(foto courtesy: Sudario)

Sudario: la fanzine autoprodotta dedicata al Sud

Se qualcuno ti mettesse in mano una mappa di luoghi che non conosci, una mappa senza nomi e senza legenda, al punto che non sei nemmeno certo come tenerla, che verso abbia, se sia terra, quella che vedi disegnata, oppure mare, o qualcos’altro, un fiume di lava che avanza, congelato in un istante, un ghiacciaio che ha imprigionato i resti di intere civiltà durante un’era glaciale prossima ventura, la carta stradale di un pianeta su cui l’uomo non poserà mai piede, il perimetro della pisciata di un cane su una stradina assolata nel primo pomeriggio, tracciato col gesso da un bambino sdentato.

In mancanza di un qualsiasi punto di riferimento familiare, in mancanza di una bussola, puoi scegliere tra il metter via tutto e continuare con la tua vita come se nulla fosse, o magari prendere quattro puntine da disegno e appiccicare la mappa al muro, ché se anche non hai idea di come si legga, ha un suo fascino, una misteriosa capacità di calamitare gli sguardi tra i vuoti e i pieni, i chiari e gli scuri. La terza possibilità è accettare la sfida, perché ovviamente c’è una sfida. E cercare di capire — il viaggio, come si dice sempre, è più importante della meta.

Lo stesso tipo di spaesamento, la stessa sfida, le stesse alternative — abbandonarla, contemplarla, raccoglierla — le pone un progetto come Sudario, fanzine dedicata al Sud nata come costola (trattandosi di sudario, difficile trovare un termine più ficcante) di The view from Lucania, associazione fondata nel 2010 dal fotografo Stefano Tripodi e dedicata alla narrazione dell’Italia del Sud attraverso la fotografia e una serie di iniziative ad essa legate: mostre, workshop e, appunto, pubblicazioni.

(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)

Un numero zero, uscito nel 2014, più due numeri ufficiali all’attivo, Sudario raccoglie i progetti di artisti italiani ed internazionali, selezionati con cura certosina da Tripodi e pubblicati, però, senza spiegazione alcuna, ad eccezione dei titoli e dei nomi degli artisti.
Il lettore, dunque (anzi, i pochi lettori, perché ogni uscita ha una tiratura di appena 60 copie), viene lasciato senza bussola, alle prese unicamente con la propria interpretazione. E i due teaser video pubblicati prima dell’uscita del numero uno e del numero due di certo non aiutano — però ipnotizzano, quello sì.

(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)

Quello di Tripodi però non va scambiato con cinismo o, peggio, sadismo nei confronti di chi prova ad avvicinarsi a Sudario. Né si tratta di sofisticherie da snob. Quello di Tripodi è un mettere alla prova chi sfoglia la fanzine: sei disposto a fare quel passettino in più?
Lo stesso che dopotutto dovrebbe fare chi vuole cercare di capire il sud — le alternative sono le medesime: abbandonarlo lì, contemplarlo come si farebbe con una bella cartolina oppure provare a comprendere.

Perché poi la chiave di lettura, perlomeno per quanto riguarda Sudario, c’è. Bisogna solo guadagnarsela e per guadagnarsela serve curiosità, visto che tra le pagine c’è una sorta di coupon che rimanda a un indirizzo web in cui poi andare a leggersi l’editoriale, che scioglie i nodi (o riallaccia i fili, dipende dai punti di vista) e dà tutte le coordinate necessarie.

(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)

Stampato in Risograph, che aggiunge a sua volta strati d’inchiostro (e talvolta imperfezioni, fisiologiche a questo tipo di stampa) a quelli concettuali della pubblicazione, Sudario si può acquistare online.
La stampa e l’impaginazione sono a cura di un’altra bella realtà italiana, Atto.

Il motivo del nome, bellissimo, lo lascio invece spiegare ad Andrea Fasciani, regista, che oltre ad aver partecipato al numero zero, ha anche ideato insieme a Stefano Tripodi la primissima incarnazione di Sudario, un format video che si può ancora vedere sul canale Vimeo di The View From Lucania, e ne ha inventato il titolo.

Il termine Sudario fu utilizzato per la prima volta dai soldati romani, che con esso indicavano un sottile pezzo di stoffa con cui si asciugavano il sudore. Successivamente indicò il lenzuolo funebre che velava il volto dei defunti, fino a confondersi semanticamente con la sacra sindone, il panno con cui fu avvolto il corpo di Cristo dopo la sua morte. A prescindere dalle epoche storiche, il suo significato è quindi indissolubilmente legato ai concetti di assorbimento, sofferenza, spiritualità, soglia. Assumendo questi termini come punti cardinali della sua ricerca, The View From Lucania ha scelto la parola “sudario” per indicare i propri lavori collettivi. Va inteso come un lenzuolo culturale che si posa di volta in volta su differenti strati e zone del Sud Italia e ne assorbe i tratti più stridenti ed assiomatici, restituendone ombre, macchie, pieghe, umori.

(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
(foto courtesy: Sudario)
Altre storie
Covisioni: raccontare l’Italia che cambia attraverso la fotografia