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From the inside © Mari Le Bones

Di fotografia, di silenzio, di corpi e di auto-autopsie: intervista a Mari Le Bones

Mariella l’ho conosciuta qualche anno fa su Flickr. Quando Flickr era una delle piattaforme più “social” che si potessero immaginare, il regno della fotografia, il posto dove scovare talenti, farsi conoscere dai magazine, dagli editor, allacciare rapporti di collaborazione con altri come te — io ci facevo addirittura le interviste, su Flickr.

Allora però non Mariella non si chiamava Mariella. O meglio, sì, l’ufficio anagrafe avrebbe confermato che quel pallido “alieno”, come a volte ama definirsi lei, era in effetti Mariella Amabili, nata a Torino il 26 maggio del 1985, gemelli ascendente gemelli (qua è dove gli appassionati di astrologia si staranno già mettendo le mani tra i capelli), e cresciuta a Biella.
Però io la conoscevo come Mari Le Bones e non avevo certo bisogno di chiederle il perché di quel nome d’arte: le ossa, spigolose, esibite al limite del fastidio, erano le prime cose che notavi nei suoi autoritratti.

C’era però qualcosa che teneva ben separata Mari/Mariella dal resto del piccolo esercito che, malignamente, nella mia testa ho etichettato come “quelle che si fanno gli autoscatti in cui si contorcono nude o seminude”.
Mari Le Bones è un’altra cosa. In Mari Le Bones c’era — e c’è — un’urgenza. Sia negli autoscatti che nelle foto in cui invece i soggetti sono altri; sia, pure, quando sta dall’altra parte dell’obiettivo come modella per i tanti artisti che l’hanno immortalata.

Un’urgenza, la sua, che inizialmente si intravedeva soltanto ma che poi, col passare degli anni, è in qualche modo sbocciata, come un fiore (per me c’è stato proprio un anno spartiacque, il 2012, ma questo lo approfondirò più avanti).
Siamo pure diventati amici su Facebook, io e lei. Finché a un certo punto è scomparsa, per poi riapparire su Tumblr, su Instragram, su Behance (che è dove consiglio di iniziare per scoprire i suoi lavori, avvertendo però che quasi tutti i link, in questa intervista, sono adatti a un pubblico di soli adulti) e infine ritornare come Mariella Amabili anche sul social network di Zuckerberg, dove finalmente ho deciso di intervistarla.

* * *

From the inside © Mari Le Bones
From the inside
© Mari Le Bones

Mariella Amabili e Mari Le Bones sono la stessa persona?

Sì, una in carne e ossa, l’altra la versione internauta ma sono sempre io.

E quando hanno cominciato, entrambe, a usare seriamente la fotografia?

Seriamente negli ultimi due anni di liceo. Prima erano usa-e-getta o qualche rullo (te li ricordi quelli romboidali della Kodak?) fatto con una compatta che permetteva di fare anche le panoramiche. Erano le classiche foto dei ricordi.
Ho scattato le foto per l’annuario scolastico, due anni, dopodiché ho iniziato a prendere di mira i miei amici e lì sono nati i primi ritratti seri. Poi i muri scrostati delle città, e lì è nata la prima serie. Parliamo di quasi quindici anni fa.

From the inside © Mari Le Bones
From the inside
© Mari Le Bones

Però se penso a te penso agli autoscatti. Non soltanto, ma soprattutto a quelli.
Quando sei passata a puntare l’obiettivo dagli amici e dai muri scrostati su te stessa?

A 18 anni ero una ragazzona di 85 kg, scattavo tanto, compulsivamente, ma mai avrei immaginato di finirci io davanti a un obiettivo. Pensavo solo alle foto, ci ricamavo sopra l’altra mia grande passione, la poesia, così decisi di studiare allo IED di Torino. Era il 2006.
Uscire da Biella, dove sono cresciuta, e dal mio guscio mi ha fatto scivolare via tutti quei chili fatti di disagio e silenzi, e finalmente sono sbocciata, senza sovrastrutture genitoriali e impalcature di grasso.
Lì ho iniziato a posare, prima per i compagni di scuola, poi anche seriamente, nei primi lavori che io comunque vivevo sempre in modo surreale, non riconoscendomi in quel giunco nato da un pachiderma.
Per questo ho iniziato a puntare la macchina su di me, per vedermi, forse per la prima volta. Non l’immagine che avevo di me ma quella che ero. Per accettare l’evoluzione, quello che sono diventata.

Ti definisci però spesso “aliena”. Lo sei per te stessa o per come credi ti vedano gli altri?

In parte per quello che mi circonda, so di essere atipica: non ho uno smartphone, non ho la patente — entrambi mai voluti, mai presi. L’essere “sempre sul pezzo” tipico di quest’era mi mette solo grande ansia, tanto che lavoro per restare esterna e ignara a certe realtà.
Sono esempi stupidi ma tratteggiano il fatto che non sia proprio il ritratto della trentenne canonica che vive a Milano. Però devo ammettere che non smetterò mai di imparare nuove cose sul mio “dentro”.

From the inside © Mari Le Bones
From the inside
© Mari Le Bones

Su Behance c’è infatti una lunga serie di foto chiuse (letteralmente, puoi vederle solo se accedi come maggiorenne) nella cartella From the inside, che descrivi come “auto-autopsia attraverso le lenti”.
Restiamo su “gli altri”, però. Faccio sempre fatica a seguirti perché più di una volta, se non sbaglio, ti hanno chiuso il profilo Facebook.
La gente — la famosa “laggente” — ti segnala per i contenuti sconvenienti.

È capitato spesso, sì. L’anno scorso mi hanno eliminato da Facebook per una decina di mesi. Foto segnalate e poi rimosse. Nel 2014 sono state tantissime, tanto che ho smesso di caricare on line. L’ormai stantio Flickr mi ha relegato nella “restricted area” per via della pelle troppo esposta — malgrado non ci sia nessuna rivendicazione sessuale dietro, ma si sa che ormai in un corpo femminile è intrinseco vedercelo il sesso.

Ho sempre pensato che tu possa stare molto sulle palle.
Se mi immedesimo nel/nella benpensante, sai quelli col senso civico altissimo, pochi dubbi, tante certezze… Io le prime volte che vedevo i tuoi autoscatti pensavo “questa la odieranno, soprattutto le donne, per quest’esibizione della magrezza”.

Non sono fortunatissima con le donne, in effetti. Ho trovato dei cuori candidi (e un po’ mascolini) con cui c’è grande amore e rispetto ma spesso mi sono sentita bastonare dal femmineo. Non mi sono mai percepita come bella, so di non essere una cozza ma non mi sento bella: questa cosa l’emisfero femminile non la valuta nemmeno e mi inchioda lì, nel tazebao delle cose fastidiose, perché vive il mio esprimermi come un minare il loro territorio. Lo stesso problema lo vivono tantissime donne, quelle meno inquadrate e incasellate, quelle che non hanno avuto i pigiama party e il circolo di amiche con cui mettersi lo smalto.

From the inside © Mari Le Bones
From the inside
© Mari Le Bones

Sempre a proposito di “gli altri”: ti capita che ti facciano stalking via social per via delle foto che fai, giusto?

Stalking da parte di un umanoide che s’è fissato per me e mi tartassa, mai, per fortuna.
Ho avuto un caso di pseudo-stalking di una “hater” che imbrattava di cattiverie di bassissimo livello ogni mia foto. Poi la bloccai, e allora lei si creò degli account “fake” e così via.

Passiamo alle foto.
In una tua intervista uscita qualche anno fa su C-Heads mi ha colpito molto una parola con cui l’intervistatrice, Nina Sever, descriveva i tuoi scatti: silenzio.
Mi ha dato molto da pensare questa cosa, perché in effetti, sia negli autoscatti che nelle foto che fai agli altri, sia nella serie From the outside che c’è su Behance, il tuo mondo è silenzioso.
Non si sentono rumori.

Ti dirò che non mi ricordavo questo dettaglio. Sorprende anche me rileggerlo e lo apprezzo oggi più che mai.
Resto spesso in silenzio, lo ascolto quotidianamente il silenzio, mi dà pace. Quando scatto non c’è mai la musica: per me non è importante, anzi, è quasi un disturbo, mi toglie concentrazione dall’ascoltare me stessa, quello che mi circonda, il mondo che respira, l’aria, la terra, il sole, ogni cosa.
Quando scatto penso sempre che vi si incidano anche delle tracce di suoni ambientali sulla pellicola, che non sono i versi di una canzone o la cassa dritta ma è una costellazione di suoni, rumori e silenzi che danno sostanza tanto quanto il corpo impresso in una foto.
Per me il silenzio è davvero fondamentale e l’ho capito nella sua pienezza dopo questa domanda.

From the outside © Mari Le Bones
From the outside
© Mari Le Bones
From the outside © Mari Le Bones
From the outside
© Mari Le Bones

È molto bello quello che dici, che nella foto resta incisa una costellazione di suoni, rumori e silenzi, perché in effetti tante foto, al di là del soggetto, della composizione, dello strumento utilizzato, sono rumorose. Le tue no.
A proposito di From the outside. Ho messo la serie in parallelo con From the inside e sembra di stare da una parte e dall’altra dello specchio.

Voleva essere proprio questo! Autoritratti in assenza di me.
Ogni cosa che decidiamo di fotografare è un autoritratto perché c’è la nostra intenzione dentro: cosa scattare, come, da che prospettiva: tutto è un esercizio di stile ma anche d’espressione.

Ti va di raccontarmi questa foto? [qui sotto, ndr] Credo sia una delle tue migliori. E una delle più belle che mi sia capitato di vedere da tempo.

Il mio ragazzo ha dieci anni più di me, fa l’account per una multinazionale di comunicazione, non ci azzecchiamo niente l’uno con l’altra, siamo solo entrambi piemontesi quindi abbiamo un sottofondo culturale molto simile.
Lui non si fa fare foto molto volentieri, il mio modo ossessivo-compulsivo di vivere le fotografie mi fa sentire l’esigenza di scattare ogni ambito: l’intimo, il marcio, il dolore. Il sesso non l’ho mai affrontato, non ho mai trovato un “alleato in questo crimine” (per italianizzare il modo di dire anglosassone).
Questa è l’unica volta in cui, invece, non è stato così e mi sono abbandonata al momento, lasciandomi colare a peso morto su di lui.

After sex, self portrait with my love © Mari Le Bones
After sex, self portrait with my love
© Mari Le Bones

L’abbandono si vede tutto. Bellissima.
E mi fa pure pensare al motivo per cui usi la pellicola.
Tu usi la fotografia non per costruire un immaginario (vedi LaChapelle, il primo che mi viene in mente) né per essere qualcos’altro (vedi tutti i travestimenti in fotografia, dalla Rrose Sélavy di Duchamp a Cindy Sherman).
Tu usi la fotografia, credo, per verificare la realtà. E la pellicola, seppur non esente da potenziali ritocchi, la percepiamo comunque più fedele rispetto al digitale. Perché c’è qualcosa di materiale che viene impressionato dalla luce.
I’ll be your mirror/reflect what you are, in case you don’t know.

Mi sento un po’ San Tommaso, per me fidarmi è un investimento, un lavoro, uno sforzo. Della fotografia mi fido, senza timore e senza fatica. Ha sempre riportato quello che c’era, “condito” da me stessa (che non è scontato né da sottovalutare). La fotografia non mi dà false aspettative, mi aiuta vedere quello che c’è realmente, mi aiuta a ricordare non tanto la singola cosa del passato ma da dove sono partita e il mio percorso.

Medea © Mari Le Bones
Medea
© Mari Le Bones

Come cambia (se cambia) invece l’approccio quando fotografi gli altri?

Fino a qualche anno fa scattavo solo amici, temevo che il mio essere un po’ introversa mi avrebbe portato solo grande ansia nel mettermi di fronte a una sconosciuta o uno sconosciuto. In questi ultimi anni però mi sono cimentata, con parsimonia perché tendo a stancarmi molto in fretta delle cose se mi ci ficco troppo “in verticale”, e ho realizzato che forse è esattamente il contrario: la persona che non hai mai incontrato non si aspetta nulla da te, chi ti conosce invece lo sa cosa puoi dare e questo spesso mi fa sentire in svantaggio.
Voglio sorprendere, senza grandi fronzoli, ma voglio dare a quella persona una visone di se stessa che nessun altro potrà dare, non perché io sia più brava ma solo perché sono io.

E dopo quella che si fotografa e fotografa quello che c’è attorno a lei per conoscersi e quella che fotografa gli altri, arriviamo alla terza Mari, quella che si fa fotografare.
Quand’è che hai cominciato a metterti davanti all’obiettivo degli altri?

Avevo vent’anni, studiavo fotografia a Torino ed è partito tutto da una realtà espansa del mondo fotografico in cui mi sono completamente immersa (anche fisicamente se parliamo di mani negli acidi e degli abissi di una camera oscura).

Mari fotografata da sitribitru, giugno 2016 (© sitribitru)
Mari fotografata da sitribitru, giugno 2016
(© sitribitru)

Che tipo di rapporto hai con chi ti fotografa? Come ti poni? Anche per il semplice fatto che non sei “semplicemente” una modella, visto che sai stare anche dall’altra parte.

Gli facilito il lavoro! Scherzi a parte, me lo hanno detto molti fotografi. Dialogando da anni con la luce in altra veste, anticipo spesso quello che mi viene poi richiesto. Non mi piace posare: se non è un lavoro in cui è tacitamente voluto un certo stile di posa, cerco di essere solo me, mi libero di tutte quelle gabbie in cui il mondo (e noi stessi) ci rinchiude e ritorno un po’ la bambina che ha danzato per dieci anni. Mi concentro sul mio corpo, sul sentirlo, e cerco di essere in sintonia con chi ho di fronte.
Nel momento in cui si scatta, in realtà, ci si denuda tutti. Osservo molto anch’io, come fa un animale chiuso in gabbia. L’idea che sia solo chi sta fuori, colui che guarda, è una falsa illusione.

Mari wearing La Fille D'O © Alessandra Pace & Fausto Serafini
Mari wearing La Fille D’O
© Alessandra Pace & Fausto Serafini

Quanta gente hai conosciuto, grazie alla fotografia?

Non avrei mai potuto spaziare così tanto nelle mie conoscenze se non avessi intrapreso questa strada.
Sono stata molto fortunata, divento quasi sempre amica delle persone con cui lavoro, ho amici sparsi un po’ ovunque, più che a Milano, dove vivo.
E, devo aggiungere, questo è successo non solo partecipando attivamente alle foto, come modella, ma anche grazie ai soli miei scatti, grazie a internet.
In questi anni ho ricevuto mail di persone — ragazze e ragazzi — da tutto il mondo, che mi esternavano il loro sostegno, quasi gratitudine per quello che facevo.

Fammi un esempio.

Una volta un ragazzo catalano mi fermò per strada a Torino — erano i tempi in cui Flickr era Il Social per gente come noi — chiedendomi se fossi la “marilebones” di Flickr, facendo un’esegesi sul mio lavoro dell’epoca (una serie di autoritratti inseriti in un cubicolo di pietra) che mi lasciò senza fiato.
Inizialmente ho vissuto con un po’ di disagio questo suo entusiasmo ma poi ho messo da parte questa sensazione per accogliere con gioia tutti i suoi complimenti, che non erano “sei figa” ma “le tue foto dicono quello che ho dentro dentro”, “continua assolutamente a scattare perché è la tua strada”, “grazie”.
Mi misi a piangere, come quando non sai gestire un’emozione fortissima.

From the inside © Mari Le Bones
From the inside
© Mari Le Bones

Ieri ho letto su Facebook di un contatto che abbiamo in comune, che diceva che l’avevi aiutato in qualche questione tecnica.
Io ti ho sempre considerata come parte di una “scena”, se vogliamo chiamarla così. Un nodo piuttosto importante, di questa scena. Ti ritrovo connessa, dietro e davanti all’obiettivo, a tanti ottimi talenti, in Italia e non solo.
E se probabilmente tutto è nato dai social network, Flickr innanzitutto poi Tumblr, Instagram… è anche sulle riviste, sui famosi “magazine indipendenti”, che questo fermento viene a galla.

Non ho mai ma proprio mai, pensato a me come a un’apripista/un modello/un esempio per una scena. Mai.
Però, se fosse davvero così… è bellissimo. Mi sembrerebbe di aver fatto una buona cosa.

Tra l’altro tu collabori con YET Magazine, giusto?

Sì ma non faccio parte organica dello staff, sono una scrittrice esterna, più che altro un’amica, quasi l’animaletto domestico.

From the inside © Mari Le Bones
From the inside
© Mari Le Bones

Che ne pensi di tutta la nuova ondata di riviste e fanzine erotiche?
Penso a Baron, Adult, L’Imparfaite, pure Odiseo.

Ce ne sono così tante che molte non le conosco (cioè, le conosco di nome ma non oltre).
La mia preferita è Irène, perché lascia spazio a un erotismo decontestualizzato, legato a un’estetica o a un concetto meno narrativo, anche umano se vuoi. Mi piaccono questo tipo di riviste/magazine erotici dove è tutto molto crudo ma non plateale, dove non ci sono grida, solo sussurri, come camminare in punta di piedi piuttosto che sbatterli a terra. Mi piace l’eleganza che ne scaturisce, che non è per forza bella ma è armonica.

Elena, luglio 2013 © Mari Le Bones
Elena, luglio 2013
© Mari Le Bones

Sì, giusto, Irène, e pure Gypsé Eyes.

Apprezzo molto la scena delle fanzine erotiche, è stato un argomento “di genere” per così tanto che mi piacerebbe vederlo sdoganato da quell’idea di rivista erotica così anni 80.

In Italia però mi pare non ci sia niente del genere.

Sono una grande fan di Vextape e del suo progetto a four chambered heart. È tutto bellissimo.
Mi piacerebbe che da questo punto di vista l’Italia prendesse una direzione sui generis.

Chi c’è nel tuo “pantheon” personale? I tuoi modelli, anche al di là della fotografia.

Sto pensando a un nome ma forse non ce l’ho. Prendo a esempio ogni forma di forza senza violenza, di affermazione di liberà che però non schiacci quella degli altri. Io provo a fare il mio massimo senza permettermi di giudicare “i massimi” degli altri. Questo me l’hanno insegnato i tanti anni di terapia, quindi probabilmente il mio modello sono le evoluzioni che ho fatto guardando avanti a quelle che forse devo ancora raggiungere. Dovrò sempre ringraziare mia madre per l’educazione che mi ha dato, per avermi insegnato l’umiltà e a non sentirmi mai arrivata.

Ultimamente ho scoperto che ami la poesia. Quando posto la foto di una pagina di qualche libro di poesia su Facebook tu lasci spesso un commento.

Devo ringraziare Cesare Pavese, è stato lui a farmi amare la poesia. Se non l’avessi letto, se non avessi letto Verrà la morte e avrà i tuoi occhi probabilmente non sarei mai approdata a questo mondo bellissimo e difficilissimo — non tutti capiscono quanto sia difficile la poesia.
E non sarei mai arrivata a Michele Mari: provo una vera e propria venerazione per lui.

From the inside © Mari Le Bones
From the inside
© Mari Le Bones

Siamo arrivati alla poesia ma mi sono dimenticato di chiederti una cosa di cui mi sono accorto solo andandomi a riguardare tutte le tue foto.
Cos’è successo nel 2012? Perché dal “flusso” di Flickr pare che da lì ci sia stata un’evoluzione incredibile nel tuo modo di fare fotografia. Non saprei se definirla una maggiore onestà, ma non credo si tratti di questo, forse un maggiore consapevolezza e maturità.

Nel 2012 ho ripreso in pianta stabile la pellicola, è stato soprattutto questo. Gli autoritratti del cubicolo di pietra, ad esempio, sono tutti in digitale: l’espressione subitanea di quello che dovevo buttare fuori perché non mi rosicchiasse dentro.
Il mio rapporto con il mezzo digitale è sempre stato legato ai singoli momenti, con la pellicola invece si è ampliato tutto. Il non poter vedere subito i risultati ha fatto sì che potessi produrre di più di testa e meno su carta, quindi evitando tanto superfluo, tanto cose sufficienti ma non necessarie, una parte di me che avrebbe stancato, principalmente me stessa.
Come ho già detto, se mi butto in picchiata dentro le cose mi stufo subito. Vado molto in profondità, sono fatta così, e se ci arrivo subito, al nocciolo, quello perde tutto sapore. Devo scoprire piano, sentire tutto sulla mia pelle.
Forse si è trattato di questo, di un’apertura a nuove possibilità, non contemplate prima perché al di fuori dei momenti presenti.

Ultimissima. Qualcosa che di solito si chiedono tutti quando si tratta di fotografia, illustrazione, fumetto…
Tu ci vivi con la fotografia? Economicamente, intendo.

Non completamente.

From the inside © Mari Le Bones
From the inside
© Mari Le Bones
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