Architetto, grafico e illustratore, Federico Babina si è fatto conoscere in tutto il mondo con le sue serie di illustrazioni in cui intreccia — o meglio, mette in dialogo — l’architettura con altre discipline ed elementi: musica, scultura, cinema, registi, scrittori, fiabe, ritratti, macchine impossibili, zoo, disturbi mentali, persino il kamasutra.

Iper-produttivo, ogni volta che vado a visitare il suo sito — lo faccio a cadenza più o meno trimestrale, come un appuntamento stagionale, con lo spirito del flâneur che di tanto in tanto, durante le sue passeggiate, fa in modo di capitare davanti al palazzo o alla vetrina per vedere se c’è stato qualche cambiamento — regolarmente trovo qualcosa di nuovo.
Stavolta, inaspettatamente, delle poesie. Anzi, degli Archipoem, piccole composizioni liriche accompagnate da immagini che simboleggiano e sviscerano elementi e significati e sensazioni legate all’architettura.

Invisibile, desiderio, gioco, evoluzione, simbolo, misticismo, perduto, anima, lessico, sono 17 le ideali pagine di agenda in cui Babina ha appuntato e schizzato i suoi sintetici poemi testuali e visivi, che si animano in un breve video accompagnato dalla musica della compositrice catalana Elisabet Raspall.