Tempo fa, durante uno dei miei raminghi pomeriggi in rete, mi sono imbattuta nell’immagine di una vecchia cover: The cult of the needle. Ho trovato il titolo stimolante e così ho proseguito la mia ricerca sull’arte tessile, con una domanda in testa: come siamo messi oggi con il mezzo punto?

La copertina di “The cult of the needle”

Avevo colto un ulteriore stimolo lo scorso autunno quando, in Triennale, la collettiva Intrecci del Novecento. Arazzi e tappeti di artisti e manifatture italiane ci aveva giustamente ricordato di come l’arte tessile non dovrebbe essere considerata un’arte minore ma piuttosto un banco di prova sperimentale per molti creativi.
Lo stesso messaggio era arrivato anche in occasione della mostra Dialoghi di filo, allestita a Palazzo Morando — sempre a Milano — nel 2016. A Como poi, ogni anno, Miniartextil è la manifestazione che tiene le fila di cosa accade nell’arte tessile contemporanea. Una rassegna che propone la migliore produzione internazionale nell’ambito della Textile Art o Fiber Art, quella pratica creativa che riprende antiche nozioni tessili rivoluzionandone, tuttavia, messaggi, schemi e materiali.

Con questi stimoli in testa la mia curiosità non poteva far altro che tessere infinite trame. Forme, colori, pattern, font si manifestano in installazioni o in opere figurative che non temono il confronto con altre tecniche visive.
L’arte tessile evoca la grafica e l’illustrazione, si dirama dal processo creativo attraverso la progettualità e la manualità. Ed è entusiasmante.
Selezionare gli artisti è stato il passo successivo, desideravo cogliere un tema, un filo rosso che unisse la loro produzione. Così, continuando a spulciare, ne ho scelti cinque che al centro dei loro lavori collocano il corpo umano. Desideravo cogliere questa tecnica nel suo incontro con il ritratto, la più classica espressione dell’arte visiva, e scoprire così l’evoluzione del culto dell’ago e del filo.

Adipocere ricama su tele grigie, monocromatiche, l’esile corpo di una donna nuda i cui occhi sono quasi sempre chiusi. Di tela in tela incontra gatti neri ed enormi ragni, cavalca scorpioni e bacia falene, si abbraccia a enormi scheletri. Il bianco e nero dei fili che disegnano la gotica protagonista
talvolta lascia spazio a un colore più intenso, dal giallo di un’aureola al rosso dei graffi felini sul suo corpo diafano.

I corpi di Alaina Varrone sono ricchi di sfumature e l’impatto cromatico è intenso. La sua è una produzione molto varia, passiamo infatti dai ritratti di personaggi famosi a scene di vita quotidiana, in cui dominano le figure femminili.
Le opere selezionate ci raccontano con ironia di corpi nudi che rifuggono da ogni canone estetico, di pratiche sessuali e di esplicita e giocosa intimità.

Sono invece poetici e delicati i corpi di Andrea Farina da cui si diramano fili che creano ombre e accompagnano i movimenti. Anche in questo caso nei punti che disegnano la tela domina il nero, mentre sprazzi di colore illuminano come fasci di luce alcuni dettagli anatomici. Figure che
danzano sospese in una propria intimità e che richiamano nelle forme e nella postura i manichini in legno usati dagli artisti per studiare il corpo umano.

I lavori di Michelle Kingdom esplorano paesaggi psicologici. Gruppi di figure, principalmente femminili, ci raccontano un’intimità fragile. Composizioni che esplorano le relazioni umane e la percezione del sé. I gesti appena accennati di questi esili corpi evocano ricordi ed emozioni. Il
simbolo e l’allegoria dominano in questo mondo fatto di opposti, dall’appartenenza all’alienazione, dalla verità all’illusione.

Times New Romance (Sheena Liam) ricama se stessa in bianco e nero partendo da semplici disegni a matita. Una donna orientale, e i suoi infiniti doppi, raccontata in semplici momenti quotidiani; mentre si veste, mangia, legge un libro o si acconcia i capelli. Ed è proprio la sua lunga chioma in nero l’altra protagonista delle sue opere, capelli neri che escono dalle cornici e creano movimenti e ombre.