: bambini e adulti. Vicini ma non troppo, quanto basta per essere cornice, limite, specchio, e significare il gesto con collane di parole che rendono pensabile ciò che in loro assenza rimarrebbe fuso e confuso».
Così scrive Francesca Romana Grasso nell’introduzione del suo saggio Primi libri per leggere il mondo, pubblicato lo scorso settembre dalla casa editrice milanese Editrice Bibliografica. Ed è già a questo punto della lettura che mi sono messo a sottolineare (virtualmente, avendolo letto in formato ebook).

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Francesca Romana Grasso, “Primi libri per leggere il mondo. Pedagogia e letteratura per una comunità educante”, Editrice Bibliografica, 2020
In copertina: foto di Francesca Romana Grasso illustrata da Ninamasina

Grasso è una dottoressa in scienze dell’educazione, ha un master in Letteratura per l’infanzia, fa la pedagogista, lavora come formatrice e consulente presso servizi educativi, sociali, sanitari e culturali, scrive sulla rivista LiBeR | Libri per bambini e ragazzi, fa parte del comitato di redazione della rivista Bambini e, col suo progetto Edufrog, tiene corsi e seminari di pedagogia, letteratura ed eventi culturali. Ma Grasso è innanzitutto un animo curioso. Talmente curioso da porsi continuamente domande. E quando si stanca di farsele da sola, o di cercare risposte nel pensiero di grandi uomini e grandi donne come Munari, Montessori, Pestalozzi, Pikler, Goldschmied, va a interrogare mille altri esperti come lei, parla con editori e artisti, scrittori, educatrici e scienziate.
È da questo coro di voci e intreccio di pensieri che è nato Primi libri per leggere il mondo, un saggio che è allo stesso tempo molto personale e un lavoro corale.
«Lì dentro c’è la mia vita — spiega Grasso — ma io ho condiviso e imparato tutto quello che c’è nel libro insieme a tante altre persone».

Si ritrova anche in queste parole, e nelle lunghe pagine di ringraziamenti alla fine del volume, il grande senso “di comunità” che pervade il pensiero dell’autrice e l’intera opera, pensata per operatori e operatrici di servizi per l’infanzia ma in realtà assolutamente stimolante per tutti quanti: dai genitori agli editori, dagli artisti e le artiste che si occupano di illustrazione per l’infanzia ai designer che progettano i libri.
Come nota la pedagogista e scrittrice Monica Guerra nella prefazione, «Nello scorrere le pagine, infatti, troviamo prima le immagini di infanzia e di relazioni educative care all’autrice, le teorie dell’educazione cui si riferisce, le dimensioni della comunità cui tende, per poi arrivare a pagine nelle pagine, quelle di libri per piccole mani e grandi pensieri, con un affondo affatto scontato sulle proposte editoriali per la prima infanzia».

Dopo mille altre sottolineature digitali, dopo aver ammirato le splendide foto raccolte nel libro, opera di Valentina Bellello (mentre il coordinamento del progetto iconografico è di Marina Petruzio e in copertina c’è una foto della stessa autrice poi illustrata da Ninamasina) e dopo aver stilato una lunghissima lista di albi da acquistare, seguendo i consigli di Grasso, ho pensato di intervistarla, ed è stata una delle più belle chiacchierate in libertà fatte in “videocall” negli ultimi mesi.


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Tana Hoban, “Shapes and things”, London, Collier Macmilland, 1970
Tana Hoban, “Black white. A baby’s very first book”, New York, Greenwillow Books, 2017
Tana Hoban, “Black and white”, New York, Greenwillow Books, 1993
Tana Hoban, “Red, blue, yellow shoe”, London, Greenwillow Books, 1986”
(foto: Valentina Bellello | courtesy: Francesca Romana Grasso)

Ciò che ho percepito è che il tema è da lei molto sentito. E, leggendolo, mi sono immaginato che il libro possa essere nato un po’ come reazione dall’aver visto, sentito, letto, trovato tante cose che non vanno come dovrebbero: online, nell’editoria, nelle fiere di settore, nel marketing…

Sul fatto di averne viste tante hai pienamente ragione. Sono una pedagogista che ha avuto un percorso di studi piuttosto lineare ma che ha lavorato e lavora in tanti servizi diversi, dal braccio 41-bis delle carceri in Umbria ai servizi educativi e ai servizi sociali.
Questa è una delle mie due “anime”. L’altra è quella della grande appassionata di letteratura.
Negli ultimi anni ho iniziato a sentire l’urgenza di far dialogare entrambi i mondi, quello dell’editoria e quello della pedagogia. Questo libro vorrebbe creare delle finestre di dialogo, dato che si tratta di mondi che da una parte si conoscono poco tra di loro, dall’altra, invece, si “utilizzano” in maniera non sempre molto limpida.
Nel mondo dell’editoria si usa molto spesso l’infanzia in maniera strumentale. A tutti i livelli: dagli autori stessi — che magari nominano un riferimento culturale per nobilitare il proprio lavoro — alla scuola, che usa in maniera impropria i libri per affrontare temi che riguardano invece le singole persone.

Può farmi un esempio?

Se devo togliere un pannolino a un bambino e insegnargli a usare il vasino, non devo leggergli un albo per convincerlo, in questo modo mettendo sulle sue spalle una responsabilità che invece dovrebbe essere dell’adulto.
È una di quelle situazioni in cui i casi sono solo due: o il bambino è pronto oppure non lo è. È dell’adulto la responsabilità di capire se è il momento giusto oppure no, e non sarà la lettura di un libro a cambiare le cose.

È la comunità educante nella sua interezza che dovrebbe assumersi la responsabilità dell’educazione. È qualcosa che dovrebbe riguardare chiunque, anche chi non lavora coi bambini, anche chi non ha figli. Dovrebbe riguardare ogni negoziante, ogni professionista, ogni operatore, in ogni ambiente.

Ho riso molto quando ho letto: «È davvero urticante sentir classificare come pedagogici libri nati per convincere qualcuno che è ormai abbastanza grande per controllare gli sfinteri, rinunciare a un ciuccio che gli è stato messo in bocca senza che lo avesse chiesto, oppure ignorare le proprie ambivalenze rispetto alla nascita di un fratellino».

Questo è un meccanismo che tocco con mano abitualmente, sia quando lavoro nei servizi educativi, sia quando lavoro nelle biblioteche. Le prime richieste sono sempre “soluzioni-ricetta”. Poi, certo, ce ne sono anche altre molto più profonde.

Da lettore e da genitore noto che il trend del “libro-utensile”, spacciato come strumento per ottenere dei risultati tangibili, non accenna ad affievolirsi.
Però mi chiedo, e le chiedo: chi dovrebbe educare chi acquista questo tipo di libri a cercare invece opere di altra natura e di altro livello?

La tua è una domanda a cui è molto difficile rispondere.
E l’unica risposta possibile è una risposta “politica”, perché la stessa educazione è quanto di più politico esista, dato che consiste nel permettere alle persone di realizzare loro stesse nel rispetto dell’ambiente in cui vivono.
È la comunità educante nella sua interezza che dovrebbe assumersi la responsabilità dell’educazione. È qualcosa che dovrebbe riguardare chiunque, anche chi non lavora coi bambini, anche chi non ha figli. Dovrebbe riguardare ogni negoziante, ogni professionista, ogni operatore, in ogni ambiente.
Faccio un esempio banale — nel mio lavoro di pedagogista chi mi chiede un parere sono persone di due tipi: quelle che interrogano ciò che fanno e osservano e quelle che non lo fanno. Da queste ultime mi viene ripetutamente domandato come contenere i capricci dei bambini. Io vorrei iniziare dallo spiegare che i capricci in realtà non esistono ma esistono dei livelli di maturità per cui uno esprime come può la rabbia e il disagio (oltretutto dovremmo riflettere su un fatto: se fossimo trattati come sono trattati spesso i bambini, noi adulti esprimeremmo rabbia e disagio in maniera diversa?), ma quando mi trovo a rispondere a queste richieste lo faccio in quello che è già un livello di “emergenza”.
Mentre invece questo tema andrebbe affrontato fin dal principio, fin dai corsi di accompagnamento alla nascita. Ma per far questo ci sarebbe bisogno di investimenti molto più seri e puntuali, a tutti i livelli. Va rimesso al centro di tutto lo studio dello sviluppo umano. È da lì che bisognerebbe partire.

Le promesse illegittime sono tante. Sono quelle dei libri che, implicitamente o esplicitamente, promettono di rendere i bambini intelligenti, autonomi, di successo. E poi, quando i bambini crescono, arrivano i libri “nobilitanti”, edificanti, dai temi impegnati, o per bambine ribelli e bambini eroici.

Nell’abstract del libro lei scrive: «Una comunità attenta promuove benessere, contrasta la povertà educativa, alimenta cultura su educazione e cura, quando favorisce la circolazione dei saperi e sostiene una pluralità di collaborazioni tra servizi e liberi cittadini». Quel corsivo su “attenta” l’ho messo io, perché è un aggettivo sul quale mi interessa particolarmente il suo punto di vista. Non c’è abbastanza attenzione? O ce n’è di meno rispetto al passato?

Credo che ci sia un’attenzione diversa. Non saprei dire se in più o meno: guardando alle altre epoche storiche si rischia sempre di farlo con un sguardo “innamorato”. Ogni epoca ha dei punti di attenzione e dei punti di disattenzione. Oggi il punto di disattenzione è dato, secondo me, principalmente da due cose. Il primo è che le logiche del marketing prevalgono su tutto, anche su noi stessi, tanto che non pensiamo più alle cose in termini di valore ma di costo.
L’altro è la mentalità della produzione in serie. Fin dalla prima guerra mondiale le industrie si sono rese conto che produrre in serie oggetti identici per i soldati negli eserciti e nelle trincee portava a guadagni fino a quel momento inimmaginabili. Questo ha messo in moto un meccanismo che è infine stato assimilato anche dalle amministrazioni pubbliche.
Fino a quindici anni fa, nei servizi sociali, le risposte che si davano ai singoli cittadini e alle singole famiglie erano risposte personalizzate. Oggi con questo grande bluff dei voucher, coi quali idealmente puoi fare quello che vuoi, in realtà non scegli più nulla, perché se non conosci le opzioni, se non hai le facoltà per scegliere, non sei più libero, semplicemente non hai più una guida che possa aiutarti a fare un percorso.

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Hervé Tullet, “Fiori”, Modena, Franco Cosimo Panini, 2020
Hervé Tullet, “Forme!”, Modena, Franco Cosimo Panini, 2020
Lucie Felìx, “Coucou”, Paris, Les Grandes Personnes, 2018
(foto: Valentina Bellello | courtesy: Francesca Romana Grasso)

Un’altra espressione che ho sottolineato e che ho trovato più volte, nel libro, è “promesse illegittime”. Lo usa, ad esempio, per mettere in discussione (diciamo demolire?) quelle strategie di marketing che usano vaghi riferimenti scientifici per promuovere prodotti che, scrive, «nulla spartiscono con quei saperi ed esperienze».

Munari, Montessori… sono quelli che fanno vendere. Ma quando ci si appoggia alle loro teorie, spesso lo si fa svuotandole completamente di contenuti.
Le promesse illegittime sono tante. Sono quelle dei libri che, implicitamente o esplicitamente, promettono di rendere i bambini intelligenti, autonomi, di successo. E poi, quando i bambini crescono, arrivano i libri “nobilitanti”, edificanti, dai temi impegnati, o per bambine ribelli e bambini eroici.
Tante volte il problema non è nel libro in sé ma nel discorso che si fa attorno a quel libro: il marketing lo investe di finalità che non sono del libro stesso. I libri hanno solo il compito di essere fatti bene, punto. E invece, vista l’iper-produzione che c’è nel mondo dell’editoria per l’infanzia, ci sono tantissimi libri che sono fatti male.

Nel suo testo sono citati, a parole e in immagini, moltissimi esempi di ottima editoria, brave autrici e bravi autori. Varrebbe l’acquisto anche solo per questo.
Generalmente, quando lei parla di brutti libri non fa nomi. Solo in un caso, mi pare, ha inserito una stoccata, ed è stato coi libri di Chris Ferrie pubblicati da Il Castoro.

L’approccio che preferisco è quello della gentilezza e della costruttività. Con quella serie di libri, però, non sono riuscita a trattenermi. Che senso ha fare libri per bambini di 0 anni che parlano di fisica quantistica? È una cosa talmente grottesca che sembra irreale.
Non sono una critica letteraria, ma da pedagogista posso dire che è una cosa ridicola.

Nel mio saggio uso un’espressione per definire la nostra società: “società strabica”, che da un lato dichiara di mettere il bambino al centro ma dall’altro lato ne ignora i bisogni.

Tra le prime pagine del capitolo intitolato L’educazione tra scienza e marketing scrive appunto «Questo capitolo si propone di smontare l’equivoco secondo cui si debba attivamente sollecitare il fare delle persone nei primi anni di vita spostandole da ciò che farebbero spontaneamente, temendo che altrimenti non sfruttino le preziose occasioni predisposte per loro, perdendo così tempo prezioso».
Passando ad altro: la sua è un’opera assolutamente centrata sul presente, questo presente, quello del Covid-19. Il virus viene di tanto in tanto citato come riferimento, sia quando si parla delle necessità di movimento dei bambini sia del tipo di offerta culturale che va pensata per loro.
Alla luce del fatto che quella in cui ci troviamo è forse una situazione che potremmo sperimentare ancora, le chiedo quali potrebbero essere — in questo momento ma anche in futuro, se e quando saremo un po’ più liberi — i piani per le scuole e gli spazi culturali come le biblioteche, che lei nel libro individua come servizi centrali per una comunità.

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Dario Zeruto, “Shapes Colours Numbers”, London, Words & Pictures 2018
Yusuke Yonezu, “5 mele rosse”, Zurigo, Minedition-Cornaredo, Il Castello, 2012
Giovanna Mantegazza, “Contiamo insieme”, Milano, La Coccinella, 1999
Joanna Bartosik, “Dwa, trzy, cztery i numery”, Piaseczno, Wydawnictwo Widnokrąg, 2018
(foto: Valentina Bellello | courtesy: Francesca Romana Grasso)

Amo le biblioteche perché ci arrivano, trasversalmente, persone di tutti i tipi.
Sono la mia passione. Quando posso, organizzo i viaggi in base alle biblioteche del paese in cui andrò. Soprattutto in Nord Europa, dove le biblioteche sono dei luoghi di vita, dove si può addirittura consumare pasti, al contrario che da noi, dov’è proibito.
Gli spazi devono accogliere. E quindi vanno ripensati avendo bene in mente questo. Sono le persone che devono stare a proprio agio in uno spazio, e non lo spazio a forzare le persone ad agire in un certo modo.
Penso agli adolescenti che vanno a scuola lontano da casa e sono di fatto pendolari: non hanno dove pranzare, sono costretti ad andare in biblioteca a studiare dopo aver mangiato.
Quando si progetta un ambiente credo si debba seguire la natura: i primi bisogni sono quelli fisiologici — della fame, del riposo e dell’evacuazione — e quindi partiamo da quelli, e poi strutturiamo gli spazi in una maniera tale da poterli modificare.
Nel mio saggio uso un’espressione per definire la nostra società: “società strabica”, che da un lato dichiara di mettere il bambino al centro ma dall’altro lato ne ignora i bisogni.

Parlando di biblioteche e servizi educativi, scrive che dovrebbero aspirare ad essere «bei luoghi di vita in cui fare buoni incontri».

Dobbiamo far sì che le persone si sentano padrone di casa, nei luoghi pubblici, ma in un’ottica più civile.
Noi siamo abituati a curare molto le nostre case private e a non fare altrettanto con gli spazi comuni. Questo va ribaltato.
La pedagogia dell’ambiente è potentissima: noi si fa quello che l’ambiente ci induce a fare, mostrandoci la fiducia che ha verso di noi.

Ci sono realtà piccolissime ma mosse da così tanta forza di volontà che investono più dei grandi gruppi editoriale su un’idea.

Mi vengono in mente tutti quegli spazi pubblici progettati “dall’alto”, senza tener conto delle esigenze specifiche di chi poi dovrà viverli. Per fare un parallelismo, magari un po’ forzato, è quello che talvolta succede nel mondo dell’editoria per l’infanzia, coi libri “per bambini” che poi in realtà per bambini non sono, ma il marketing decide che debbano andare in quegli scaffali delle librerie piuttosto che in altri.

Non è poi così forzato. Penso a quegli spazi in cui si vieta loro di stare nelle posizioni più naturali, ad esempio a pavimento, o in piedi intorno a un tavolo anziché seduti, oppure se ne limitano i micromovimenti, come spostare il peso del corpo da una gamba all’altra, così necessari sia per mantenere attivi i circuiti dell’attenzione sia per apprendere le variazioni di equilibrio con baricentri diversi.
Chi progetta uno spazio deve dare al bambino la possibilità di scegliere. Bisogna accoglierla, questa spinta al movimento, non soffocarla o forzarla.
Allo stesso modo, se fai un libro bellissimo con le finestrelle e, come contenuti, lo immagini per un bambino di 16/18 mesi, devi mettergli in mano un oggetto robusto perché non puoi fargli vivere l’angoscia del dover stare attento. Quell’angoscia rovina tutto il senso del libro altrimenti bellissimo.
In questo caso il libro va progettato tenendo conto delle possibilità che ti offre la cartotecnica, e questo va ad influire su cosa puoi raccontare e cosa no.

La parte materiale del libro influisce sul contenuto. Questo mi porta a pensare alle autoproduzioni editoriali, un mondo pieno di idee ma con carenza di fondi per realizzarle.
Quando si tratta di libri per grandi, il problema si può tranquillamente superare e, anzi, l’economia di mezzi può diventare un punto di forza. Ma nel caso dei libri per bambini, certe rilegature, certe carte, cartoncini e fustellature sono troppo costose e quindi fuori portata. Qualcuno ci prova ugualmente, ma purtroppo — e mi è capitato di vederne — il risultato è pessimo: libri troppo grandi, con troppe pagine, con la carta troppo sottile, o troppo pesanti per quello che dovrebbe essere il pubblico dichiarato dell’opera.

È anche vero, però, che ci sono realtà piccolissime ma mosse da così tanta forza di volontà che investono più dei grandi gruppi editoriale su un’idea.

Ai bambini non va insegnato cosa ci devono fare con un libro. Tu sei solo un tramite e tanto meno sei necessario tanto più sei un bravo educatore.

Poi però capita che i prezzi siano poco sostenibili per chi acquista.

Della questione del prezzo parlo anche in Primi libri per leggere il mondo.
Molto spesso viene osservato che dei libri “d’autore” costano troppo. Non è un’osservazione che viene solo dai privati ma anche dai servizi educativi — «costano troppo, poi si rompono».
In realtà è una questione tutta da verificare: ci sono libri commerciali fatti male che costano 30/35 Euro e vengono acquistati senza tanti problemi, quindi perché non spendere altrettanto per uno apparentemente meno fruibile ma pieno gioia e spunti e fantasia come quelli dell’autore giapponese Katsumi Komagata?
Sono tanti anni che cerco di far conoscere questi libri alle educatrici e ai bibliotecari, perché quando si vive in prima persona l’esperienza e il piacere dell’incantamento poi è più semplice sia motivare l’acquisto per una biblioteca o una scuola sia riproporlo ai bambini.

Perché poi si instaura questo grande equivoco: che “certi libri” sono solo per “certe persone”.

È proprio quello che non bisogna fare. Come diceva Munari, bisogna arrivare nei mercati rionali, in mezzo alla gente. Chi è già interessato ti viene a cercare, ma gli altri bisogna farceli “inciampare”.
Bisogna presentare nuovi mondi a chi non sa nemmeno della loro esistenza. E poi ai bambini non va insegnato cosa ci devono fare con un libro. Tu sei solo un tramite e tanto meno sei necessario tanto più sei un bravo educatore.

Molti laboratori sono in sé e per sé meravigliosi, se si inserissero in un tempo libero. Il problema è che quel tempo libero glielo abbiamo via via eroso.

Laboratori per bambini: ce ne sono tanti, probabilmente troppi. Sembra, dal mio punto di vista, che siamo noi genitori a “collezionarli” per sentirci bravi padri e brave madri. Iscriviamo i figli ma è come se li facessimo noi.
Che ne pensa?

Sono molto imbarazzata nel rispondere perché, tra la cerchia dei miei amici più cari, molte persone si occupano di queste cose, quindi ho paura di essere fraintesa e che qualcuno possa offendersi.
Credo comunque che questa sovrabbondanza nasca dal fatto che i bambini non hanno più il diritto di uscire da soli, di andare a casa degli amici e anche, volendo, di non far nulla.
È assolutamente legittimo che un bambino abbia voglia di passare il sabato e la domenica in casa, in pigiama, sul pavimento. E invece viene spostato come una valigia da un luogo all’altro, dalla scuola all’attività extrascolastica, e nel fine settimana si ritrova iscritto a un laboratorio che non ha scelto lui. E non possiamo dire che, solo perché gli piace, l’abbia scelto. Non è così che funziona.
È questo il nodo critico: la scelta.
Molti laboratori sono in sé e per sé meravigliosi, se si inserissero in un tempo libero. Il problema è che quel tempo libero glielo abbiamo via via eroso.
Nell’ottica di una comunità educante dovremmo riuscire a creare tanti punti, tante proposte a cui i bambini possano avvicinarsi per loro scelta. E come si può ottenere questo? Se si inizia a investire in un’educazione diffusa, che renda anche più accessibili e democratici questi laboratori. Democratici sia per la questione economica, e cioè che tutti possano permettersi di accedervi, sia per il diritto dei bambini di sceglierli di propria volontà.

Ha seguito la vicenda della mostra dell’associazione Tapirulan, che vedeva come protagonista Nicoletta Ceccoli. Mostra che — va sottolineato — non era stata espressamente pensata per i bambini ma che è stata duramente attaccata, a mio parere in maniera totalmente miope e bigotta, soprattutto da destra.

Non l’ho seguita nel dettaglio e la conosco solo per grandi linee. L’idea che mi sono fatta è che esistono tanti attivisti di stampo cattolico-ortodosso che trovano purtroppo terreno fertile nell’assenza di una solida cultura laica, capace di mantenere fermo il punto sui diritti costituzionali. Per alcuni versi siamo immersi in storture e latenze tanto ben analizzate nelle distopie scritte nella prima metà del ‘900. Questo soffoca in partenza molte iniziative, sia nel settore privato che in quello pubblico, impattando drammaticamente nelle vite delle persone e più in generale nella comunità.

Mi auguro sicuramente una riduzione — una grande riduzione — nella quantità di titoli prodotti. L’idea di fare prodotti dalla vita breve (e non parlo solo di libri ma degli oggetti in generale) così da venderne poi subito altri, è diventata insostenibile.

Questo porta a qualcosa di ancora peggio della censura, che è l’autocensura. Si evita di toccare temi che potrebbero essere percepiti come scomodi e additati da una parte magari piccola ma “rumorosissima” dell’opinione pubblica.
In questo modo aumentano i tabù e si torna indietro.

Paradossalmente si fa finta di combattere la censura ma stiamo censurando tutto. Perché nel momento in cui metti un’etichetta che sposta l’attenzione del fruitore, è come se facessi una “censura al contrario”: spingi su un aspetto perché non ne ritieni sufficiente un altro.

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Heena Baek, “Moon Sherbet”, Seoul, Storybowl, 2010
Stian Hole, “L’estate di Garmann”, Milano, Donzelli, 2011
Laetitia Zuccarelli, “Zizi ou Zézette”, Paris, Editions Thierry Magnier, 2008
Claire Curt, Odile Bailloeul, “Zack le maniaque”, Genève, La Joie de Lire, 2016
Enzo Arnone, Bruno Munari, “Ciccì Coccò”, Mantova, Corraini, 2019
Nicolette Humbert, “A nous de choisir!”, Genève, La Joie de Lire, 2013
Mille Foli, “Wie laut ist leise? Mit allen Sinnen die Welt entdecken”, Weinheim, Beltz & Gelberg, 2016
Bruno Munari, “Da lontano era un’isola”, Mantova, Corraini, 2006
Ninamasina, “Questa notte ha nevicato”, Milano, Topipittori, 2017”
(foto: Valentina Bellello | courtesy: Francesca Romana Grasso)

Che ne pensa della attenzione crescente del settore dell’editoria per ragazze e ragazzi sul tema del femminismo? Anche in questo caso ci sono “libri-utensile”?

Ci sono libri-strumento, libri brutti e libri bellissimi. Se un libro che vuole battersi per fare cultura su dei diritti e sulla violazione di tali diritti è fatto bene, evviva!
Ad esempio io mi sono follemente innamorata dei libri di Liv Strömquist, pubblicati in Italia da Fandango. Oppure Bastava chiedere! di Emma.
Ma se è un brutto libro allora no, non si può vendere solo perché parla di questo.

Cosa auspica, quindi, per il mondo dell’editoria per l’infanzia?

Mi auguro sicuramente una riduzione — una grande riduzione — nella quantità di titoli prodotti. L’idea di fare prodotti dalla vita breve (e non parlo solo di libri ma degli oggetti in generale) così da venderne poi subito altri, è diventata insostenibile.
Spero che nelle case editrici si torni ad avere una visione di insieme, di catalogo.
Ci sono tantissime case editrici eccellenti — non voglio fare nomi per non fare dispetto a chi, per questioni di tempo e di memoria, potrei lasciare fuori.
Per fare un discorso più in generale, ciascuno di noi deve fare un pezzettino, secondo le proprie possibilità e al massimo di quelle possibilità. Questo significa anche fare delle scelte di coerenza. Saper dire di no, soprattutto quando è difficile farlo.
Mi sento di fare un appello a persone di tutte le età. Perché, specialmente ora che abbiamo paura per il nostro presente e il nostro futuro, adesso più che mani dobbiamo dire dei «no» ben chiari quando le richieste che ci fanno sono inadeguate.

co-fondatore e direttore

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