(courtesy: Graziani)

Casa, chiesa e cimitero: Graziani, oltre 200 anni di candele, dal 1805

Mario Graziani rappresenta la sesta generazione della famiglia Graziani, alla guida dell’omonima azienda che, in provincia di Livorno, produce candele ininterrottamente da più di due secoli, e che ho raggiunto perché ci raccontasse la loro interessante storia.

Mi racconti come è nata l’azienda?

Questa è dura… [ride, ndr]
Abramo Graziani, di cui io rappresento la sesta generazione, fondò l’azienda nel 1805. Non abbiamo un vero atto di costituzione ma esiste un rescritto granducale che autorizzava Abramo Graziani a “imbianchire le cere provieniti delle Indie”. Un tempo infatti si importavano cere (con ogni probabilità cera d’api), che arrivano nel porto di Livorno — allora un porto molto importante — e per sbianchirle si mettevano al sole.
Io ricordo, da bambino, quando ancora l’azienda e la casa erano un tutt’uno, lastre di cera al sole sulla terrazza, che si trovava sopra il magazzino. Il sole scoloriva le candele ed era l’unico mezzo utilizzabile per renderle più chiare.

(dall'archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)
(dall’archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)

La cera faceva un bel viaggio.

Sì ma allora le Indie erano l’oriente in genere, da dove provenisse la cera precisamente non lo so. L’oriente di Livorno poteva già essere la Grecia. Tieni presente che all’epoca non esisteva il Canale di Suez, quindi non era così banale come viaggio, né c’era come oggi la necessità di certificare l’origine della merce. Comunque arrivava e veniva lavorata qui da noi.

Che tipo di candele erano quelle prodotte all’inizio dell’attività aziendale?

In verità all’inizio non c’era una grande differenziazione della produzione in base alla destinazione d’uso delle candele. A quell’epoca le candele, in linea di massima, si facevano nel retrobottega di una mesticheria o di un negozio, in cui si prendeva un po’ di cera, la si sbianchiva in terrazza, si infilava in un pentolone con del fuoco sotto, si prendeva uno stoppino di cotone e si immergeva più volte nella cera: così nasceva la candela. Non c’era una tecnologia particolare ma — come sai — allora era tutto più difficile, le attrezzature erano molto primordiali, anche se per l’epoca erano considerate delle industrie.

(dall'archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)
(dall’archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)

Come è cambiata la produzione con gli anni? Immagino che il salto ci sia stato quando le candele hanno smesso di essere utilizzate per l’illuminazione e sono diventate qualcos’altro.

Il primo cambiamento c’è stato nell’800, con l’industrializzazione. Il mondo è cambiato e quindi anche il modo di produrre candele. Abbiamo prove, che il mio antenato, Leone Graziani, fece causa ai suoi fratelli per un brevetto di macchinari per produrre candele, quindi evidentemente la tecnologia ha iniziato a contare tanto da far litigare i fratelli e far causa per questioni progettuali.
Un altro importante cambiamento nella produzione avvenne a metà ‘800: fu l’introduzione di cotoni intrecciati come stoppino.
E poi, in rapida sequenza, si sono diffuse le lampade ad olio, la luce a gas, e via via anche l’illuminazione domestica.
Quindi “buona notte” alle candele, che sono rimaste come luce di emergenza o luce per i poveri, per le zone dove non arrivava la fornitura elettrica.
Insomma, la candela diventa il “piano B”, anche perché la lampada a gas talvolta era scomoda. Non è che in cantina si poteva mettere la lampada a gas, in cantina si portava una candela.

(dall'archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)
(dall’archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)

Quindi diminuirono le vendite.

Sì, anche se restavano l’utilizzo religioso e quello legato — come dicevo — alle emergenze. I volumi erano comunque notevoli fino a dopo il dopoguerra, quando c’è stato l’ennesimo forte cambiamento.
Io parlo sempre dei cambiamenti storici nel racconto che faccio della nostra azienda, perché le aziende cambiano in base a come cambia il mondo e, secondo me, riescono a sopravvivere nel corso degli anni proprio perché cambiano.

Vero, la cosa più interessante per le aziende storiche è che cambiano, non solo per l’introduzione delle novità tecnologiche nella fase di produzione, ma perché cambiando la società, gli stili di vita, spesso si rende necessario un cambiamento del prodotto stesso. Se non si cambia si resta fuori mercato e si chiude!

Esatto, la caratteristica principale delle aziende storiche per me infatti non è la tradizione, ma l’innovazione! Quando si rimane fermi, alla fine si rimane indietro e si chiude. Se riesci a cambiare con il mondo, sul lungo termine, riesci a sopravvivere. Pare un ossimoro, ma in effetti è così. E la cosa è ancora più difficile (e necessaria) oggi vista la velocità dei cambianti. È una sfida sempre maggiore.

(dall'archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)
(dall’archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)

È difficile essere un’azienda storica oggi?

Diciamo che per una start-up è più semplice essere innovativi, si ha meno da perdere e tutto l’interesse a fare cose nuove, con la speranza di riuscire. Le aziende storiche, le aziende di tradizione, hanno un vincolo alle spalle per cui, per loro, la stabilità è un valore molto più forte rispetto ad un’azienda giovane.
Questa è una cosa che dico spesso, chiaramente, alle banche. È ovvio che quando una azienda è storica, prima di rischiare il tutto per tutto ci pensa tre volte!

Anche perché immagino che uno senta su di sé anche la responsabilità di essere sesta generazione. La pressione per la paura di mandare in fumo due secoli di storia non è cosa da poco…

È vero, e poi non tutte le generazioni sono brave allo stesso modo.
Comunque, nelle pubbliche relazioni, nella comunicazione, noi oggi puntiamo molto sulla storicità dell’azienda, mentre, per esempio, ai tempi di mio padre e di mio nonno, questa leva non è mai stata utilizzata. Per quanto scrivessero sul marchio “fondata nel 1805” poi non ne parlavano per nulla. Oggi questa cosa invece è molto enfatizzata, mentre prima quasi si nascondeva, perché faceva “vecchio” perché non era attrattiva. Anzi, al contrario. Negli anni ’70 non era interessante il vecchio, erano anni in cui la tradizione faceva quasi paura.

(dall'archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)
(dall’archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)

Volevamo liberarci prima possibile del nostro passato rurale e provinciale e così abbiamo buttato via l’acqua e il bambino.

Non si raccontava perché nessuno voleva sentire.

Quali erano i mercati e come si sono evoluti?

L’esportazione fuori dall’Italia è nata nel dopoguerra ed è legata alla conoscenza della lingua francese, che per diversi motivi avevano sia mio padre che mio nonno. Quindi fu semplice, per loro, aprirsi al mercato francese. Poi anche la Corsica, ovviamente, che è qui di fronte.
Famiglia e lavoro sono sempre stati intrecciati, come è anche giusto che sia. All’epoca avevamo la fabbrica e la villa nello stesso posto, per cui il mio parco giochi, da bambino, era la fabbrica di candele. Ho ricordi di me che già a due-tre anni spingo il carretto con le candele.

(dall'archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)
(dall’archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)

Adesso quali sono i mercati di riferimento?

Facciamo un po’ di fatica perché facciamo tantissime cose differenti — una sorta di “spezzettamento” del lavoro — ma abbiamo clienti che vanno dalla Nuova Zelanda all’Argentina, al Canada, alla Corea, alla Nigeria…
Naturalmente non tutti i mercati sono grossi, come fatturato. Alcune volte si investe di più su mercati che non sono grandi oggi perché sappiamo (o speriamo) che poi in prospettiva si sviluppino. A volte si fanno anche investimenti in paesi in cui poi c’è una rivoluzione e si perde tutto. Insomma, capita.

La produzione come si è evoluta? Partendo dalla candela cilindrica bianca? Fate anche altro?

Sì, le produzioni cambiano perché i mercati si evolvono di continuo. Oggi la produzione non è più un’incognita, bastano i soldi per comprare i macchinari e le materie prime e si riesce a produrre un po’ qualsiasi cosa. Direi che il problema ormai non è più produrre, ma vendere. Prima bastava avere il prodotto e lo si vendeva, perché la cosa più difficile era riuscire a produrre. Ora produrre è una questione di volontà e disponibilità economica, il problema è sapersi collocare sul mercato.
A quel punto, quando uno ha un mercato allora tocca presidiarlo bene e se il cliente ti chiede qualcosa, gli rispondi «certamente, si può fare!». E siccome siamo produttori, questo ci permette di sapere come si fanno le cose, abbiamo la competenza del saper fare, del produrre.
Secondo me se produci candele o scatole di cartone, o altro, poco importa. Quello che conta è l’organizzazione aziendale che porta alla produzione. Non bisogna neanche poi legarsi troppo al prodotto.
Certo, le candele hanno un fascino e una continuità, e noi rimaniamo una fabbrica di candele che però fa anche altre cose. Le candele restano il 70% della nostra produzione ma ci mettiamo altre cose, che in qualche modo sono correlate e richieste dai nostri clienti. E questo fa sempre parte dell’innovare per mantenere. Se voglio continuare a produrre candele, devo poter offrire ai miei clienti anche qualcos’altro.

(dall'archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)
(dall’archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)

Leggo che producete anche incenso. È questa l’altra produzione che fate?

L’incenso è una produzione legata al mondo della Chiesa. Noi non facciamo assolutamente quelli che si usano adesso, gli stick di incenso, facciamo solo grani di incenso naturali.
È un prodotto naturale, che non cresce in Italia, quindi è chiaro che non lo facciamo noi, nel senso che non siamo coltivatori. Noi lo selezioniamo, lo lavoriamo, lo misceliamo, lo vendiamo in tutto il mondo. Siamo una delle due aziende più importanti al mondo.

Come avete iniziato?

Ha iniziato a farlo mio padre alla fine degli anni ’50, io ricordo un tavolino di 1 metro per 1 metro su cui si lavorava l’incenso. Con un cucchiaio e poco più venivano mescolati e poi confezionati i grani. Oggi abbiamo macchinari di mischiamento, macchinari per vagliare i grani e confezionare…
Mio padre lavorava prevalentemente per le parrocchie di Livorno e noi invece spediamo in tutto il mondo.

(courtesy: Graziani)
(courtesy: Graziani)

Torniamo alle candele, la produzione avviene in azienda?

Sì, acquistiamo cera di diverse provenienze e facciamo candele di tipi diversi, utilizzando diverse tecnologie, con un costante aumento del personale. Anche negli ultimi anni, con la crisi che ha cambiato il mondo, in particolare l’Italia, in cui le aziende licenziano, noi invece cresciamo, abbiamo il fatturato in aumento e continuiamo ad assumere gente.
Grazie al fatto, penso io, di essere rimasti produttori, al fatto che cerchiamo sempre di fare prodotti diversi. Tieni presente un dato: i clienti di 10 anni fa per la maggior parte non esistono più, come anche non esistono i prodotti di 10 anni fa. È cambiato tutto negli ultimi 10 anni, è cambiato tutto e tutto è rimasto uguale.
Sono cambiati i prodotti, i clienti, il modo di vendere, ma noi siamo rimasti. Poi va anche detto che ci sono alcune produzioni che sono rimaste le stesse da più di 50 anni. E, finché dura, va bene così [ride, ndr].

(courtesy: Graziani)
(courtesy: Graziani)

Immagino che la produzione per la Chiesa sia sostanzialmente rimasta la stessa.

È cambiato il metodo di produzione.
Mio nonno lavorava per le parrocchie dei dintorni, noi invece siamo più specializzati in prodotti particolari per la liturgia, che vendiamo in tutto il mondo: dalla candela votiva, cioè quella classica cilindrica di 30 cm, quella di cui parli quando dici “vado ad accendere un cero alla Madonna!” — quella si fa ancora, con nuove tecnologie ma si fa, anche se non è il nostro lavoro principale. Il nostro lavoro principale per la Chiesa sono le candele da altare, che devono essere fatte bene, che non devono piegarsi quando fa caldo e che infatti riusciamo a vendere anche in Nigeria.
Produciamo per esempio i ceri pasquali alti 1,5 m come vuole la tradizione qui da noi, mentre in altri paesi il cero pasquale è alto 40 cm e quindi facciamo anche quello. Mercati diversi, tradizioni diverse.

(courtesy: Graziani)
(courtesy: Graziani)

Ad un certo punto nella vostra produzione sono arrivate anche le candele “di design”, quelle di uso domestico ma non per l’illuminazione.

Diciamo che in Italia ci sono tre mercati per le candele, le 3 C: chiesa, casa, cimitero.
Tre mercati abbastanza diversi uno dall’altro. Normalmente nessun produttore di candele produce per tutti e tre i mercati ma si specializza in uno. Noi, per esempio, sull’ultima C, quella di cimitero, siamo poco presenti, facciamo molto di più per casa e chiesa.
Per C di casa si intende sia la candela per illuminazione — che ormai non serve più, perché anche quella per le emergenze è stata sostituita da altri sistemi di lampade — che le candele “d’atmosfera”, le candele profumate, le candele per la ristorazione, le candele che si usano nei giardini, le candele anti-zanzara. Tutte queste costituiscono il gruppo casa.

(courtesy: Graziani)
(courtesy: Graziani)

Quando avete iniziato ad occuparvi della C di casa?

Mio padre ha iniziato nei primi anni ’70. Ci sono storie di famiglia in cui si racconta che lui si prese l’esaurimento nervoso perché allora era difficile usare i coloranti, gestirli. Non c’erano le bilance elettroniche, il colore andava messo in quantità minime e poi magari ci riprovavi il giorno dopo, convinto di aver fatto lo stesso dosaggio, e invece no, era diverso. Quindi saltava fuori un altro…
Ci volle un po’ prima di riuscire a mettere a punto la produzione e iniziammo ad esporre le nostre candele al Macef. Immagino che allora fossero certamente considerate belle — con gli occhi di oggi tutto sarebbe diverso.

Anche la palette dei colori con cui sono realizzate le candele evolve con il passare degli anni e delle mode, giusto?

Quando ero un ventenne, negli anni ’80, andavo in giro a prendere gli ordini dei clienti. Si parlava tanto ma poi finivano per ordinare per la maggioranza candele rosse. Gli altri colori erano residuali (rappresentavano tipo il 3% del fatturato). Le candele rosse erano quelle chiamate “candele da pianoforte”: ognuno aveva in casa un pianoforte, che non veniva usato mai, e su questo pianoforte in genere c’era un candelabro con delle candele rosse verticali, spezzate in 3-4 punti perché magari erano cadute ripetutamente, che non si accendevano mai e si cambiavano ogni anno a Natale, per poi restare lì ferme per un altro anno.

(dall'archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)
(dall’archivio storico Graziani; courtesy: Graziani)

Oggi immagino che il rosso, per fortuna, vada bene solo nelle feste di Natale.

Oggi le candele fortunatamente si usano in tutt’altro modo. Sono diventate un prodotto emozionale. Sia per la casa, che per la chiesa o il cimitero, le candele servono a sottolineare momenti legati all’intimo e alle emozioni. Che sia la candelina da compleanno, che sia il cero votivo, o quella della cena intima a lume di candela, o la fiaccola per una manifestazione di solidarietà, per esternare compassione o sdegno, sono sempre e comunque momenti di emozione.
Le candele si accendono sempre per delle emozioni e io amo dire che le candele portano sfortuna se non le accendi entro un anno, da quando entrano in casa, e non per il mio interesse diretto a venderne (magari un po’) ma perché se non l’accendi vuol dire che in un anno non hai avuto neanche un’occasione che meritava di essere “enfatizzata” con l’accensione di una candela.

Verissimo, io ho passato varie fasi con le candele, ne ho accese decine negli anni dell’adolescenza e nei primi anni dell’università, poi via via meno, ma non ho mai capito chi tiene in casa candele fisse, come soprammobile, senza mai accenderle.
Le candele vanno accese, sennò sono inutili. Se compro una bella candela o se me la regalano, la accendo, magari non lo stesso giorno, magari non in quella settimana, ma alla prima occasione la accendo. È lo stesso che se mi regalano o compro una bottiglia di vino, non capisco che senso abbia “conservarla”.

Esatto, come il vino. Che è un altro prodotto molto legato alle emozioni. Non è che bevi vino perché hai sete e non lo bevi di certo perché è fonte di calorie, per nutrirti. Lo bevi perché enfatizza emozioni. È una questione emotiva, culturale, di condivisione.

(courtesy: Graziani)
(courtesy: Graziani)

Sono gli accumulatori, quelli che mettono in casa cose belle e buone e anche se sono cose che vanno consumate, per loro natura, loro non le usano, si limitano a “tenerle”.
Ma torniamo alla produzione, prima parlavi di diversi metodi di produzione delle candele.

Ci sono tante tecnologie per produrre candele, non che ce ne siano di buone e di cattive, ognuna è adatta al tipo di prodotto che si deve fare, al tipo di materia prima, al tipo di utilizzo.
Sono tecniche inventate nel tempo. Ci sono tecniche antiche e altre più moderne, ma nessuna azienda utilizza tutte le tecnologie possibili e immaginabili.
Si possono fare candele ad immersione, un metodo antichissimo che consiste nel calare ripetutamente lo stoppino nella cera. Un altro sistema, che ora non viene più utilizzato ma che era usato fino all’800, era al cucchiaio: praticamente si prendeva uno stoppino, lo si faceva girare con le dita in verticale e poi con l’altra mano, con una specie di mestolo, si versava la cera dall’alto in basso. Scivolando, quella rimaneva attaccata allo stoppino, uno strato dopo l’altro. Era una sorta di immersione al contrario, perché invece di mettere lo stoppino nella cera, si fa colare la cera sullo stoppino.

(courtesy: Graziani)
(courtesy: Graziani)

Per quanto riguarda le tecnologie più recenti?

Ci sono ad esempio le candele a stampo, che si fanno con stampi metallici. Le prime macchine per produrle sono state inventate nel 1800, in Inghilterra. Questa tecnologia, ovviamente innovata rispetto alle prime macchine, la utilizziamo tanto.
Poi c’è la pressa: si fa una polvere di cera, che pare zucchero, e viene pressata in alcuni stampi ottenendo la candela.
Un altro sistema simile, sempre partendo da polvere e scaglie, è quella dell’estrusore. In questo caso si immette il materiale dentro un pistone e poi si spinge a pressione molto elevata e, da un forellino, esce un baco, che è la candela, che poi viene tagliata e lavorata. Noi utilizziamo anche questo.
Poi c’è il sistema del riempimento, che si utilizza soprattutto per i bicchieri profumati. Pare strano ma è uno degli ultimi sistemi nati, perché prima ovviamente le candele dovevano fare luce, quindi avere uno sviluppo verticale. È solo di recente che vengono utilizzate per fare “atmosfera”, quindi ora ci si può permettere di mettere la cera in un bicchiere, che faccia luce dal basso verso l’alto, e non viceversa.
Le invenzioni nascono perché ci sono delle esigenze da soddisfare.

(courtesy: Graziani)
(courtesy: Graziani)

Non si può parlare di candela di qualità in assoluto ma ha senso parlare di una candela adatta agli utilizzi, che riesca a soddisfare le esigenze, consapevoli o inconsce, di chi l’ha comprata.

Le candele hanno materie prime, processi di produzione e tecnologie differenti perché poi il prodotto va in un mercato che magari chiede cose diverse. Talvolta la stessa candela, con la stessa forma e la stessa dimensione, a seconda di qual è il destinatario deve essere prodotta in modo diverso.
Cambiano anche in base al prezzo che devono avere. La candela votiva deve costare 50 centesimi ma magari è fatta con la stessa tecnica con cui produci candele d’interni che arrivano a costare anche 100 Euro! Ma cambiano tutta una serie di altre cose: i componenti, il packaging, la produzione.

(courtesy: Graziani)
(courtesy: Graziani)

Forse la chiesa e il cimitero sono mercati che evolvono meno velocemente, ma immagino che il consumo domestico risenta delle mode, delle tendenze nel campo del design e che quindi tocchi adeguarsi.

Sicuramente cambiano molto meno velocemente rispetto all’abbigliamento ma certamente più in fretta rispetto alle altre due C.
Esiste un mondo autoreferenziale, quello del design, dei trendsetter o forse oggi dovrei dire “influencer”, che cambia velocemente. Crea e subisce le mode e, in qualche modo, condiziona le tendenze e a cui poi il mass market si adatta, anche se un po’ più lentamente.
Noi produciamo per tutti e due i mondi, abbiamo prodotti venduti nei migliori negozi di design al mondo, ma produciamo anche per le catene, per il mass market, ed è quest’ultimo il mercato più grosso in termini di cifre.
Quello che voglio dire è che il mercato di riferimento, dal punta di vista dei quantitativi della produzione, è certamente più stabile e lento nei cambiamenti.

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