Complici le mappe che 24 ore su 24, ogni giorno della settimana, sono disponibili a portata di mano sul nostro smartphone, abbiamo incominciato ad abbandonare anche il minimo istinto all’esplorazione del territorio a favore dell’efficienza, del massimo risparmio di tempo e di risorse: andiamo da A a B lasciando scegliere a un’applicazione il percorso migliore e poi ci scordiamo persino di godercelo, il tragitto, imprigionati dentro allo schermo che ti dice dove svoltare e al contempo ti distrae — con mille notifiche che fanno capolino dal display — dall’infinito catalogo di impressioni, frammenti di storie ed elementi potenzialmente capaci di innescare chissà quale epifania che nel frattempo ti stai perdendo.

Conosco gente che non ha idea di cosa ci sia nel raggio di uno o due chilometri attorno a dove abita (ma che poi conosce a menadito ogni centro commerciale della zona); gente che se gli proponi di fare una deviazione “per vedere com’è, da quella parte”, ti guardano come fossi matto prima di uscirsene con un disarmante “perché?!”.

Perdersi, dopotutto, è un atto politico. Il flâneur della fine dell’800 vagava senza meta come reazione ai nuovi modelli urbani spersonalizzati e spersonalizzanti. E non era poi così facile, perdersi; ci voleva un certo allenamento: «non sapersi orientare in una città non significa molto», scrisse Walter Benjamin nella sua autobiografia Infanzia berlinese, aggiungendo che «ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. I nomi delle strade devono parlare all’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze del centro gli devono scandire senza incertezze, come in montagna un avvallamento, le ore del giorno».

Ma perdersi è anche un atto artistico ed estetico. Nei primi nel Novecento i dadaisti organizzavano gite alla ricerca dei luoghi banali che potessero scatenare associazioni mentali, mentre i surrealisti facevano viaggi senza scopo partendo da un punto a caso sulla mappa.

E se il situazionista Debord parlava di “psicogeografia” e di “vagabondaggio urbano” anche come reazione alla Società dello Spettacolo, anche oggi il camminare per scopi non prettamente utilitaristici, il camminare consapevole, quindi oltre quell’andare da A a B di cui sopra, si porta dietro un ricco apparato di manifesti, pratiche artistiche, istanze politiche, dalle opere di Richard Long all’Alpinismo Molotov del collettivo Wu Ming fino al Walking’s New Movement di Phil Smith.

Ma non tutte le mappe satellitari accessibili con uno smartphone vengono per nuocere (al flâneur). Queste permettono infatti anche di perdersi attraverso il dettagliato reticolo di vie. O quanto meno di riscoprire un territorio attraverso percorsi “inefficienti” e non utilitaristici.

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E qua entra in gioco Trace, un’app sviluppata all’interno del TATLab (dove TAT sta per Tattile e Tattico) dell’Università di Washington che permette a chi la scarica di creare un percorso all’interno di una mappa, a partire però da un “disegno” vero e proprio, tracciato col dito sullo schermo di apparecchio Apple o Android, per poi affidare quel bizzarro sentiero a qualcun altro, facendoglielo disegnare fisicamente, seguendo le indicazioni dell’app.

Se ad esempio decidi di disegnare un cuore, una croce, una stella, addirittura una parola, l’applicazione sceglierà la zona in cui è possibile rifarla passo dopo passo a partire dalla posizione in cui ti trovi (immagina di mandare una passeggiata a forma di cuore a un amico o un’amica che ti piace, ma lei/lui non lo sa…).

Chi invece si troverà a “camminare il disegno” inizialmente non saprà quale sarà l’immagine: lo scoprirà solo una volta seguite le indicazioni e completato il percorso, godendosi una passeggiata apparentemente inutile e trovando, solo alla fine, il “messaggio segreto” nascosto nell’invito a camminare.

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