Capelli rossi, occhi solitamente verdi, lentiggini, pelle ipersensibile e soggetta a malattie: sono i “sintomi” del rutilismo, cioè l’insieme di tutte quelle caratteristiche che rendono tali i cosiddetti “pel di carota”, nei secoli di volta in volta detestati, sterminati, messi al rogo, o al contrario adorati, eletti a muse, elevati a semi-divinità.
Sebbene le origini, le cause e la diffusione del rutilismo siano tuttora oggetto di studio, sappiamo che appena il 2% della popolazione mondiale (con un picco del 4% in Europa) ha i capelli rossi e che a decidere il manifestarsi o meno di tali caratteristiche è una mutazione del gene MC1R, mutazione che a quanto pare è recessiva quindi quella dei rossi è probabilmente una categoria destinata prima o poi a estinguersi.
Dopo più di trent’anni di assoluta ignoranza da parte del sottoscritto riguardo all’MC1R in questione, caso ha voluto che negli stessi giorni entrassi in contatto non con uno ma ben con due progetti che del gene portano il nome. Il primo è quello di un marchio al quale sta lavorando una studentessa del mio laboratorio di comunicazione della moda allo IUAV: si chiama appunto MC1R ed è ispirato e dedicato a chi ha i capelli rossi.
Il secondo è questo magazine, che ha esattamente lo stesso target. Nato poco meno di un anno fa ad Amburgo, dopo un primo numero uscito solo in tedesco, ha da poco pubblicato il secondo in inglese.
Tra interviste, editoriali di moda e progetti artistici di — e/o con — persone dai capelli rossi, MC1R è una rivista che neanche troppo tra le righe parla di “identità e involontaria diversità” (citando gli stessi creatori del progetto), due temi a quanto pare molto cari anche alla mia studentessa, che ha pure l’ulteriore complicazione di essere “diversamente rossa” — cioè con molte caratteristiche tipiche del rutilismo ma bionda di capelli.