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La storia dello zero, raccontata da un’animazione

Il mio prof. di matematica delle medie era un gigantesco omone che aveva il vizio di prendere in prestito le penne di noi ragazzini e usarle per scaccolarsi le orecchie. Non credo lo facesse apposta: semplicemente era costantemente a corto di biro e a un certo punto fissava chiunque di noi fosse al primo banco e se ne usciva con un «prestami la penna». Quando gliela davi lui per un po’ la usava per normali scopi “pennosi”, tipo scrivere, firmare, scarabocchiare fogli. Ma subito entrava in una sorta di trance—ti pareva di vederlo, nei suoi occhi, l’8 rovesciato dell’infinito—e si metteva a esplorare i condotti auricolari col tappo o col “culo” della penna. Guai a chi stava al primo banco.

Il prof., che insegnava anche scienze, oltre a fare il professore delle medie aveva anche un laboratorio chimico assieme al prof. di scienze e matematica dell’altra sezione. Era evidente che gli piacesse molto di più il mondo degli atomi e delle cellule che quello dei numeri, visto che capitava spesso che le espressioni aritmetiche con cui si cimentava alla lavagna raramente portavano al risultato voluto. Doveva essere 11? A lui veniva 3. Doveva essere 7? Al prof. usciva 70. E allora si lanciava in un lungo discorso in cui cercava di dimostrare che, dopotutto, lo 0 non è che contasse poi molto. Diceva proprio: «lo zero non conta, quindi l’espressione è giusta». Chiusa lì, mentre sul soffitto dell’aula s’affollavano gli interrogativi di noi studenti.

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Nessuno di noi, credo, ha avuto in seguito un qualche tipo di carriera che necessitasse una conoscenza matematica superiore. Perlomeno io no, e anche alle superiori non è che me la cavai poi così bene, con quel «lo zero non conta» che saltava fuori dai meandri della memoria ogni volta che mi trovavo davanti a qualche equazione complessa.

Solo molti anni più tardi, per conto mio, ho riscoperto le bellezze della matematica. L’ho fatto attraverso le storie—cominciando da libri per ragazzi come Il mago dei numeri dello scrittore e poeta tedesco Enzensberger, passando alle meraviglie della logica col celebre Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante di Douglas Hofstadter, e infine godendomi quello che secondo me è un capolavoro di “storytelling matematico”: L’enigma dei numeri primi di quell’eccentrico di Marcus du Sautoy.

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Magari è la mia testa che funziona così, cioè che impara bene le cose solo quando sono “diluite” in una narrazione interessante, ma penso che i prof. di matematica, nelle scuole di ogni ordine e grado, avrebbero molto più successo se ti raccontassero pure la vita assurda che la maggior parte dei matematici ha avuto, o i mille aneddoti che stanno dietro a ogni numero, a ogni simbolo matematico.

Quelli della Royal Institution, un’organizzazione britannica che si occupa di diffondere ed educare alla scienza, sta ad esempio investendo in una serie di animazioni, realizzate in collaborazione con artisti, docenti e divulgatori.

L’ultima, uscita appena una settimana fa, animata dall’illustratore Andrew Khosravani e narrata da Hannah Fry (già che ci sei, non perderti neppure i suoi talk al TED), parla dello 0—quello che per il mio prof. “non conta”—e racconta la lunga storia del più schizofrenico dei numeri, che rappresenta il nulla ma permette anche di formare numeri inimmaginabilmente grandi, che inizialmente non era neppure un numero e che oggi fa funzionare tutti gli apparecchi elettronici che utilizziamo.

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