«L’immagine, oggi, attribuisce un colore particolare alla tensione fra attesa e ricordo che fin dalla partenza costituisce l’ambivalenza del viaggio. Le immagini, prima della partenza, sono tantissime: dilagano sui nostri muri e, ovviamente, sugli schermi televisivi. Nelle agenzie turistiche, i dépliant, i cataloghi e addirittura i percorsi virtuali su schermo che fin d’ora è possibile effettuare presso gli operatori più attrezzati, permettono di vedere le cose prima di andarle a rivedere. Il viaggio diventerà ben presto analogo a una verifica: per non deludere, la realtà dovrà assomigliare alla sua immagine»

A scrivere è Marc Augé, antropologo francese celebre soprattutto per due definizioni — quella di nonluogo e quella di surmodernità. Questo passo — che sottolineai con cura quando lo lessi, ormai più di dieci anni fa, su Rovine e macerie, piccolo saggio sul “senso del tempo” scritto nel 2003 e pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 2004 — potrebbe sembrare apparentemente obsoleto, visto che oggi, nella produzione di immagini legate al turismo, tv e agenzie viaggi sono state massicciamente sostituite dai social network, blog di viaggi e portali come TripAdvisor.

Il concetto centrale, però, quello del viaggio tipico del turismo di massa come verifica della realtà, è tuttora attualissimo. Così come un altro passaggio, sempre di Augé, tratto stavolta da Disneyland e altri nonluoghi (Bollati Boringhieri, 1999): «abbiamo bisogno dell’immagine per credere nel reale e di accumulare le testimonianze per essere sicuri di aver vissuto».

“The Tourist Trap”, Oleg Tolstoy, 2017

Basta seguire un qualsiasi gruppo organizzato in visita a un monumento o a un museo per rendersene conto. Ciascuno prova a rifare — col proprio leggerissimo smartphone o con la propria pesante reflex digitale con teleobiettivo — ciò che ha già visto da qualche altra parte, col paradosso di avere in testa, mentre si fotografa, l’autoscatto dell’amico pubblicato su Facebook e poi, in tempo reale, taggare quello stesso amico sulla foto identica alla sua (e a milioni di altre).

Il turista si carica quindi di aspettative prima della partenza e poi va, verifica, dà testimonianza della propria esistenza e di quella del soggetto fotografato e, allo stesso tempo, produce un ricordo i cui confini sono già sfumati al momento stesso dello scatto (il ricordo è il mio, quello del mio amico che un anno prima era nello stesso posto, con la stessa posa, oppure di quella signora che proprio ora sta facendo la medesima foto?).

“The Tourist Trap”, Oleg Tolstoy, 2017

Nelle città d’arte italiane è talmente alta la densità di turisti, e così forte la smania di verificare la realtà e produrre ricordi, che basta passare in mezzo a una comitiva, puntare il dito da qualche parte, a caso, metter su un’espressione vagamente meravigliata e tirar fuori il proprio smartphone, per vedere rapidamente decine di obiettivi puntati verso il nulla — sia mai che ci si stia perdendo qualcosa di fondamentale!

Le dinamiche, l’estetica, le pose dei turisti impegnati a documentare ogni singolo istante delle loro vacanze sono a loro volta un soggetto molto interessante. E infatti sono molti i fotografi ad aver approcciato questi temi. Uno su tutti Martin Parr, che attorno a questi temi ha realizzato alcuni tra i suoi libri più interessanti (vedi ad esempio Small World e Common Sense).

“The Tourist Trap”, Oleg Tolstoy, 2017

Di recente si è cimentato nella rappresentazione del turismo di massa anche il fotografo Oleg Tolstoy.
Di origine russa ma di base a Londra, nonché parente del grande scrittore russo Lev Tolstoy (o Tolstoj, che ha ispirato una serie di scatti e un libro, uscito nel 2015, dedicati ai suoi discendenti), Oleg ha passato dieci giorni a Firenze documentando l’assalto dei visitatori da tutto il mondo.

Il risultato è The Tourist Trap, che Tolstoy racconta così: «era comico ma affascinante. Hanno attraversato il mondo per essere qui, ma nel nell’atto di scattare migliaia di foto da cartolina da mostrare agli amici una volta a casa, si sono perduti nei loro mirini senza rendersi minimamente conto di ciò che li circondava».

“The Tourist Trap”, Oleg Tolstoy, 2017

“The Tourist Trap”, Oleg Tolstoy, 2017

“The Tourist Trap”, Oleg Tolstoy, 2017