Ciao, ciao amico faro

Chissà se fra le ricerche che ha svolto Sophie Blackall per scrivere Ciao, ciao amico faro (Edizioni Fatatrac) si sarà imbattuta nella Lanterna di Genova. D’altra parte con i suoi settantasette metri è il faro più alto del Mediterraneo, il quinto faro più alto del mondo e il terzo più antico tutt’ora in attività.

Sophie Blackall, “Ciao, ciao amico faro”, Fatatrac, 2018

Da quello che si evince dal testo che chiude il libro, Sophie ha sviluppato una vera e propria passione per i fari dopo che in un mercatino delle pulci ha recuperato una stampa che ne rappresentava la sezione della struttura interna.
È stato in quel momento che si è resa conto che nascosto in quelle enormi architetture circondate dal mare era racchiuso un piccolo microcosmo fatto di rituali, di tempi dilatati, di pause, di attese, di vita e di uomini, soprattutto. Era possibile quindi rovesciare la visione delle cose e portare lo sguardo dalle onde e dal loro frangersi sulle carene delle navi, ad un’esistenza in apparenza più quieta, ma non meno condizionata dalle volubili asperità meteorologiche.

Ciao, ciao amico faro  mi ha ricordato per certi aspetti La mia nave di Roberto Innocenti (Edizioni Margherita). Per quella volontà di narrare un rapporto stretto fra due compagni, il faro e il suo guardiano che si ritrovano a dover condividere la loro esistenza per moltissimi anni.
Mentre però con l’albo di Innocenti partivamo dalla fine, ovvero dal commiato del capitano alla sua “Clementine”, in quest’opera della Blackall la narrazione si dipana dall’arrivo del nuovo guardiano a sostituire il vecchio, ormai destituito per ragioni di età.

Sophie Blackall, “Ciao, ciao amico faro”, Fatatrac, 2018

In sottofondo il frangersi delle onde che come un dolce richiamo intrecciano il loro «ciao».
Davanti a noi scorrono i minuti, le ore, i giorni della vita del guardiano del faro. Le sue incombenze, i suoi impegni, le righe scritte sul suo diario e quelle sulle lettere che invia alla moglie lontana, alla luce della lampada a petrolio, la sera, seduto al suo scrittoio. «Sono lunghe le giornate se non si ha qualcuno con cui parlare…».

Eppure i giorni passano, si pulisce la lente, si carica il meccanismo che mantiene la lampada in movimento, si dà una passata di verde alle pareti interne dei locali e si ascolta il vento farsi più forte. Si impara a cogliere ogni minimo mutamento del tempo. Il cielo si rabbuia, le onde si gonfiano e si infrangono. Ma neppure allora accenna a smettere quel «Ciao ciao».

Si rincorrono giorni più allegri, la moglie del guardiano è giunta per trascorrere del tempo con lui. I riti possono essere condivisi, come la solitudine, in questo grande mare. Sul tavolo possono essere disposti due piatti al posto di uno solo. Il faro si fa nido.
Ma la nebbia ha avvolto tutto. Per un attimo il «Don don don» della campana sovrasta il «Ciao ciao» del vento. Occorre darsi da fare perché una barca ha fatto naufragio sugli scogli. Salvare i marinai non è uno scherzo, ma è previsto dal codice e ancora prima dall’umanità.

Sophie Blackall, “Ciao, ciao amico faro”, Fatatrac, 2018

Passano i giorni: il mare diventa un tappeto di ghiaccio. La temperatura scende anche all’interno del faro. È il guardiano ad ammalarsi mentre la moglie corre su e giù per le scale ad occuparsi di tutto. Della lampada, del ghiaccio sulle finestre, della febbre, del diario.
Finalmente il ghiaccio si scioglie. Le balene transitano a nord e gli iceberg a sud e il mare torna a salutare con il suo «ciao». C’è tempo anche per far volare un aquilone sulla torretta e godersi i raggi bassi del sole.

I passi all’interno del faro si fanno in tondo. Si respira ad una certa velocità. C’è una piccola vita che deve nascere. Si gira la pagina e si può ammirare una tavola meravigliosa. Una prospettiva dall’alto. La mamma, indebolita riposa sotto una bellissima coperta patchwork, solo una mano fuori dalle lenzuola a cercare il contatto con una creaturina che fino a poco prima era dentro di sé. Il guardiano, da parte sua, tiene in braccio il fagottino e il diario perché ha una data speciale da segnarvi su.
Fuori il cielo si illumina di vortici verdi. Ciao ciao ciao ciao…!

Sophie Blackall, “Ciao, ciao amico faro”, Fatatrac, 2018

Assieme ai libri nuovi e alle notizie della terraferma arriva anche una lettera con il sigillo della guardia costiera. La vita al faro ha le ore contate. È giunto il momento di ripetere quello che fino ad ora hanno ripetuto le onde: «Ciao».
Una lampada automatica funzionerà senza bisogno dell’intervento umano. Il guardiano ha terminato il suo lavoro. Carica i bagagli con la sua famiglia. Il ciao diventa un «Addio, amico faro!».

Sulla roccia più alta di una minuscola isola ai confini del mondo c’è un faro.
È costruito per durare in eterno.
Invia il suo raggio di luce sul mare e guida le navi di passaggio.
La nebbia arriva, la nebbia se ne va.
Le onde si gonfiano e si infrangono.
Il vento soffia e soffia.
Ciao, ciao!…Ciao, ciao!
…C’è nessuno?

Una minuta storia di amicizia e fedeltà che si è guadagnata negli USA la Cadelcott Medal, uno dei massimi riconoscimenti per la letteratura per l’infanzia.

Sophie Blackall, “Ciao, ciao amico faro”, Fatatrac, 2018
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