archigrafia [ar-chi-gra-fì-a] s.f.
Tecnica di progettazione di esterni, interni e arredi, anche urbani, che utilizza l’integrazione di architettura e grafica.

Quando a mia figlia, che fa la terza elementare, a scuola hanno chiesto di comperare un dizionario, le maestre hanno consigliato di acquistarne uno per ragazzi, quindi non troppo grande e pesante, ma di controllare che dentro ci fosse il termine ecosistema. Secondo loro era quella la parola-spia: la sua presenza avvertiva se il dizionario fosse adatto o meno all’uso che ne avrebbero fatto.

Non ci avevo mai pensato a un concetto come quello della parola-spia (loro non l’hanno chiamata così ma il succo è quello) e ne sono rimasto affascinato: è un po’ come quando ti dicono che per capire subito se una gelateria fa del buon gelato devi provare il gusto nocciola (ma c’è anche la scuola di pensiero che sostiene sia il pistacchio).

Gelati a parte, come l’ecosistema per il dizionario per ragazzi, la parola-spia dei dizionari in edizione integrale potrebbe essere archigrafia. È una parola complessa, archigrafia, lasciata fuori da molti dizionari, ed è uno di quei casi in cui si suol dire che il tutto è più della somma delle singole parti, le parti essendo in questo caso architettura + grafica.
Supplemento alla definizione data in apertura a questo pezzo potrebbe essere quella offerta su un numero della rivista Art Gm, nei primi anni 2000: «quando la grafica interviene in modo forte, trasformando anche architettonicamente i supporti, i materiali, le pareti».

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Chiaro? Più o meno. Vedo qualcuno, laggiù in fondo, che alza la mano e chiede esempi che io però non saprei dove procurarmi, per questo lascio la parola a Giulio Vesprini, sicuramente la persona più adatta a questo compito visto che è dal 2013 che lavora sul concetto di archigrafia.

Classe 1980, originario di Civitanova Marche, dove vive e lavora, Giulio è uno degli artisti più conosciuti nell’ambito della urban art. Attivo già negli anni ’90, è entrato sulla scena del graffitismo appena quattordicenne, ha conosciuto tutti i grandi, ha lavorato su decine e decine di muri, nel 2009 ha fondato il progetto di riqualificazione urbana Vedo a Colori – Street Art Civitanova Marche, che fino ad oggi ha ospitato il meglio del panorama nazionale e internazionale della urban art.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

Parallelamente, forte anche di una formazione in Belle Arti e in Architettura, Giulio ha messo in piedi uno studio di progettazione grafica e comunicazione visiva, Asinus in Cathedra e da poco più di due anni — tanto per ribadire il multiforme campo d’azione del personaggio e l’energia spesa per il suo territorio — è anche art director della Fototeca Comunale Centro di Comunicazioni Visive di Civitanova, che si occupa di recuperare e conservare le immagini del passato per portarle nel futuro, utilizzandole per sperimentare nuovi codici e contenuti estetici.

Registratore alla mano, incontro Giulio Vesprini in una notte buia e tempestosa di fine gennaio. Beh, tempestosa in effetti no, semplicemente buia, che d’altronde è ciò che ci aspettiamo dalla notte.
Con un febbrone da cavallo che si porta dietro da qualche giorno, visibilmente spossato, la voce stanca che però si accende d’entusiasmo non appena tocca i temi a lui cari, Giulio è a Bologna per presentare Shared Space, un progetto di arte urbana che si è sviluppato attraverso un intervento grafico su 43 spazi di affissione pubblica lungo viale Masini, a due passi dalla stazione, un intervento di pittura murale con un gruppo di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, e una residenza artistica con tanto di workshop presso l’Ateliersì, il tutto realizzato con la collaborazione e il supporto di una delle più belle realtà culturali bolognesi: Cheap.


* * *

Ho una voglia matta di chiederti dell’archigrafia, Giulio, ma voglio iniziare dai muri. Tu hai cominciato lì, no? Muri e bombolette.

Sì, ho cominciato a 14 anni e ho coltivato quest’amore fino a poco più di vent’anni, facendo tutta la gavetta: i treni, la notte.
C’è stata una grande “scena” negli anni ‘90. Le date sono proprio 1990-1999, una decade che ha segnato il boom dei graffiti.
Ancona era il punto di riferimento, non solo locale, per me che vivevo a Civitanova, ma anche nazionale. Lì e a Rimini ci furono le due più grandi jam di graffiti dell’epoca.
Nel 1996, a sedici anni, ho avuto l’onore di dipingere alla Juice Jam. Lì conobbi il mondo: Phase 2, tutti i più grandi della scena londinese, parigina. E poi i nomi storici italiani: Eron, Blef, Sherif…
Io andavo ad Ancona a comprare le bombolette. Le prime bombolette “serie” le trovavo lì.

Poi sei entrato in Accademia.

Era il ’99. All’epoca i professori non vedevano di buon occhio i graffiti e di conseguenza ci hanno un po’ “deviato”. Io sono rimasto in strada ma ho abbandonato lo spray per mettermi a fare installazioni. In seguito sono passato al poster e allo stencil e infine, dal 2007 circa, mi sono ritrovato col pennello e col rullo in mano.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

Oltre all’Accademia hai anche studiato architettura. In che modo questo ti ha formato (o cambiato)?

Credo in peggio. [ride, ndr]

Ma ti sei iscritto ad architettura progettando un eventuale futuro in quel campo oppure…

Mah, sì, perché no? Però ho capito che era la grafica la cosa che mi interessava di più. Ho fatto grafica in Accademia e negli anni ho fatto corsi di grafica. Per me è tutto, l’amore della mia vita. A livello di progettazione, di cultura, di matematica all’interno dell’impaginato… La Grafica con la G maiuscola, che parte dalla tipografia. È la grafica che mi dà da lavorare e da mangiare, col mio studio Asinus in Cathedra.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

Perché hai scelto questo nome?

È un proverbio latino, significa “un asino in cattedra”. E comincia con la A.

La A è una lettera piuttosto importante per te, giusto? Ho visto un video in cui ne parli.

Innanzitutto è l’iniziale di mia figlia Agnese, che ha 12 anni e che ho avuto quand’ero piuttosto giovane, a 24.
Poi è la A di Architettura, di Archigrafia e del logo che ho disegnato per lei, di Asinus in Cathedra.
Non l’ho fatto apposta. Ma da Agnese ho visto che tornava spesso questa A. E poi è una delle lettere che non sbaglia mai un font. Pure la A del famigerato Comic Sans è accettabile.

A proposito di lettere, tu usi spesso le parole nei tuoi lavori.

Sono terrorizzato dall’ermetico non gestito. Temo la desertificazione dei segni.
Tra l’altro, da quando collaboro con la Fototeca Comunale Centro di Comunicazioni Visive di Civitanova ho modo di sperimentare coi ragazzi anche attraverso i laboratori. Sto cercando di spingere sempre di più verso la parte di grafica e serigrafia mentre pian piano sto recuperando materiale dalle tipografie che chiudono.
Inizio ad avere una bella collezione di macchine: qualche torchio, un tirabozze, molti caratteri di legno, anche grandi. Li sto pulendo e ho una discreta selezione di font. Ovviamente non sono a livello di realtà come Anonima Impressori, qua a Bologna, o dell’Archivio Tipografico di Torino: mi accontento di salvare quel che altrimenti andrebbe al macero.
Avevo anche il pallino di andare a conoscere i tipografi di ottant’anni e rubar loro tutti i trucchi del mestiere, quelli che “non devi dire a nessuno”. Qualcuno di loro mi ha preso in simpatia.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Anche perché oltre che salvare la memoria, questo significa poter offrire qualcosa a chi non conosce questo tipo di tecniche di stampa tradizionali.
E dunque Giulio Vesprini urban artist, organizzatore di festival, grafico, art director, laureato in architettura, pure appassionato di tipografia. Continui ad aggiungere!

Una cosa include l’altra e non la esclude. Io mi ci trovo benissimo ormai. All’inizio in effetti ho avuto quella crisi tipo “cosa farai da grande”, perché sembra sempre che devi scegliere una cosa e quella soltanto, no?
Io ho accettato questo ibrido, anche perché tanto non c’è la faccio a rinunciare, per ora, né alla street art, né all’architettura, né alla grafica. Dopotutto quando io arrivo al muro sto facendo comunque un atto pittorico, che diventa grafico, che diventa architettura, o meglio quell’architettura che secondo il mio punto di vista potrebbe tornare a parlare di nuovo alla città.

Le tue opere danno proprio l’idea di ciò di cui stai parlando. Ci sono tantissimi artisti che fanno lavori splendidi ma nel tuo caso sembra che tu faccia parlare i luoghi. Che la tua sia una sorta di attività di mediatore, di interprete, tra un muro, un edificio, uno spazio, e ciò che c’è attorno.
Qua siamo nel territorio dell’archigrafia, giusto?
Cos’è, quindi, l’archigrafia?

È una parola bellissima, secondo me usata malissimo, di solito per l’arredamento d’interni o per le infografiche aziendali. Coniata quindi per qualcosa di molto più “povero” rispetto alla perfezione del termine stesso.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

Il perfetto esempio di un termine a cui sta stretto il contesto in cui viene usato.

Esatto.

E tu hai voluto “liberare” la parola.

Sì, sono molto legato a questo termine. Mi sono preso a cuore una parola. E la uso per far “parlare” i luoghi. Un posto che non parla, grazie all’intervento grafico torna a parlare. Questa è l’archigrafia. La grafica che incontra l’architettura, la contamina e la modifica.
In questo senso la street art, che è una disciplina matura, riconosciuta, che è entrata nelle gallerie e rischia di ridursi a puro business, secondo me deve provare a dare nuova forma all’architettura.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

Ma quindi “archigrafia” è un progetto o la consideri come una sorta di corrente artistica?

No, magari fosse una corrente! Non ti nego che a me piacerebbe insegnarla. Fare una cattedra di archigrafia.
Però ad oggi l’archigrafia è un’idea, che io propongo e che si sviluppa in maniera più organica rispetto al classico “ok, vengo e faccio il muro”.

C’è un manifesto?

Più o meno. È qualcosa che sto mettendo a punto.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

Artisti che vedi in qualche modo vicini all’archigrafia? O con cui comunque potrebbe esserci del feeling, un abbracciare questo tuo pensiero?

È un’ottima domanda a cui però non so rispondere. Non a tutti probabilmente piace questa idea. Non a tutti interessa questo binomio architettura/grafica. Sono ben conscio che il rischio, nel mio caso, è di diventare “integralista”. Sai quelli che mentre cercano apertura finiscono invece per arroccarsi sempre di più nel loro purismo?

Stiamo parlando della sinistra italiana?

[Ridiamo entrambi, ndr]

Però dimostri di essere molto lucido, perché chi ha in testa un “manifesto” di solito lo propaganda come verità assoluta e invece tu metti le mani avanti.

Tornando però alla tua domanda precedente, forse — e sottolineo “forse” — c’è un panorama artistico che mi ha portato a questo tipo di riflessioni, ed è quello della Land Art: Walter De Maria, Richard Long…

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

Il tuo progetto qua a Bologna si intitola Shared Space. Me ne parli?

Pur non essendo molto legato alla poster art, fenomeno che però seguo e rispetto molto, seguo Cheap da anni e circa un anno fa ho contattato Sara [Manfredi, ndr] spiegandole che dal 2013 sto lavorando a una progetto che ruota attorno a una parola: archigrafia.
Loro conoscevano già il mio lavoro, io ho mandato una bozza, a loro è piaciuta, nell’autunno 2016 ho fatto un sopralluogo qua. Avendo lavorato al nuovo locale di Bruno Barbieri avevo già cominciato a frequentare un po’ Bologna, che non mi era mai piaciuta come città e che invece adesso adoro («un fulmine in tarda età»).

Perché hai scelto Viale Masini, come location?

Perché per il lancio di questa idea, su cui lavoro da più di tre anni, non c’era progetto migliore — Cheap, appunto — e luogo migliore — Viale Masini —, oggi, in Italia, per farlo.
Viale Masini è un “non luogo”. È un viale di passaggio. Credo uno dei più trafficati di Bologna.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

E praticamente nessuno lo percorre a piedi.

Lo “Shared Space” è proprio quello. In campo architettonico la definizione è molto puntuale perché arriva a definire il rapporto tra i pedoni e le automobili. In Nord Europa ci sono città in cui hanno tolto i segnali stradali e gli automobilisti e i pedoni si autoregolano. Da noi è quasi impensabile.
Proprio per questo Viale Masini. È una provocazione: non ci cammina nessuno, come hai detto tu, in estate ha un livello di PM altissimo, lì accanto c’è l’Autostazione, a pochi passi la stazione ferroviaria, è una zona molto grigia, e dunque «chi è che ha avuto l’idea di mettere proprio lì 43 bacheche?».

Le affissioni di Viale Masini sono dedicate ai vari quartieri di Bologna. Come mai?

Nel costruire il progetto ho voluto fare una dedica a Bologna. Anche perché questo “vuole” parlare a Bologna. Ho studiato i nove quartieri e per ciascuno di essi ho realizzato sei manifesti, cercando di rappresentarne in qualche modo l’anima attraverso gli elementi grafici, alcuni più naturali, altri più artificiali, come ad esempio i graffi per i quartieri più popolari.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Sono calcografie, giusto?

Sì, ho lavorato coi miei torchi. Ho cominciato a settembre ed ho impiegato mesi per la stampa, perché l’inchiostro tipografico asciuga lentamente e io ho lavorato su più strati, utilizzando lo stesso foglio diverse volte.
Ho usato pezzi di linoleum, foglie, pezzi di sassi, pezzi di legno sezionati, graffi, acciaio, zinco, alluminio.
Comunque non è un progetto chiuso. Non finisce qua. Io ritornerò a lavorare sugli originali perché così come cambiano le città, come cambiano i quartieri (chiude il fruttivendolo, si ingrandisce la farmacia, muore l’inquilino storico, il senso unico diventa doppio senso, si restringe la ZTL), cambieranno anche i poster.
Penso a una mostra in cui riportare tutti gli originali, sui quali però tornerò sopra.

“Territorio” sembra essere una delle parole chiave di tutti i tuoi lavori, a partire da Vedo a Colori.

Territorio per me è innanzitutto il mio territorio, quello di Civitanova. Ci sto lavorando tanto, ci credo molto.
E poi sono uno che sta bene in posti piccoli. Cento, duecentomila abitanti li posso ancora tollerare ma il resto lo devo prendere “in pillole”: città come Roma e Milano, intendo. Io ho bisogno di tornare e vedere il mare, respirare il mare.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

Tu come sei percepito sul territorio?

Il mio territorio ha i suoi pro e i suoi contro. Il limite culturale è tangibile. È un territorio industriale, ci sono tantissime realtà dedicate alle scarpe, si fa poco per il turismo. Però sono orgoglioso di dire che Vedo a Colori è stato un successo. Hanno partecipato oltre 40 artisti, più di 1000 mq di muro, sedici cantieri navali, cinque/sei anni di lavoro, un catalogo di 1000 copie distribuite, inviate a tutte le biblioteche d’Italia, da Palermo a Torino.
E soprattutto ha messo d’accordo tutti, destra, sinistra, centro (dopotutto quando non tocchi i soldi comunali sei inattaccabile!) ma in primo luogo i pescatori, che erano quelli che mi interessavano di più perché dopotutto lì dove si fa il progetto, quella è casa loro, e devi parlare con chi ci vive.

Come dovrebbero fare l’architettura e l’urbanistica: parlare a, e con, chi poi vive lì.

Ti confesso che io ho sempre sperato di poter ritrovare quello studio dell’architettura che c’era ad esempio ai tempi di Le Corbusier, uno studio ancora legato alle belle arti, a tutta quella parte artistica che c’è dietro all’architettura che non deve e non può fare l’ingegnere.
Oggi purtroppo l’architetto sta diventando un professionista ibrido tra geometra e ingegnere, ha perso tutta quella parte sociale, la sociologia urbana, il parlare con la gente, il capire.
È una riflessione che faccio da tempo però è stato il terremoto, negli ultimi tempi, a risvegliare il mio interesse. Mi sono detto «proviamo!».
Intanto ho trovato dei professori giovani interessati a questa cosa, ho preso dei contatti, e magari, chissà…
È una cosa bella, una ricerca mia, poi se riuscirò nel tempo a trasmettere conoscenza in questo senso, che è una cosa che a me piace, ben venga.

Giulio Vesprini, “Shared Space”, Bologna, 2017
(foto: Michele Lapini x Cheap)

Tra l’altro ti ci vedo molto a fare il prof.

Sì, mi piace tanto trasmettere quello che so. Mi soddisfa, mi riempie. Forse è il lavoro che preferirei fare di più dopo il postino.

Il postino?!

Sì, lo adoro. Dopo il postino farei il professore.

Non avrei mai pensato che tu volessi fare il postino. È anche la prima volta che sento dirlo a qualcuno.

Magari, magari. Non ho mai avuto possibilità.

Perché il postino?

Fin da bambino sono affascinato dalle piccole cose, da quella sensibilità che trovi in Marcovaldo di Calvino, in film come I lunedì al sole, Le vite degli altri.
Il postino me lo vedo così, capace di incantarsi per le piccole cose. E poi, tornando all’urbanistica, lui impara le vie e i numeri civici a memoria. Parla con la gente, porta notizie dal resto del mondo, a volte tristi, come una cartella di Equitalia, altre felici, come un assegno non riscosso.
E in alcune zone, per alcune persone, il postino resta l’unico contatto con la realtà. È uno di quei lavori che contano davvero.