La Vida Después: un progetto di Mail Art per corrispondenze oltreconfine in tempo di pandemia

Il virus, ce ne siamo resi conto pian piano, vivendo le varie fasi — curiosità, quando ancora era qualcosa di lontano e incerto, poi attenzione, paura, rassegnazione, fastidio, stanchezza —, è stato ed è una sorta di macchina del tempo. In piccolo, nel mondo immediatamente attorno a noi, ha distorto la percezione delle scorrere delle ore, dei giorni e delle settimane. Allargando la prospettiva all’intero pianeta, ha invece creato quello sfasamento per cui i paesi che entravano nella fase acuta della diffusione pandemica avevano già “visto il futuro” osservando ciò che succedeva altrove, e viceversa. Il tutto reso ancora più surreale dal fatto che quella in cui viviamo è una realtà iperconnessa e, attraverso la rete, tutto è sincronizzato 24/7 (forse la lettura più utile, in questo periodo, oltre a Spillover di David Quammen, schizzato presto in testa alle classifiche, è L’ordine del tempo di Carlo Rovelli).

Concetti come “prima” e “dopo” si sono deformati fino a conseguire una forma più elastica che mai, con le nostre finestre virtuali e digitali aperte su infiniti “mentre” intrecciati e al contempo racchiusi gli uni negli altri, tanto che tra una videochiamata e l’altra non sarebbe apparso poi così strano pensare di essere su linee temporali differenti rispetto a coloro che stavano dall’altra parte dello schermo.

È in questo dislivello “quandico” (nel senso di relativo al “quando”) che tre insegnanti — due italiani e un’argentina — hanno incominciato a sentirsi e a interrogarsi su ciò che stavano vivendo.
In marzo, mentre qui in Italia la situazione stava diventando sempre più drammatica e in America del Sud, invece, l’emergenza doveva ancora iniziare, Enrico Cerri, grafico e fotografo, docente presso la Scuola Mohole di Milano, Riccardo Pocci, artista e professore al Liceo Artistico Leon Battista Alberti di Piombino, e Virginia Chiodini, docente presso la Universidad Nacional de La Plata, si sono messi a discutere, e i loro discorsi, come quelli di molti, moltissimi altri insegnanti, ruotava attorno alla didattica online.

«In materie come le nostre, fatte di rapporti umani, di interazione fisica e di confronto, dove anche una pacca sulla spalla in certi momenti ha un suo valore, e con noi che arriviamo in classe pieni di libri da mostrare, ci siamo trovati dei ragazzi demotivati, con poca voglia, un po’ perduti e alla ricerca di un senso», mi ha raccontato Cerri al telefono.
«Parlandone, io, Riccardo e Virginia ci siamo immaginati “la vita dopo”. Avendo delle classi, abbiamo pensato di trasformare questa “vita dopo” in un progetto e a buttare giù delle linee guida».

Per staccarsi dal digitale, come una sorta di reazione alla didattica a distanza, hanno pensato alla Mail Art, tematica che anche nelle scuole d’arte e di progettazione viene solitamente un po’ “schivata”, sicuramente sottovalutata.
Assieme ai ragazzi hanno quindi pensato di studiare e di ispirarsi all’opera di Ray Johnson, uno dei padri storici della Mail Art, e di lanciare una convocatoria transnazionale, creando opere da spedire poi dall’altra parte del mondo.

La primissima fase è stata l’elaborazione, da parte degli studenti italiani e argentini, di poster 50×70, nei quali esprimere loro stessi, le loro emozioni, e immaginare il futuro.
Ciascuno ha lavorato su tre manifesti: uno illustrato, uno tipografico e uno artigianale, realizzato ciò senza computer, utilizzando solo quello che avevano a disposizione nelle loro case.
«Quando siamo partiti qui in Italia stavamo passando il periodo più brutto — Bergamo, i carri militari con le bare — e quando abbiamo chiuso questa prima fase, a inizio luglio, ormai sembrava di essere quasi tornati alla normalità», spiega Cerri, che aggiunge: «Non c’è stata selezione, sia perché si tratta di un progetto scolastico sia perché sono lavori molto personali e quindi le categorie di bello e brutto passano in secondo piano».

I refusi nel testo sono voluti (vedi “Diciembre”), in un italiano “spagnolizzato” come le discussioni tra i tre ideatori

I poster italiani finiranno quindi in Argentina, e viceversa, con l’idea di organizzare poi delle mostre nelle rispettive scuole, e di aprire la partecipazione anche ad altri istituti e ad altri paesi.
Prossimamente verranno creati anche un sito e un account Instagram, ma nel frattempo la call è stata aperta a tutti.
Chiunque potrà partecipare lavorando a un proprio poster 50×70 a tema “la vida después” e inviandolo a [email protected].

La scadenza è fissata al 31 dicembre 2020, che rispetto a ora è già “dopo” — anche se magari non abbastanza “dopo” da cominciare a dimenticare tutto questo. Il tempo, adesso più che mai, è relativo. Quello assoluto, insegna il succitato Rovelli, davvero non esiste.

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