Quando alle elementari si comincia a familiarizzare col concetto di marchio (prima di allora la vita è piacevolmente “no logo”), i primi confronti cominci a farli con le cose che hai nell’astuccio—perlomeno a me è successo così, leggevo Staedtler sulla gomma (o almeno ci provavo, cascando su quel mucchio di consonanti più spesso di quanto inciampavo in giardino) e mi chiedevo che differenza ci fosse, a parte l’estetica, con la gomma del mio vicino di banco, che poteva essere ad esempio una Faber-Castell. E allora: «mi fai provare la tua gomma?», e giù a testare freneticamente il potere cancellante, disseminando il banco di trucioli di gomma ma senza arrivare a una conclusione definitiva, rimandando quindi future richieste d’acquisto ai miei genitori scegliendo solo in base all’aspetto.

Lo stesso per i pastelli: Faber o Staedtler, oppure Stabilo, o ancora Fila—che sta per Fabbrica Italiana Lapis ed Affini e produceva anche i Giotto, che credo fossero i più diffusi in assoluto negli astucci della mia scuola—o gli esotici Caran D’Ache, che avevano addirittura l’apostrofo e, il nome più lungo di tutti e un’aura di preziosità che metteva addosso una certa ansia («non farli cadere, altrimenti non riesci più a temperarli!») e altrettanta voglia di provare sul campo se il terra di siena bruciata veniva più bruciata e più senese di quella Giotto, se il blu oltremare andasse più a largo del tuo, se il bianco servisse davvero a qualcosa, a differenza di quello che avevi tu.
Anche se poi, in fin dei conti, più del marchio quel che davvero importava era la quantità, quanto grande fosse la scatola: e chi aveva i 36 era su un altro livello rispetto ai 24 d’ordinanza o agli striminziti 12 che mettevano negli astucci già completi.

Torniamo a Caran D’Ache. L’azienda svizzera, che inizialmente si chiamava Fabrique genevoise de crayons e poi venne ribattezzata Caran D’Ache nove anni più tardi in onore dell’omonimo disegnatore satirico francese (il cui vero nome però era Emmanuel Poiré), l’anno scorso ha compiuto un secolo di vita e il magazine The Hour, specializzato in orologi di lusso, ha dedicato un pezzo al concetto di tempo nel mondo del lavoro, commissionando al fotografo inglese Greg White una serie di scatti proprio nella fabbrica di matite colorate.

Il risultato della visita di Mr. White nella fabbrica dei colori (piuttosto ironico, no?) è davvero molto affascinante.
Qui di seguito alcuni degli scatti, il resto lo trovi sul sito dell’artista.

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White

© Greg White