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(foto: Ozona)

Intervista a Sandro Gonnella, il “sarto” degli occhiali che ha recentemente aperto anche una scuola

Perugino, classe 1976, Sandro Gonnella produce occhiali che lui stesso definisce “sartoriali”.
Qualche mese fa Sandro ha anche lanciato il primo Corso di Alta Sartoria dell’Occhiale e l’11 aprile scorso sono cominciate le lezioni.
Noi l’abbiamo intervistato.

Ci “conosciamo” dal luglio 2008 e credo che tu avessi da poco dato vita al marchio Ozona.
Sandro vuoi raccontare ai nostri lettori quando hai iniziato ad occuparti di occhiali?

Con Ozona sono partito nel 2006, ma mi sono diplomato allo IED a giugno del 2003 e a luglio ero già in Marcolin per uno stage, lì ho iniziato a disegnare e progettare occhiali.
Dopo il periodo di stage però ho deciso che lavorare in un ufficio non era quello che desideravo, anzi il contrario. Avevo sempre immaginato, per il mio futuro, di svolgere la “libera professione”, di non aver qualcuno alle spalle che potesse dirmi «fai quello» o «fai quell’altro».
Quindi da Treviso, dove aveva sede l’ufficio creativo di Marcolin, sono tornato in Umbria e lì ho iniziato a disegnare occhiali per un’azienda toscana, fino a quando, a fine del 2004, ho deciso che era ora di realizzare occhiali per conto mio, dando vita ad un mio marchio, perché a quel punto avevo capito che nelle aziende non c’era spazio per una progettazione “originale”, che fosse mirata ad un pubblico specifico.
Mi sono reso conto che  gli occhiali della grande produzione sono occhiali che stanno bene a tutti ma che, in fondo, non stanno bene a nessuno . Così a inizio 2005 ho iniziato a mettere le basi per la mia azienda e ad informarmi su tutti gli aspetti tecnici, legali…

Avevi già le idee chiare su che occhiali volevi realizzare e per quale pubblico?

La mia idea era chiarissima, ovvero realizzare montature in pezzi unici, specifiche per un cliente. Invece di cercare la grande massa, io ho cercato il singolo cliente che per un motivo o per un altro volesse il suo occhiale. Vuoi perché aveva in mente per esempio un occhiale viola o aveva un naso particolare o un viso particolarmente stretto o largo. Insomma, ho cercato il cliente che portava esigenze — fisiche o di gusto — particolari. Ho cercato la nicchia della nicchia. Da lì il pezzo unico è diventato occhiale sartoriale.

(foto: Ozona)
(foto: Ozona)

Non è in fondo un ritorno al concetto di artigiano? Il tuo approccio all’occhialeria viene definito “sartoriale”, ma altro non è che un approccio artigianale, che instaura un rapporto personale con il cliente finale e non potrebbe essere diversamente.
Tu confezioni per il Sig. Antonio, la Sig.ra Maria e non per degli sconosciuti, come hanno sempre fatto i sarti e tutti gli artigiani nei secoli dei secoli.

Sì, e il concetto parte da alcuni desideri, innanzitutto quello di poter realizzare qualcosa di altissima qualità, che regalasse un’esperienza unica a chi acquista. L’esperienza sta anche nel venire in laboratorio, capire come nasce e si produce un paio di occhiali, seguirne la progettazione e parteciparvi. E poi l’idea di tornare ad un prodotto personale che riesca in qualche modo a caratterizzare.

Come facevano i nostri nonni.

Sì. Mio nonno si faceva realizzare gli abiti dal sarto, scegliendo modello, stoffa, fodera, rifiniture, ogni dettaglio.  Oggi invece sembra che per forza tutti debbano avere la stessa maglietta, gli stessi pantaloni, le stesse scarpe, gli stessi occhiali.  A me ‘sta cosa non è mai stata bene, non so se per vezzo o grazie alla mia famiglia, l’essere nato e cresciuto in un contesto in cui si prediligeva la soggettività, con l’idea di dover essere semplicemente me stesso, quindi non mi è mai piaciuta l’idea di omologarmi.

(foto: Ozona)
(foto: Ozona)

Lo dice anche il mercato, il vero lusso non è comprare una borsa di qualche migliaia di Euro ma scegliere una borsa di cui sei tu a determinare ogni dettaglio che diventa una tua appendice. Anche perché questo comporta, oltre alla gioia di partecipare alla creazione del prodotto che sarà tuo, il lusso di prendersi il tempo per dedicarti a questa cosa. Oltre il tempo che ci impiega l’artigiano per realizzare. E a questo proposito quanto impieghi a dar vita ad un paio di occhiali su misura?

Dalla progettazione per arrivare all’occhiale, che il cliente poi deve approvare, servono circa 24 ore e ovviamente poi tocca produrli!

Tu al cliente insieme agli occhiali consegni anche immagini e progetti e suggestioni che ti hanno portato alla creazione della sua montatura. Così ho deciso di sottoporre a te un dubbio che mi assilla da un po’ di tempo, che mi viene in mente ogni volta che guardo un nuovo video che racconta la nascita di un prodotto (sia di quelli artigianali che degli altri): tutta questa partecipazione alla nascita, questo svelare i “segreti” dell’artigiano (e in generale della produzione) non ci toglie un po’ di magia?
Intendiamoci io sono molto curiosa, mi piace sapere come è nato il mio occhiale, il mio paio di scarpe, il mio maglione ecc ma questo svelare i passaggi non toglie un po’ del mistero della poesia della creazione?

Io invece penso che ne accresca la magia. Ti faccio l’esempio della nascita di una montatura:  il vedere la lastra di acetato, che all’inizio è un pezzo senza forma e poi lo vedi trasformato e lo senti sul tuo viso, sul tuo naso, e che poi con la lavorazione acquista una diversa lucentezza, una diversa consistenza, per me è qualcosa di molto magico.  E poi per esperienza ti posso dire che i clienti ne sono entusiasti.

Chiarissimo, e lo dimostra il fatto che anche aziende grosse che nulla hanno di artigianale si siano messe a basare su questo racconto, sulla narrazione delle fasi di produzione tutta o buona parte della loro comunicazione!

Perché il risultato finale è di così grande impatto, di così grande gioia che ti rendi conto che sei entrato nel meccanismo ed hai capito una cosa nuova e la cosa in sé ti rende felice.

(foto: Ozona)
(foto: Ozona)

Ti sei formato allo IED, dove immagino non sia ancora argomento di studi il rapporto con il cliente finale. Come hai imparato ad approcciare le persone?
Perché il designer normalmente non ha mica a che fare con chi poi indosserà o avrà in casa o guiderà le sue creazioni.

In effetti potrei dire che mi sono formato da solo, sono una persona solare quindi devo dire di non aver mai avuto difficoltà ad avere a che fare con le persone, e mi sono reso conto, appena ho aperto il laboratorio, che il cliente ha bisogno di parlare con chi produce. Per capire se le materie utilizzate sono di qualità, se veramente il prodotto viene realizzato lì piuttosto che altrove, insomma per togliersi tutti i dubbi e le curiosità.
Non a caso  nel mio laboratorio ho messo come primo arredo un divano, perché il cliente deve capire che può (e deve) prendersi il tempo di mettersi comodo, fare quattro chiacchiere  e sapere che non sta acquistando “solo” un paio di occhiali, che gli occhiali non sono un oggetto anonimo qualsiasi, ma qualcosa che farà parte di se stessi, perché gli occhiali non sono un accessorio come un altro.
Alla fine gli occhiali te li metti sul viso, ti cambiano l’espressione, ti caratterizzano. Te li tieni addosso per tutto il giorno. Ti possono rendere simpatico, altezzoso, intrigante, ridicolo, severo. Sono un trucco che va utilizzato bene. Come per i trucchi femminili, se metti troppo fondotinta o ombretto ti fai un danno. Così l’occhiale, se è troppo grande o troppo piccolo o ti casca sul naso, o hai scelto un colore che non va bene per la tua pelle o i tuoi capelli, ti peggiora invece che migliorarti.

Ti ascoltano i tuoi clienti quando dici queste cose? Quando dici loro che cosa farebbero meglio ad indossare, piuttosto che quello che hanno scelto?

Innanzitutto io non dico mai che una cosa sta male, piuttosto dico un’altra starebbe meglio e spiego i motivi tecnici per ciò che dico, e in genere funziona. Io non direi mai «l’occhiale nero no, perché ti sbatte!», suggerirei di optare per un colore.
Parto dal presupposto che preferisco che la persona esca con gli occhiali che le stanno bene, con cui si senta a proprio agio, che le facciano ricevere i complimenti da parte di chi la incontra, piuttosto che esca con un paio di occhiali che facciano il contrario, anche perché per me sarebbe anche una cattiva pubblicità.
Detto ciò non è che posso impedire a qualcuno di fare per se stesso una scelta sbagliata.

(foto: Ozona)
(foto: Ozona)

Qualcuno un po’ di tempo fa, citando in parte qualcun altro mi ha detto: «la vita è troppo breve per indossare occhiali banali». E visto che li indosso da 34 anni, trovo l’affermazione assolutamente vera, però non pensi anche tu che per gli occhiali il limite tra l’originalità e il ridicolo sia veramente molto, molto sottile?
Perché come dicevi tu poco fa: gli occhiali sono accessori che entrano a far parte del nostro corpo, si incorporano…

Io nella mia produzione di pezzi unici cerco di realizzare modelli che siano originali, ma che non siano “pagliaccio”, anche perché in giro di “pagliaccio” ce ne è tantissimo, quindi puoi trovarli altrove, ma quelli sono occhiali lì che usi per poco pochissimo tempo.
Ti puoi far notare, essere originale ed eccentrico ma non esagerando, c’è un limite che non varco ed è il limite del bello.

Ma anche perché forse proprio la scelta di sartorialità e l’artigianalità in un oggetto ha come connotazione quella della durata. Quando i nostri nonni andavano da un sarto a farsi tagliare un vestito lo sceglievano sapendo che doveva durare per tanti anni, indipendentemente dalle tue possibilità economiche.
Farsi fare una camicia su misura scegliendo stoffa cuciture e dettagli, le iniziali da fare ricamare… non è certo come entrare da H&M e comprare una maglietta, sapendo di cestinarla nel giro di uno massimo due mesi. La stessa cosa per le scarpe su misura e immagino anche per i tuoi occhiali. La scelta di un capo personalizzato, sartoriale, credo tolga quel capo, quell’oggetto, dalle urgenze della stagionalità. Scegli a quel punto un bello per sempre, che il tempo e l’usura non possono che migliorare.

Da quando ho iniziato a disegnare occhiali ho sempre voluto disegnare occhiali “vintage”, come il vino, quello che con il passare del tempo migliora.  Nel disegnare i miei occhiali ho sempre sperato che potessero essere indossati al momento, ma anche dopo 20 anni , perché vorrei che il mio prodotto, che chiamo prodotto perché devo, ma che io considero un po’ come un figlio, si distinguesse innanzi tutto per la qualità, che è qualità nei materiali, nel disegno, nelle forme, una qualità che lo fa durare negli anni perché è fatto bene.
Pensa a una penna Mont Blanc, ne compri o te la regalano al diploma o alla Laurea, e puoi tenertela per tutta la vita, perché di per sé non serve cambiarla.

(foto: Frizzifrizzi)
(foto: Frizzifrizzi)

Domanda d’obbligo ad ogni designer: da dove prendi l’ispirazione?

Il concetto di ispirazione io lo trovo abbastanza vago, non credo che ci sia una formula reale. Io normalmente parto dalle mie passioni. Amo l’arte: pittura, scultura e architettura, ma il punto di partenza è certamente l’osservazione del quotidiano, l’accostamento di forme e colori. Può colpirmi un’ombra che vedi con la coda dell’occhio, un lampo di luce riflesso nel vetro di una macchina, che proietta una forma sul muro, e io dico «guarda che bello» e le persone attorno a me restano un po’ meravigliate.
A volte, camminando, mi fermo, prendo appunti, note vocali. Non la cerco l’ispirazione ma arriva nei momenti più strani ed impensati. A volte può arrivare perfino da un suono.

Tu utilizzi tecniche manuali per la produzione, specie per la rifinitura degli occhiali, ma a queste accosti la tecnologia soprattutto nel momento della progettazione. Le due cose, nell’artigianato, si conciliano?

È vero, io fin dall’inizio mi sono sempre definito un artigiano tecnologico, quando le due cose insieme ancora non si sentivano pronunciare. Ora per fortuna i due mondi entrano in contatto e si contaminano sempre più spesso—pensa solo all’utilizzo delle stampanti 3D.
Personalmente penso che realizzando un oggetto speculare, come un paio di occhiali, non si possa prescindere dall’utilizzo della tecnologia di precisione. È vero che prima si facevano occhiali a mano senza le tecnologie ma perché non utilizzarle ora che le tecnologie ci sono e sono a disposizione?
Consiglierei a tutti gli artigiani di dotarsi di tecnologia in alcune fasi, perché  è vero che è bello l’oggetto imperfetto, ma non quello che nell’imperfezione perde di funzionalità . E poi la tecnologia è imprescindibile anche nella comunicazione del proprio lavoro.
Non credo che ormai si possa fare tutto solo disegnando a matita, come affermano ancora di fare alcuni grandi designer, io disegno a matita il primo schizzo ma poi la progettazione deve avvenire con i programmi.
Anche perché il consumatore capisce l’imperfezione se viene da me, in laboratorio, ma se va in un negozio e non gli vengono spiegati i processi di lavorazione è difficile che acquisti qualcosa che a lui pare semplicemente difettato.
Io non lo acquisterei mai un occhiale realizzato totalmente a mano, credo che un occhiale totalmente realizzato a mano possa esistere, oggi, solo nel campo della prototipia.

(foto: Ozona)
(foto: Ozona)

La parte di occhiali che produci in serie limitata la vendi anche in altri punti vendita oltre che da te a Perugia?

No, al momento non ho altri punti vendita ma da subito ho venduto in tutto il mondo grazie al commercio online. Però sto iniziando collaborazioni con gli Stati Uniti e il Regno Unito e anche con l’oriente.

Dimmi una cosa, Perugia è una città dove si sono sempre prodotti occhiali e in generale esiste una tradizione di occhialeria in Umbria?

In verità no, sono il primo a fare occhiali a Perugia. Perugia è una città con molte tradizioni artigianali, per esempio nella lavorazione del cachemire o del cioccolato, ma gli occhiali no, mancavano.

E tu in questi giorni ci porti addirittura una scuola. La prima scuola di occhialeria sartoriale! Come ti è venuto in mente di iniziare ad insegnare?

Sì, la prima scuola di occhialeria sartoriale, perché poi in verità di scuole dove si progettano occhiali ce ne sono state altre…
Fin da bambino avevo un sogno: volevo essere ricordato per aver fatto qualcosa. E direi che l’ho fatto nel campo degli occhiali: ho inventato una modalità di realizzazione e vendita diversa, e il mio sogno è di cambiare il mercato.
 Vorrei che ci fossero più ottici in grado di fare un paio di occhiali, ottici che hanno i macchinari, gli strumenti tecnici e le conoscenze necessarie a dar vita ad un paio di occhiali . Occhiali che loro possono vendere direttamente.
Così mi è nata l’idea della scuola, per insegnare quello che so ad altri. Una scuola in cui impari come si disegna, partendo da una base di design, per poi passare alla progettazione vera e propria e alla realizzazione all’occhiale, ma anche come ascoltare le esigenze del cliente. Alla fine i miei “allievi” dovrebbero essere in grado di dar vita al proprio occhiale, alla propria collezione.
Cambiare un mercato stantio, che ha perso ogni cognizione di creatività ed originalità, e anche di qualità e rapporto con il cliente. A me non piace questo andazzo…
Entro, compro, scontrino, «grazie ed arrivederci»: non mi piace molto, mi piace la possibilità di poter fare un’esperienza insieme.

(foto: Ozona)
(foto: Ozona)

Che tipo di studenti hai?

Al primo corso sono tutti italiani (non per chissà che motivo, ma volevo partire facile!) e sono principalmente ottici o figli di ottici che hanno intenzione di innovare la loro attività. Poi ne partirà anche uno estivo, per stranieri.

Sai che a me in questo periodo arrivano un sacco di collezioni, o presunte tali, create da ottici, e però sono un po’ tutte uguali a se stesse o sono il copia incolla di stranoti modelli di storici marchi italiani e stranieri? Chi glielo dice a questi che il copia incolla non basta per risolvere il loro problema di vendita?

Vero, anche perché questi dichiarano una produzione propria ma certo la loro non è una produzione interna. Sono occhiali che vengono fatti tutti nelle stesse grandi aziende, in linea di massima in Veneto, se va bene. E poi parlano di design proprio anche quando è evidente che sia il frutto di un copia incolla. Ma chi viene da me a scuola sa bene chi sono e che prodotto faccio, e spera di poter imparare gli strumenti, i segreti del mestiere, per poi andare per la propria strada. E io  farò proprio questo, insegnerò ad uscire dagli schemi per dar vita ad un prodotto originale e bello .

co-fondatrice e caporedattrice

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