C 41: un nuovo magazine di fotografia tutto italiano

Sono buoni tutti a fare una fotografia bellissima. Soprattutto quando la tecnologia ti dà la possibilità di scattare per un numero virtualmente infinito di volte con una qualità mediamente buona anche con un apparecchio—vedi smartphone—che tieni in tasca o in borsa per la maggior parte del tempo.

Il vero confine tra ciò che è Fotografia (con la F maiuscola) e quella che invece è la semplice registrazione di un istante non sta nel mezzo a disposizione, nel numero di megapixel, nel prezzo di un obiettivo o di un corpo macchina, ma nella volontà di farla, quella foto. Che sia cogliendo il famoso “istante decisivo” o costruendola nei minimi dettagli, lo scatto vero e proprio è solo l’ultimo passaggio di un processo artistico che si è già messo in moto nel cervello.

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Quel processo artistico—e la volontà che sta alla base di esso—quasi sempre è frutto di una riflessione sulla realtà circostante. E la “realtà circostante”, in questo momento storico, è quella di una società ossessionata (in positivo o in negativo) dall’immagine, dalla presenza, dalla necessità di dare sempre e comunque un volto alle cose. Un volto di sé (vedi i selfie); un volto all’altro-da-sé, al diverso, al nemico; un volto alle emozioni…

La fotografia può dunque documentarla, quest’ossessione, oppure scegliere se—e come—commentarla, ad esempio togliendoli i volti, rendendoli irriconoscibili, celandoli dietro un muro, una pianta, un palloncino, trasfigurandoli con una semplice ciocca di capelli che copre uno sguardo o semplicemente piazzando il soggetto di spalle all’obiettivo.

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Ora non so se questa cosa del “senza volto” sia da considerare una tendenza in ambito fotografico, ma ad esempio nel gruppo Flickr di Frizzifrizzi ce ne sono svariati esempi e c’è chi ha addirittura dato un nome alla cosa: noportrait.

«Noportrait non è un genere fotografico. Non lo è mai stato. È una conseguenza del web e del mondo contemporaneo. Il noportrait è un “non ritratto”, è un ritratto con il volto coperto. È nato dall’inconsapevolezza di ogni essere umano dotato di macchina fotografica. Assenza di fisionomie ma attribuzione di curiosità e mistero. È un doppio senso per noi che non abbiamo mai avuto un volto reale». Parola di Luca Attilio Caizzi, fotografo, editor-in-chief e direttore creativo di C 41, un magazine online dedicato alla fotografia nato poco meno di cinque anni fa dall’idea e dalla passione di un gruppo di amici.

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Con un nome che chi di fotografia ne “mastica” un po’—e si spinge oltre ai megapixel e alle app—riconoscerà essere quello del più diffuso processo di sviluppo della pellicola a colori, C 41 ieri ha incominciato la sua avventura nell’editoria tradizionale, con un semestrale in lingua inglese che per la sua prima uscita ha come tema proprio quello del “noportrait”, interpretato da 60 artisti—italiani e non (tra cui diverse vecchie conoscenze della nostra rubrica Flickr/Week(r))—in 82 pagine piene non soltanto di immagini ma anche di interviste e approfondimenti.

«Dopo cinque anni posso dire che è questa la vera faccia di C 41» mi ha raccontato Luca, continuando a giocare sul concetto di volto/senza volto, ed emozionato nel vedere concretizzare materialmente un progetto su cui ha speso tempo e sudore, co-prodotto da un’altra bella realtà tutta italiana come lo studio creativo K48, che tra l’altro domani ospiterà anche l’evento ufficiale per il lancio del magazine (ore 18,30, via Cola Montano 25, Milano).

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co-fondatore e direttore
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