Quando i marchi avevano nomi “atomici”

Parafrasando l’introduzione a questa bizzarra collezione di vecchi marchi dai nomi “atomici”, se hai una carta di credito platino o bevi una tequila gold questo non significa che contengano davvero platino o oro. Semplicemente l’associazione a tali materiali preziosi è lì per dire al consumatore: “queste sono cose preziose, di qualità”.

Ma c’è stato un tempo, quando nelle riviste per bambini e nei fumetti era tutto un fiorire di eroi radioattivi, quando l’uranio era un amico buono sinonimo di progresso e di ricchezza e di libertà, e il plutonio il suo cugino figo e solo un po’ scontroso; c’è stato un tempo, prima che Hiroshima e Nagasaki e il Grande Fungo di Morte facessero piazza pulita di cotanto ingenuo ottimismo (sprofondando il mondo intero nella paranoia e riempiendo le tasche dei produttori di Hollywood, degli scrittori di spy-story, dei costruttori di rifugi antiatomici e degli editori di allucinanti manuali per sopravvivere alla Bomba); c’è stato un tempo, prima di tutto questo, in cui appiccicare Radium, o Atomic o X-Ray a un pacchetto di sigarette, a una birra, a una lametta da barba, una scatola di preservativi, delle pastiglie contro il mal di testa o un intruglio cura-tutto, addirittura una confezione di burro (che col senno di poi, con tutto il terrore post-Chernobyl riguardo a frutta, verdura e latte…), beh, era un vero colpaccio.

Parliamo ovviamente dei primi anni del secolo, perché poi nessuno dei prodotti mostrati in questa curiosa area di un museo universitario americano dedicato agli strumenti della fisica medica ha superato il fatidico 1945.

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