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Perché il tempo vola?

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Non è che uno possa decidere programmaticamente quando farlo. I nuvoloni neri della malinconia, quando arrivano, arrivano. Succede qualcosa, talvolta di poca importanza, almeno apparentemente, che però smuove il terreno e in un attimo ecco che viene giù la valanga, l’inarrestabile flusso di coscienza che tutto travolge, specialmente le certezze e quella piccola e precaria oasi di “quieto vivere” che eri riuscito a costruirti.

E un caldo mercoledì di luglio diventa “quel giorno in cui ho capito che”. Il giorno in cui hai capito che sei carne da macello, nel grande calendario dell’esistenza. Che quella cosa invisibile e magnetica che cercavi di afferrare da anni, da tutta la vita, no, non la prenderai mai. E quell’altra cosa invisibile e magnetica, di cui percepisci chiaramente il fiato sul collo, ogni singolo giorno, che ti segue fin da quando sei nato, senza abbandonarti mai, beh, quella cosa sta venendo a prenderti, e un giorno ci riuscirà.

E un caldo mercoledì di luglio diventa pure quel giorno in cui realizzi che ci sono solo due alternative, per campare come si deve:
1. correre e cercare di seminare il tempo, quanto più è possibile;
2. fermarsi e vedere che succede.

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Se decidi di correre sappi che il tempo ha avuto la tua stessa idea. Lui ha iniziato nel momento stesso in cui sei venuto al mondo.
Pronti, via, bang (colpo di pistola dello starter): tu che piangi come un vitello, tra le mani di ostetriche e infermiere, in cerca dell’abbraccio caldo rassicurante della mamma e lui, il tempo, che già cammina. Lento, ma cammina.

La prima settimana andate entrambi pianissimo. Quei sette giorni, per voi, sono la misura stessa di una vita intera.
Poi cominci a prendere ritmo, sempre più veloce, e talvolta t’illudi di averlo seminato, il tuo compagno di viaggio. Ma quando ti volti lui è sempre lì.

Nel 1897 Paul Janet, un filosofo francese, disse che la nostra percezione del tempo ha una struttura logaritmica. Cioè che la lunghezza della vita diventa l’unità di misura con cui misuriamo un intervallo di tempo.
E quindi un anno, quando hai un anno, è lunghissimo, è la vita intera.
Ma un anno, quando ne hai dieci, è già soltanto il 10%. A trenta il 3,33%. A cinquanta il 2%. E tu corri, corri e non ce la fai più, e il tuo “amico”, lì accanto, invece è in formissima.
A settant’anni un anno è l’1,43% della tua vita. Non ce la fai più a stargli dietro. Arranchi. Ottant’anni: 1,25%. Che senso ha?, ti chiedi. Dove va?, ti chiedi. Novant’anni: 1,11%. Ciao, pensi. Forse ci vediamo di là.

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Janet si è fermato a 76, quando per lui gli anni correvano già rapidissimi.
Io ora sono a 36, e la fatica del viaggio comincio a sentirla. E sorrido quando mia figlia non sa come gestire “un’intera ora”, che per lei è effettivamente un intervallo enorme.

“Aspettare il Natale per 24 giorni, per un bambino di cinque anni, è come aspettare un anno per un uomo di 54”. L’ho letto qui, su Why Time Flies, che è uno splendido progetto online realizzato dal designer austriaco Maximilian Kiener.

Basandosi sulla teoria di Janet, Kiener ha sfruttato una delle caratteristiche tipiche delle pagine web, lo scroll, per mostrare il procedere logaritmico della percezione del tempo.
Si comincia con lentezza e si finisce (inesorabilmente) in velocità, mentre una serie di didascalie spuntano fuori a raccontare e a farti compagnia mentre il sito ti butta addosso quel senso di soffocante inevitabilità che, già che ci sei, accompagnerei poi alla visione di questo capolavoro d’animazione.
Tanto per conlcudere la giornata in bellezza, mentre decidi se provare a correre più veloce del tempo o fermarti e lasciarti portare da lui.

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