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Toiletpaper x Nike Air Max 270 React: intervista a Maurizio Cattelan

Sebbene indossate in qualunque occasione, dalle piste di atletica ai campetti da basket, dalla serata informale al tappeto rosso delle serate di gala, le sneaker Nike con la tecnologia Air Max sono sempre state pensate — fin dalla prima, storica, Air Max 1 del 1987 — per l’uso sportivo.

Il primo modello volutamente realizzato per un uso prettamente “casual” è arrivato solo nel 2018, con l’uscita della Nike Air Max 270, caratterizzata dalla più alta unità Air Max mai prodotta (ben 32 millimetri). Nel frattempo il colosso americano aveva già cominciato a sperimentare e rilasciare la nuova tecnologia React, capace, grazie alla schiuma, di ammortizzare quanto più possibile ogni impatto col terreno.

Oggi, dall’unione tra le due tecnologie e i due differenti spiriti — quello sportivo e quello più attento al cosiddetto streetstyle — è nata la Nike Air Max 270 React, in uscita proprio in questi giorni con una collezione che si ispira ad alcuni dei principali movimenti artistici, a partire dal Bauhaus, dato che proprio quest’anno si celebra il 100° anniversario della nascita della seminale scuola tedesca che ha cambiato per sempre il design, l’estetica e il modo di progettare del ‘900, e il cui potentissimo influsso continua a riverberare ancora oggi.

Per festeggiare l’arrivo in Italia del nuovo modello, Nike ha collaborato con Toiletpaper, rivista di culto fondata nel 2010 da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, ormai diventata un vero e proprio collettivo artistico e un marchio riconosciuto in tutto il mondo.

La collaborazione si è focalizzata su Milano (che oltre a essere la più dinamica città italiana è anche la sede storica del progetto di Cattelan e Ferrari) e si è sviluppata attraverso una serie di poster — ironici, provocatori e mai banali, come nello stile Toiletpaper — che rileggono alcuni dei luoghi e degli elementi simbolo della città, giocando anche con i colori caratteristici di Nike Air Max 270 React.

I poster, inoltre, sono anche delle tracce, che serviranno per trovare alcune sorprese e un laboratorio creativo, a cura di Pierpaolo Ferrari e Toiletpaper, che si svolgerà in questo mese — per saperne di più, bisognerà però consultare la App Nike.

Dulcis in fundo, in occasione di questa uscita, noi di Frizzifrizzi abbiamo avuto la possibilità di intervistare in esclusiva Maurizio Cattelan.
Di seguito un piccolo botta & risposta su arte, immagini, riviste, Milano e dipendenze.


Toiletpaper è nata come una rivista e negli anni ha allargato sempre di più i confini della sua attività. Oggi non è più “solo” una rivista e si leggono definizioni come agenzia, brand, factory. Se davvero può essere considerata una fabbrica, qual è il suo prodotto?

Quando inizi una collaborazione come quella di TP non sai di preciso dove andrai a parare: il primo istinto è quello che conta, e così è stato per me e Pierpaolo. Ma fin da subito abbiamo avuto chiaro in testa che TP sarebbe dovuto (e potuto) diventare qualcosa in più di un progetto tra un artista e un fotografo: ricordo che già nelle prime interviste parlavamo di contaminazione di settori diversi, dal design alla moda. E in effetti è stato esattamente così, un po’ per fortuna, un po’ per volontà, siamo finiti esattamente dove volevamo. Non abbiamo mai cambiato prodotto, è lo stesso fin dall’inizio: il nostro punto di vista sull’immagine.

Dalle sciarpe dei musei d’arte contemporanea alla stessa rivista, definita come opera d’arte a prezzo abbordabile, provate a mettere in crisi l’economia dell’arte contemporanea.
Tenendo anche che conto che le sneaker — in quanto spesso oggetto di culto, capace di alimentare un fiorente mercato di collezionisti — sono probabilmente l’elemento dell’abbigliamento più vicino alle dinamiche di mercato dell’arte contemporanea, questo progetto di comunicazione fatto con Nike è un ulteriore passo su questa stessa strada?

Non credo che una rivista stampata in migliaia di copie possa essere definita opera d’arte: TP è un contenitore di tante idee, da cui forse in alcuni casi potevano (e potrebbero ancora) nascere opere, ma in altri casi sono davvero solo immagini. Le sneaker sono uno status symbol ma, di nuovo, non penso possano essere considerate arte, proprio perché hanno una funzione. A meno che nel futuro, quando faranno scavi su quest’era geologica, non riuscendo a capirne l’uso, non le cataloghino come opere…chissà!

Nelle creatività realizzate da Toiletpaper per questa iniziativa appaiono evidenti legami con Milano. Qual è il rapporto con questa città? E che ricerca c’è stata dietro alla scelta dei simboli?

Se fosse una persona, diremmo che TP è nato e cresciuto a Milano. Mi ricordo che quando distribuivo il n.1 agli amici e ai collaboratori si stupivano del fatto che fosse un totale Made in Italy: quando abbiamo iniziato ci interessava che non fosse attribuibile a un contesto specifico. Adesso che è conosciuto, siamo felici invece che si caratterizzi come “prodotto a Milano”. Pierpaolo e io siamo molto legati a questa città: per entrambi è un luogo familiare e pieno di affetti, una vera casa. Abbiamo scelto un paio di luoghi simbolici, e li abbiamo conditi con un po’ di salsa tropicale, in tema con la torrida estate.

Quale luogo da scoprire, a Milano, suggeriresti sia a chi conosce già la città sia a chi non la conosce?

Di sicuro il cimitero monumentale. È un posto incredibilmente tranquillo e pacifico, pieno di opere d’arte, da Medardo Rosso a Fontana… da lì passa tutta la storia delle eccellenze di Milano. Una specie di museo all’aria aperta, ma senza curatori, collezionisti o galleristi. Solo morti.

In un’intervista a Numéro hai detto che un libro, una rivista o un film sono come un test di Rorschach e riflettono con estrema precisione non chi è l’artista ma chi sei tu, spettatore/lettore — «quello che vedi è il tuo ego profondo e inconfessabile».
Cosa vede Maurizio Cattelan nelle immagini di Toilet Paper per Nike?

Credo che il discorso valga soprattutto per le opere d’arte (anche letterarie, o filmiche): l’arte è universale perché ognuno può leggerla/vederci ciò che preferisce, secondo la propria esperienza di vita. Ognuno è libero di completarla e interpretarla, e per questo l’arte migliore è immortale: continua a vivere nello sguardo di chi la osserva. Per la pubblicità e il marketing, come dicevo prima, il discorso è diverso: il messaggio deve essere chiaro e univoco. Se ognuno potesse interpretare la pubblicità come vuole penso sarebbe l’inizio della fine del capitalismo. Vale la pensa di ragionarci su!

Toilet Paper è tra le poche riviste che negli ultimi 10 anni hanno saputo imporre una propria estetica, come sono riuscite a fare, prima, Vice e Purple, per citarne un paio. Quando vedi un’immagine o percepisci una certa atmosfera puoi dire che è “à la Vice”, o “à la Toilet Paper”. Altre che mi vengono in mente sono Apartamento e Kinfolk. Sapresti suggerirmene altre? E qual è la ricetta, se ce n’è una?

Non credo ci sia una ricetta. Come per molte situazioni, è una combinazione di fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione, in proporzioni variabili, mescolato e servito on the rocks.

In un’intervista a Studio, il tuo socio Pierpaolo Ferrari, parlando di Toilet Paper, ha detto che, quando avete iniziato, avevate in mente il linguaggio della rete e che «oggi uno scatto deve avere un impatto immediato per non perdersi tra tutti gli altri, dev’esserci un colore, una situazione che ti tengono lì a guardarlo». Che tipo di ragionamento avete fatto per la collaborazione con Nike?

Ci siamo lasciati ispirare dalla palette della scarpa: i toni pastello ci ricordavano quelli dei primi TP, che si ispiravano agli anni ’50, ma al tempo stesso volevamo arricchirlo con un setting che ricordasse il tempo passato al mare, tra palme e daiquiri.

Cos’è che ti tiene appiccicato a una fotografia, o che ti fa tornare indietro a guardarla di nuovo invece di sfogliare (o scrollare) oltre?

È il grande segreto dei capolavori, e non è facile analizzarlo e trovare la ricetta giusta. Se lo sapessi ripetere come una formula sarei miliardario! Credo che dipenda da quanto tocca corde profonde, anche proibite o inaccessibili dalla nostra parte conscia e razionale: le migliori immagini, quelle che durano, sono quelle che parlano dello straniero che è in noi.

Il tuo progetto su Instagram, il single post. Lo scorso aprile hai postato l’ultimo: una nuvola che fa il dito medio. Perché hai deciso di concluderlo?

Non amo le dipendenze: quando quello che ottieni da ciò che fai non ti insegna più nulla, e diventa un automatismo addictive, ho imparato che è meglio lasciarlo andare prima di esserne sopraffatto.

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