Antropocene: esce nelle sale il documentario di Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier

Fu durante un viaggio ad Amburgo, nel 2004, che sentii parlare per la prima volta di Edward Burtynsky. All’epoca la fotografia era la mia ossessione, e andavo matto soprattutto per gli edifici industriali di Bernd e Hilla Becher e per i lavori dei loro tanti “eredi”, la cosiddetta Scuola di Düsseldorf: Andreas Gursky, Candida Höfer, i due Thomas — Ruff e Struth. Spirito documentaristico, ordine formale, sguardo distaccato, freddo, quasi gelido, che però riesce a scavarti dentro attraverso il dettaglio, la nitidezza e la ripetizione.

In una delle tante gallerie d’arte che visitai durante quel viaggio vidi — in vendita su un tavolo accanto ai libri di Gursky e Struth — Manifactured Landscapes. Uscito nel 2003, era uno dei primi libri di Burtynsky, pubblicato in occasione della prima grande mostra dedicata al fotografo canadese, che allora aveva già vent’anni di carriera alle spalle ma che stava appena cominciando a vincere premi e a farsi conoscere a livello internazionale.

Edward Burtynsky, “Coal Mine #1”, North Rhine, Westphalia, Germania, 2015 (copyright: Burtynsky | courtesy: Echo Entertainment Agency)

Rimasi stregato da quel libro, che mostrava i paesaggi industriali e post-industriali che tanto amavo — scenari naturali deturpati dall’attività dell’uomo, cave, discariche, campi di estrazione del petrolio, fiumi rossi di nichel, immani carcasse di navi — ma c’era qualcosa, in quelle immagini, che le rendeva più “calde”, più drammaticamente umane, nonostante la quasi assenza di uomini, che, quando erano presenti, sembravano poco più che laboriose formiche.

All’epoca non si parlava ancora di Antropocene. Il termine, che si riferisce all’era geologica attuale, quella in cui l’homo sapiens sapiens ha modificato e continua a modificare in maniera drastica e spesso irreversibile il pianeta, in realtà esisteva già da tempo ma non era ancora entrato in maniera preponderante nel dibattito pubblico come oggi.

Edward Burtynsky, “Carrara Marble Quarries, Cava di Canalgrande #2”, Carrara, Italia, 2016 (copyright: Burtynsky | courtesy: Echo Entertainment Agency)
Edward Burtynsky, “Uralkali Potash Mine #1”, Berezniki, Russia, 2017 (copyright: Burtynsky | courtesy: Echo Entertainment Agency)

Quelle di Edward Burtynsky, tuttavia, erano già allora tra le più affascinanti testimonianze dell’Antropocene, capaci di scatenare meraviglia e orrore allo stesso tempo, in un vortice di sensazioni complesse e spesso anche contraddittorie (più volte mi è venuto da pensare se non si trattasse semplicemente di una estetizzazione del male, del lato oscuro del Capitale — sempre che ce ne sia uno “chiaro”) che però portavano alla luce due elementi fondamentali: da una parte l’enorme ingegno umano, la capacità di sventrare intere montagne, costruire macchine enormi e congegni sofisticati, trasformare gli elementi; dall’altra una domanda cruciale e assordante, «cosa cazzo stiamo facendo di queste straordinarie abilità?».

Edward Burtynsky, “Makoko #1”, Lagos, Nigeria, 2016 (copyright: Burtynsky | courtesy: Echo Entertainment Agency)
Edward Burtynsky, “Phosphor Tailings Pond #4”, Near Lakeland, Florida, USA, 2012 (copyright: Burtynsky | courtesy: Echo Entertainment Agency)

Questi due elementi hanno continuato a coesistere, in tutti questi anni, nelle opere del fotografo canadese, che ha continuato a fare mostre e pubblicare libri, dai quali sono nati anche dei documentari: l’omonimo Manufactured Landscapes, del 2006, Watermark, del 2013, e il più recente The Anthropocene Project, un progetto nato dalla collaborazione con i documentaristi Nicholas de Pencier e Jennifer Baichwal, che avevano già lavorato con Burtynsky per gli altri due film.

Il poster del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)

Sviluppatosi come opera multidiscliplinare, tra ricerca scientifica, fotografie, un libro, una mostra itinerante, laboratori didattici e installazioni con realtà aumentata e realtà virtuale, The Anthropocene Project ha visto anche la produzione di un lungometraggio, ANTHROPOCENE: The Human Epoch.

Presentato per la prima volta nel settembre del 2018 al Toronto International Film Festival e già apparso in Italia, in anteprima europea al MAST di Bologna (dove è ancora in corso la mostra, fino a gennaio 2020), il film uscirà nelle sale italiane il 19 settembre, distribuito da Fondazione Stensen e Valmyn, con il sostegno di Fridays For Future Italia, Extinction Rebellion Italia, Greenpeace, Associazioni Italiana Giovani Unesco, #unite4earth, Altroconsumo e Lifegate.

87 minuti, proiettato in lingua originale con sottotitoli in italiano, con la voce narrante dell’attrice Alicia Vikander, il documentario è frutto di oltre 10 anni di lavoro ed è stato girato in 6 continenti, 20 paesi, 43 luoghi, molti dei quali già visitati in passato da Burtynsky per le sue serie fotografiche.

Il trailer del film
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
Fotogramma del film (courtesy: Echo Entertainment Agency)
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