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“Ah, come vorrei sapermi spiegare.
Ma non so dire”.
— Federico Fellini, 8½

«Per questo progetto non riesco a trovare nessuna idea valida».
È con questa frase che i miei studenti mi chiedono aiuto. Avere idee è naturale, ma quando dobbiamo sviluppare un processo creativo di una certa complessità ecco che il confronto con noi stessi diventa serrato, spesso motivo di blocco mentale e di forti dubbi esistenziali. Ho pensato dunque che sarebbe stato utile definire una base teorica sul processo creativo, così da poter fare una serie di lezioni sul tema.

In generale, il termine “creatività” viene inteso come la capacità della mente di creare qualcosa di nuovo: in questo contesto il termine è utilizzato per indicare la capacità di costruire una “novità utile”, non una novità di per sé, ma una novità che può essere applicata ed aggiungere valore. Parliamo dunque di generazione di idee alternative, di costruzione di nuove possibilità non esplorate sino ad ora.

Tra i più importanti testi sulla materia, il primo che ne parlò in maniera approfondita fu The art of thought, pubblicato nel 1926 da Graham Wallas insieme a Richard Smith. In esso si descrivono le quattro fasi fondamentali per costruire un processo creativo:

1. Preparazione: approcciarsi ad un determinato problema richiede l’acquisizione di tutte le informazioni che lo riguardano e quindi l’acquisizione di dati, immagini, esperienze.
Proveremmo mai a risolvere un problema matematico senza conoscerne i dati? Potremmo progettare l’identità visiva di un’azienda senza conoscerne la storia, la sua attività attuale e i suoi piani per il futuro? Potrei scrivere questo articolo senza prima essermi documentato?
In questa fase, che è da intendersi come un momento preliminare, si alterneranno viaggi mentali e/o sensoriali con fasi più analitiche, ovvero di sistemazione del materiale raccolto.

2. Incubazione: tra il periodo della preparazione e quello dell’idea intercorre un periodo chiamato di “incubazione”, che può durare pochi secondi come giorni, mesi, o anni: «L’inventore cova le sue idee in germe come la gallina cova le sue uova o come l’organismo cova i suoi microbi prima dello scoppio della febbre» (Silvano Arieti).
Un periodo di elaborazione è dunque fase necessaria.
Mi è successo spesso di addormentarmi con un problema al quale non avevo saputo dare risposta durante il giorno, e al mattino dopo svegliarmi e trovare velocemente la soluzione. Come può essere successo? Semplice, il mio cervello ha continuato a lavorarci durante la notte.
L’incubazione non è necessariamente cosciente, anzi spesso avviene proprio quando si sta pensando a tutt’altro. Il sociologo Domenico De Masi parla addirittura di “ozio creativo” sostenendo che solo in una situazione in cui lavoro, studio e gioco si confondono può esserci capacità d’invenzione. Incubiamo continuamente idee nuove purché vengano alimentate dal nostro interesse, da uno stato d’animo favorevole e da una preparazione adeguata al tema.

3. Illuminazione: siamo in presenza di un’intuizione, spesso inattesa, e, cosa più importante, differente da tutto quello che si era ipotizzato in precedenza. Quando siamo di fronte ad un’intuizione lo capiamo attraverso una eccitazione emotiva molto forte. Ciò che prima appariva sfocato ora appare chiaro e a volte addirittura ovvio. Si dice «… ma perchè non ci ho pensato prima?!», ma Wallas risponderebbe che «non ci hai pensato prima, perché non avevi ancora superato le fasi di Preparazione ed Incubazione”»!
Molto probabilmente l’illuminazione che ebbe Newton dopo la caduta della mela in testa (aneddoto di “Newton e la mela”), non sarebbe credibile se prima non avesse dedicato tutta la sua vita a studiare la gravità terrestre.

4. Verifica: il metodo scientifico prevede che una supposizione debba superare la fase sperimentale, il che significa, per me che faccio il grafico, andare a disegnare ciò che ho ipotizzato mentalmente. Questa fase è necessaria affinché la soluzione possa superare la “valutazione critica” dell’innovatore, o anche di un pubblico. La teoria si deve sempre confrontare con la realtà ed è da intendersi — secondo Wallas — come l’ultima fase dell’atto creativo.

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Lo psicoanalista Didier Anzieu ipotizza in realtà altre due fasi successive alla “Verifica”: il “Licenziamento” e il “Rammarico”.
Nel Licenziamento si parla di quando l’idea, nella sua forma definitiva, deve essere consegnata alla società e quindi deve essere spiegata, sostenuta, promossa.
Ad esempio, Darwin dovette elaborare diverse forme espressive per riuscire a spiegare le sue intuizioni sull’origine della specie (conferenze, narrativa, dialoghi, rapporti epistolari, trattati scientifici, articoli, lezioni accademiche): presentare una propria idea richiede altrettanto lavoro creativo di quanto non abbia richiesto produrre l’idea stessa.
Nella fase del Rammarico, invece, viene descritta la sensazione dell’autore convinto che avrebbe potuto far di meglio, o in preda al timore di non riuscire a fare altrettanto bene in futuro. Succede spesso e credo abbia a che fare con il bisogno intrinseco dell’uomo di non sentirsi mai pienamente appagato.

Le teorie di Wallas, e di molti altri che hanno studiato questo tema, prevedono sempre una struttura di tipo consequenziale, il che significa che per arrivare al punto 4 dobbiamo passare necessariamente dai punti 1, 2 e 3.
Diciamo che da un punto di vista puramente teorico il processo qui descritto non fa una piega, ma quando ci troviamo di fronte ad un processo creativo complesso ci accorgiamo che molte delle fasi qui descritte si sovrappongono o si ripetono in modo non sempre lineare.

Un designer che progetta una sedia, ad esempio, nel momento della Verifica (come la realizzazione del prototipo) decide di modificare sostanzialmente l’idea iniziale, attraversando una nuova fase di Illuminazione e, forse, una nuova fase di Incubazione sino alla piena realizzazione del progetto.
Un regista può rivedere, cambiare, ricreare infinite volte una scena anche quando è ormai al momento della ripresa: nuove rielaborazioni porteranno ad un progetto differente da quello iniziale, richiedendo sempre nuove idee e infiniti nuovi processi creativi.

La fase di Preparazione si sovrappone spesso a quella dell’Incubazione, poiché non appena cominciamo una raccolta del materiale (Preparazione) avviene anche inconsapevolmente l’inizio di una elaborazione dell’idea (Incubazione).
I punti sopra elencati non sono a compartimenti stagni, sono fasi da intendersi come necessarie ma non sempre consequenziali e non sempre collegate le une alle altre.

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Nel complesso intersecarsi di queste fasi, l’individuo è accompagnato dalle proprie attitudini, naturali o formate attraverso l’esperienza, che favoriscono o talvolta ostacolano il processo creativo.

L’attitudine a pensare per immagini, detta “intelligenza visiva”, è il modo più immediato e primitivo che abbiamo di tradurre un’intuizione: utilizzare bene questo strumento permette di elaborare più velocemente ipotesi e idee. Prima visualizziamo, poi traduciamo.
Ogni azione creativa nasce da immagini che si imprimono nella mente, e che devono poi necessariamente tradursi in sistemi espressivi («… un’idea / finché resta un’idea / è soltanto un’astrazione / se potessi mangiare un’idea /avrei fatto la mia rivoluzione» — G. Gaber).

La psicologia moderna tende a dare grossa importanza anche alla “capacità associativa”: è più creativa la mente che è portata a creare associazioni tra memoria, fatti e opinioni.
Gli psicologi associazionisti pongono l’accento soprattutto sulla capacità di rapportare fenomeni differenti tra loro, partendo spesso dal meno complesso e arrivando a pensieri sempre più articolati.
«La produzione di idee nuove avviene per mezzo dell’associazione di idee vecchie mediante prove ed errori» (Vergine, Il pensiero creativo, 1974).

L’abilità di pensare in modo produttivo dipende perciò dal numero di associazioni che l’individuo ha imparato a combinare. Collegare pensieri tra loro produce nuove domande e nuove risposte.
L’uomo è naturalmente creativo, vive quindi una situazione di invenzione perenne che può essere più o meno sviluppata a seconda del contesto sociale, del livello culturale, dell’età o di esigenze contingenti. Come si possono verificare situazioni ideali per una mente creativa, esistono anche fattori che possono limitare fortemente l’approccio alla creazione di nuove idee.
Avere un atteggiamento mentale basato sulla “logica” o sulla “praticità”, per esempio, tende a soffocare le idee innovative.

Il sistema organizzativo sociale tende — per varie ragioni — a richiedere la logica piuttosto che il pensiero creativo: immaginate un architetto che ipotizzi, oggi, di fondare una città sull’acqua; verrebbe probabilmente preso per pazzo ma se non ci fossero stati, in passato, degli uomini “pazzi” molto probabilmente una città come Venezia non sarebbe mai esistita.
Ipotizzare idee che cozzano con il pensiero logico o pratico è spesso un’esigenza del pensiero creativo, che vuole essere libero, rompere gli schemi, superare la paura di ciò che è nuovo e sconosciuto.
La paura è un elemento frenante, ed è tanto più forte quanto più il contesto sociale, o l’individuo, tende a giudicare negativamente lo sbaglio. Il timore dell’errore è fortemente anti-creativo, è anzi spesso l’errore stesso fonte di nuove idee e spunto di nuove riflessioni.

La crisi è un momento di profonda rielaborazione e spesso, fase necessaria per formare nuove intuizioni. Utilizziamo l’espressione «far nascere un’idea» perché, proprio com’è necessario il travaglio per far nascere un bambino, è anche necessaria una crisi per creare nuovi punti di vista. Einstein a proposito scrisse: «Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato».

Creare una nuova idea ha un costo esistenziale e umano: il punto allora sarebbe capire perché siamo così ossessivamente alla ricerca di idee nuove, quando questo ci costa così tanta fatica?
Sarà forse, semplicemente, perché le idee sono le uniche cose veramente nostre, che potranno in qualche modo sopravvivere a noi stessi?