fbpx

APRI, i racconti per corrispondenza: intervista al fondatore, Lorenzo Ghetti

Un racconto inedito al mese, in forma epistolare e autoconclusivo, scritto da alcuni tra i più interessanti nomi del fumetto e della narrativa italiana.
Ecco, in breve, il progetto APRI, che arriva per posta agli abbonati. Il primo numero è in uscita in questi giorni

«Ti scrivo perché è da qualche giorno che mi frulla in testa un nuovo, piccolo, progetto indipendente ma che ha alcuni problemi tecnici che non so come risolvere».
Era il 26 aprile 2020, stava per finire la Fase 1 e iniziare la Fase 2 dei provvedimenti contro la pandemia e a scrivermi era Lorenzo Ghetti.

Pisano, classe 1989, disegnatore e sceneggiatore, già tra i fondatori di Delebile, un’autoproduzione che ha avuto un ruolo seminale nel panorama del fumetto indipendente italiano, autore del pluripremiato webcomic To Be Continued, del graphic novel Dove non sei tu e di una miriade di altri titoli, come disegnatore o come scrittore, Ghetti è indubbiamente un esploratore di “formati”. Data una piattaforma — che può essere una pagina di carta, lo schermo di un computer, un social network —, lui prova a sviscerarne caratteristiche e limiti e, in base a quelli, cerca di tirarne fuori una narrazione.
Il “nuovo, piccolo, progetto indipendente” del quale voleva parlarmi nella mail succitata era appunto un’altra sua avventura, tra narrazioni e formati, stavolta in veste di editore e curatore.

Il progetto si chiama APRI e consiste in racconti di finzione, autoconclusivi e in forma epistolare, che arrivano per posta, ogni mese, agli abbonati. Dentro alla busta, oltre alla lettera, anche fotografie, cartoline, biglietti: elementi che non sono pura decorazione ma fanno parte della storia.
Ciascun numero avrà un singolo autore o una singola autrice — tra i nomi più interessanti del fumetto e della narrativa italiana — e ogni lettera sarà completamente differente dalle altre per genere, atmosfera, stile, epoca.

Per sapere di più, in vista dell’uscita, in questi giorni, della prima lettera (tutte le novità sul progetto si possono seguire su Instagram e Facebook), ho intervistato Lorenzo Ghetti.


(Foto: Michele Lischi | courtesy: APRI)

Ci siamo già sentiti diverse volte riguardo a questo progetto. Riassumiamo qui com’è nato.

Riconduco la genesi a due aspetti. Uno, più personale, è il fatto che l’inverno scorso, durante il periodo di confinamento, il fatto di stare chiuso in casa mi ha fatto venire voglia di fare qualcosa. Avendo più tempo, volevo buttarmi in un nuovo progetto.
Era già passato qualche anno da To Be Continued e il mio primo pensiero è stato quello di creare un altro fumetto online. Tanto più che, in un periodo in cui stavamo tutti più che mai davanti al computer, poteva essere un’idea sensata. In realtà, la quarantena mi aveva anche fatto passare completamente la voglia di stare su Internet.

Voglio cercare dei modi per cui la storia che racconti venga potenziata dalla forma che ha.

Quindi hai immaginato dei canali alternativi.

Sì, prima mi è venuto in mente di costruire una narrazione pensata per le Instagram Stories, ma mi sono reso conto che sarebbe stato difficile chiedere al pubblico che ti segue sui social un momento di silenzio e di concentrazione. Volevo invece trovare un modo, un posto, una “scatola”, in cui potessi avere l’attenzione completa di qualcuno che stava ascoltando o leggendo o guardando la storia che avevo voglia di raccontare.
Mi sono venute in mente le newsletter. Sono un grande amante delle newsletter, oltre che un fan e amico di Pietro Minto, che fa la newsletter Link Molto Belli e ne scriveva anche una di racconti di fantascienza, Curzio.
Mi sono detto: «Se facessi arrivare delle mail, che sono dei racconti ma che sono anche delle mail?».
Questo è probabilmente il secondo degli aspetti di cui parlavo prima: cercare dei modi per cui la storia che racconti venga potenziata dalla forma che ha.

(Foto: Michele Lischi | courtesy: APRI)

I tuoi lavori hanno sempre sperimentato col formato, con la “scatola”, come l’hai chiamata tu. Penso a To Be Continued ma anche al progetto A U T, che creasti con Elisabetta Mongardi.

Non mi piace dare niente per scontato. Preferisco fare qualcosa di imperfetto, ma che tenta di essere in qualche modo “nuovo”, piuttosto che qualcosa di perfetto che però rientra nei canoni.
Amo creare dei meccanismi, dei giochi narrativi, pure a costo di essere poco efficace.

Secondo te, se dovessi fare psicologia spicciola, da dove viene questa predilezione? Da che trauma infantile [ridendo, ndr]? A parte gli scherzi: ti chiedo se c’è qualche tipo di narrazione che ti ha particolarmente colpito durante il tuo percorso di formazione.

Quand’ero piccolo scrivevo storie e poi le lasciavo a metà. Ogni volta che facevo un disegno, o scrivevo qualcosa, lo mostravo a mia madre e puntualmente lei lo guardava e mi chiedeva: «Che cosa devo capire?». Perché io ero convinto di mettere elementi nascosti, o un doppio senso, e provavo frustrazione quando la persona a cui lo facevo vedere non li coglieva. Quindi lei, conoscendomi, me lo domandava subito.
Mi ricordo, poi, che quando ero al liceo io e i miei amici eravamo molto presi da Watchmen di Alan Moore. Avevo l’edizione pubblicata da La Repubblica e, tra un capitolo e l’altro, c’erano dei pezzi narrativi di Moore, anche piuttosto lunghi. Era una cosa che amavo: elementi di un fumetto che non sono fumetto ma potenziano quel mondo narrativo. I miei amici, come pure mia sorella, saltavano invece a piè pari quelle parti.

Se è vero che abbiamo smesso di scrivere lettere e comunichiamo tutti in digitale, è anche vero che le cose a casa ce le facciamo arrivare lo stesso. Soprattutto durante la quarantena.

Torniamo alla newsletter. Come mai da quella sei passato all’idea della lettera vera e propria?

Perché mi è venuto in mente di fare un passo ulteriore. Una newsletter che però arriva direttamente, fisicamente, a casa.
Se è vero che abbiamo smesso di scrivere lettere e comunichiamo tutti in digitale, è anche vero che le cose a casa ce le facciamo arrivare lo stesso. Soprattutto durante la quarantena.

(courtesy: APRI)

Il nome APRI da dove è arrivato? Mi pare di ricordare, dai nostri scambi di mail, che fu Minto a suggerirtelo.

APRI ha in realtà cambiato nome diverse volte. Come telefonai a te e ad altre persone per chiedere qualche consiglio, chiamai anche Pietro, che è poi diventato uno con cui faccio spesso “brainstorming”. A lui divertiva molto l’idea che il progetto potesse essere una sorta di società segreta e iniziò a pensare a degli acronimi. Uno di questi era appunto A.P.R.I.
Per ora abbiamo messo da parte l’idea della società segreta e dell’acronimo ed è semplicemente APRI. Un nome semplice che però dice molto del progetto, perché descrive il gesto necessario perché funzioni: aprire la lettera.
Aprire è un gesto chiave: ti ritrovi una busta in mano, non è indirizzata a te, che fai? La apri o no?

Aprire è un gesto chiave: ti ritrovi una busta in mano, non è indirizzata a te, che fai? La apri o no?

Questa sembra una puntata di A U T!
Quando parlammo del progetto, che ancora non aveva un nome, tu fosti ben chiaro fin da subito sul fatto di puntare sull’autoproduzione editoriale. Perché non provare a proporre l’idea a un editore?

In un periodo in cui il sistema editoriale — tra case editrici e distribuzione — ha problematiche molto evidenti, ho cercato di trovare un modo per avere un contatto diretto, senza intermediari, con chi, potenzialmente, potesse aver voglia di seguire questa iniziativa.
Inoltre avere dietro un editore avrebbe probabilmente significato essere limitati in quanto ad autori e autrici da coinvolgere. Una casa editrice, com’è normale che sia, avrebbe cercato di coinvolgere persone della propria “scuderia”, rifiutando magari quelle di altro editore.

La redazione di APRI (foto: Andrea Antinori | courtesy: APRI)

A proposito di autrici e autori, sul sito di APRI ci sono già alcuni dei coinvolti: Giulia Caminito, Paolo Bacilieri, Barbara Baraldi, Tiziana Lo Porto, Davide Morosinotto e Lorenzo Palloni.
Come li hai scelti, e che tipo di riscontro hai avuto da loro?

Inizialmente ho tempestato di chiamate tutti coloro che poi sono entrati a far parte della redazione: Giulia Tudori e Roberta Contarini, che si occupano della grafica e sono state fondamentali per capire il lato materiale della produzione, Andrea Martini, che segue il webdesign, ed Elena Giuntoli, responsabile della comunicazione. Per quanto riguarda il lato autori, invece, ho coinvolto subito Marzia Grillo. Lei è una editor e conosce benissimo il mondo della narrativa, mondo di cui io invece non so poi molto. Volevo capire chi fossero le autrici e gli autori del momento, in Italia — non tanto a livello di fama, quanto piuttosto coloro che avrebbero potuto divertirsi, se coinvolti in un progetto del genere. Perché ciò che chiedo loro non è solo un racconto epistolare ma un prodotto che ha vari elementi che fanno parte di una storia, elementi che non sono pura decorazione.
La risposta, da parte dei nomi che abbiamo coinvolto, è stata straordinaria. Non solo divertimento, proprio entusiasmo. C’è chi, già pochi giorni dopo, ha iniziato a scriverci riempiendoci di idee. O mandandoci messaggi vocali lunghissimi, schemi, progetti minuziosissimi che non vedo l’ora di poter divulgare.

L’impostazione grafica e gli elementi esterni alla lettera sono decisi da autori e autrici oppure c’è un confronto con voi?

Dipende: qualcuno è stato molto, molto preciso sia sull’aspetto grafico che sugli elementi, arrivando persino a voler disegnare il francobollo. In altri casi il risultato finale è frutto di uno scambio di idee. 

(courtesy: APRI)

E i testi chi li scrive? Mi riferisco alla grafia.

Anche questo dipende dall’autore o dall’autrice. Noi non vogliamo mettere sulle loro spalle pure questa incombenza. Quindi abbiamo una sorta di “catalogo calligrafico” dal quale facciamo scegliere, formato dalle grafie di noi della redazione più quelle di amiche e amici. Poi c’è chi, invece, vuole scrivere di persona. Ma non tutte le lettere saranno scritte a mano.

Immagino ci sia un “master”, che poi riproducete.

Sì, è creare il master è il lavoro più complesso. Per ogni lettera e ogni elemento cerchiamo di capire quale tipo di carta abbia più senso, dove e come stampare… In certi casi, ad esempio, può andar bene una fotocopia, per altri serve una tipografia specializzata.
Ti farei ascoltare le lunghissime conversazioni che io e Roberta Contarini abbiamo a proposito delle carte. Infatti tra poco devo uscire a cercare una risma di un preciso tipo di giallo che ha scelto proprio lei.
Devo dire che questa è la parte più divertente di tutto il lavoro.

Mi aspetto un pubblico di lettrici e lettori forti, legati agli autori e alle autrici che abbiamo già annunciato.

Lavorare con delle “scatole” significa anche lavorare con dei limiti di quello che, di volta in volta, è il mezzo.

Certo. Prendi A U T, un progetto che mi ha divertito moltissimo ma che aveva delle specificità che lo hanno reso poco divulgabile e molto cervellotico.
Nel caso di APRI c’è un limite di budget, di materiali e di fattibilità. Per dire: qualcuno ha chiesto se fosse possibile inserire una gomma da masticare già masticata, ma ovviamente, per motivi tecnici (e igienici, in questo momento storico [ride, ndr]), non sarà possibile farlo.

(courtesy: APRI)

Quanto durerà il progetto? Intendo dire: spero il più possibile ma vedo che è possibile abbonarsi a un anno di uscite, quindi saranno minimo dodici lettere.

Sì, per il primo anno abbiamo già la conferma di tutte le autrici e gli autori. Anzi, ne abbiamo più di dodici.
È una “macchina” che si potrà considerare autosufficiente solo se arriviamo a certi numeri. Per adesso sta andando benissimo, sia a livello di abbonamenti che di risposta sui social.

Chi è il pubblico? E che tipo di reazione ti aspetti?

Mi aspetto un pubblico di lettrici e lettori forti, legati agli autori e alle autrici che abbiamo già annunciato.
Cosa aspettarmi non lo so. Non vedo l’ora che le lettere vengano aperte per avere la conferma definitiva se il viaggio che mi sono fatto è solo nella mia testa oppure no [ride, ndr].

(courtesy: APRI)

Uno degli elementi principali del progetto è l’effetto sorpresa. Il format delle scatole a sorpresa è già collaudato e ha numerosi esempi di successo. Per la narrativa, però, non l’avevo ancora mai visto.

All’inizio abbiamo fatto una sorta di ricerca di marketing. A tutti venivano in mente le classiche “subscription box”. Ce ne sono tante, da hoppípolla a quelle di cibo, cosmetici e via dicendo. Ci sono anche scatole di libri, ma si tratta di una curatela di pubblicazioni già uscite.
Un progetto che mi piace molto è il Secret Mag Club di Frab’s, che manda riviste indipendenti. Poi so che c’è un illustratore, Davide Catania, che spedisce una newsletter che però arriva a casa, con un racconto e un’illustrazione.
E proprio in questo periodo c’è una campagna di crowdfunding per un’edizione costosissima legata a Dracula di Bram Stoker. È molto interessante perché comprendo e ammiro la volontà di creare una narrazione in modo molto realistico.

Credo che il successo di podcast e newsletter stia nel fatto che il pubblico ha potere assoluto su quando leggerli o ascoltarli.

A proposito di questo: la lettera solitamente è il formato per eccellenza per comunicare se stessi. In questo caso, invece, è utilizzata come canale per fare fiction.

Si crea un corto circuito per cui stai leggendo qualcosa che è finto ma che è realizzato perché sembri il più possibile reale.

(Foto: Michele Lischi | courtesy: APRI)

Prima mi dicevi di essere un grande appassionato di newsletter. In questo periodo ci siamo accorti un po’ tutti che, insieme al podcast, è uno dei formati più in voga. Secondo te perché?

Mi stai facendo questa domanda ma penso che in testa tu abbia già la risposta.
Credo che il successo stia nel fatto che il pubblico ha potere assoluto su quando leggerli o ascoltarli. Il podcast e la mail possono essere conservati e messi da parte. Scegli tu il momento in cui aprirli.
Io, ad esempio, sono iscritto a molte newsletter. Mi arrivano durante l’intera la settimana ma me le leggo tutte di fila il sabato mattina.
Invece tutto ciò che è sui social ti passa davanti e, se non lo leggi al momento, è perso. Certo, ci sono anche lì modi per salvare i contenuti, ma sono funzioni secondarie, che la maggior parte delle volte non ti viene neanche in mente di utilizzare.
Il tempo passato sui social non lo concepisco come tempo per fruire qualcosa con calma, anche perché non è quello il motivo per cui accedi a Facebook, Instagram, Twitter.

Per l’ultimissima domanda torniamo ad APRI. Cosa possono aspettarsi i lettori dalle prime uscite? Ti chiedo, ovviamente, solo quello che puoi rivelare.

La prima uscita è quella di Giulia Caminito. È una lettera che in redazione abbiamo amato fin dal momento in cui è arrivata. Posso rivelare che è una lettera d’amore, che però, in parte, è quasi di fantascienza.
La seconda, invece, ci ha lasciati molto inquieti. Quando abbiamo scelto gli elementi da mettere dentro, ci sono venuti i brividi all’idea che alle persone possano arrivare a casa cose del genere.
La terza sarà storica e sarà una questione familiare.
Infine posso annunciarti alcuni degli altri nomi che parteciperanno: Ester Viola, Nadia Terranova e Paolo Cattaneo.

(Foto: Michele Lischi | courtesy: APRI)
Altre storie
Un libro su Jaroslav Benda, grafico, type designer e artista ceco quasi dimenticato