Esclusiva: da Paw Chew Go festival la video-intervista a Nathalie Du Pasquier

Arrivata in Italia a fine anni ‘70, ha vissuto a Roma come ragazza alla pari, per poi spostarsi a Milano con l’idea di diventare illustratrice. Lì il suo primo lavoro fu quello di standista al Salone del Mobile, dove per caso incontrò la designer Martine Bedin, che conosceva già dalla Scuola di Belle Arti di Bordeaux e che la invitò a una festa in cui conobbe tutto il “giro” della Milano del design di quel tempo, compreso il suo futuro marito George Sowden. È cominciata così la storia di Nathalie Du Pasquier, tra le figure di punta dell’ormai leggendario Gruppo Memphis e da decenni affermata artista visiva, protagonista di importanti mostre in tutto il mondo.

La scorsa estate sono entrato nel suo luminoso studio milanese a intervistarla per realizzare un breve documentario proiettato a ottobre durante Paw Chew Go festival, in occasione di una sua mostra.
Portai con me un mazzetto di fogli: senza domande ma pieni di informazioni, sue citazioni da altre interviste, parole chiave che avevo scritto in forma di hashtag: #superficie #africa #pattern #linguaggi #archivio #ordine #assemblare/riassemblare #gruppo (sottinteso: Memphis).
Alla fine non ebbi quasi modo di aprirli, perché quella che uscì fuori fu una bella chiacchierata fatta di connessioni tra un tema e l’altro: il viaggio in Africa che, nel ’76/77 fu per lei una sorta di spartiacque, la Milano degli anni ’80, i pattern, le carte di caramelle, l’illustrazione, le collaborazioni con le aziende, le insicurezze e i successi, la carriera di pittrice, i colori e le luci e le ombre, l’utilizzo del suo archivio, il grande rilancio internazionale che ha vissuto negli ultimi anni, gli artisti che ammira di più.

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