dalla serie “Archist” | © Federico Babina

Dialoghi immaginari tra architettura, arte, musica e cinema

Nella serie Artistect ha immaginato come sarebbero stati, gli edifici icona del XX secolo, se fossero stati ritratti da alcuni dei più famosi pittori del ‘900 e mostrato, al contrario, come si può abitare un’opera d’arte (Archist).
Poi, quegli edifici, li ha trasformati pure in poster cinematografici (Archizoom) e, in senso diametralmente opposto, ha trasportato i set dei film in fantastici appartamenti visti in sezione (Archiset) e case e palazzi (Archicine).
Ha provato a tradurre la musica in architettura (Archimusic) e a raccontare 17 paesi del mondo “inventando” macchine architettoniche che producono e processano cultura (Archimachine).
Ha ritratto 33 architetti usando elementi dei loro stessi progetti (Archi_Portrait) e persino inventato un alfabeto abitabile (Archibet).

dalla serie “Archist” | © Federico Babina
dalla serie “Archist” | © Federico Babina
45 anni, bolognese, architetto, Federico Babina vive da 7 anni a Barcellona e chiunque frequenti siti dedicati al design, all’architettura e all’illustrazione avrà sicuramente visto le sue archi-serie di opere che in maniera virale hanno girato il web collezionando migliaia di condivisioni, like, tweet e re-blog.

Incuriosito dal personaggio, dal talento e soprattutto dalla rara capacità di far dialogare tra loro discipline apparentemente distanti anni luce come l’architettura, il cinema e la musica, ho contattato Babina per farmi raccontare il suo lavoro.

* * *

Come sei diventato architetto e come mai hai scelto di lavorare in Spagna?

Da piccolo volevo studiare architettura e diventare architetto e così è andata. Avevo il mio studio a Bologna ma poi, circa 8 anni fa, mi sono innamorato di una donna catalana e qui mi sono fermato.

Com’è nata l’idea delle varie serie grafiche?

Alcune volte sono architetto con la passione per l’illustrazione ed altre sono un illustratore con la passione per l’architettura.
Un architetto deve essere un buon illustratore. Il disegno è la prima maniera di dare forma ad una idea.
Le serie sono nate con me. Ho sempre lavorato sull’illustrazione, è una forma espressiva che mi piace utilizzare. Un giorno per casualità ho deciso di provare a pubblicare alcune delle mie illustrazioni…

…che si sono via via evolute sempre di più, nello stile.
Ho letto in un’altra tua intervista che lavori a diverse serie contemporaneamente.

Non so se il mio stile sia evoluto. Mi piace cambiare seguendo la storia che voglio raccontare attraverso le immagini. Mi piace lavorare a più cose contemporaneamente in quanto mi permette di guardare le mie immagini con una certa distanza. Se mi chiudessi in un solo progetto perderei la prospettiva delle cose. Cambiare l’immaginario e le immagini è un poco come non vedere una persona tutti i giorni. Quando mi trovo un’altra volta con una serie ho più cose da raccontare.
E un riposo meditativo mi aiuta a mantenere vivo e fresco il rapporto con le mie illustrazioni.

Molto bella la similitudine tra progetti e incontri e in effetti dai tuoi lavori sembra proprio che tu riesca a immaginare una sorta di estensione del linguaggio architettonico. Quasi come se, associando a un edificio-icona una musica o un film tu stessi in qualche modo aprendo un dialogo con loro.

Nelle mie immagini cerco di instaurare di un dialogo immaginario ed immaginato tra differenti discipline. I fili che uniscono e intrecciano le relazioni possono essere sottili e trasparenti o robusti e corposi. Una trama eterogenea e fantasiosa che collega l’architettura con mondi apparentemente differenti in un “unicum” illustrato.
Cerco di trovare l’architettura nascosta e farla parlare una lingua differente per comunicare con un pubblico che può essere “straniero” all’architettura.

Credo che tu sia riuscito perfettamente nell’intento… Tanto che vedrei benissimo un futuro libro che raccolga questo dialogo tra discipline. Progetti di farne uno?

Sì, ho alcune proposte ma devo trovare il tempo per strutturarlo e dargli forma.

Prima parlavi di “trovare l’architettura nascosta”. In che modo la cerchi? È una questione si spostamento dei punti di vista, di pensiero laterale? O più una questione di un’immersione totale in una forma per rivelarne angoli sconosciuti, “passaggi segreti” verso qualcos’altro?

È un poco di tutto. Però mi piace avere una visione trasversale delle cose. Provare a capovolgere per leggere le forme senza l’inibizione dell’esperienza. Provare a guardare il mondo a testa in giù. Il mondo non cambia, si modifica solo la prospettiva di guardare le cose per rivelare i vuoti, i silenzi e le sorprese nascoste tra le forme.

In effetti, ricollegandomi a quel che dici, le prime volte che ho visto le tue opere ho pensato che dietro non potesse esserci un architetto. Pensavo invece a un graphic designer.
«Un architetto potrebbe prendersi spensieratamente queste libertà sull’architettura?», mi sono detto. E invece mi sbagliavo.

Gli architetti si prendono troppo seriamente quando non è necessario e poco quando lo è.

Torniamo alle opere. Ti ricordi qual è stato l’input che ti ha fatto ad esempio scattare l’idea di cinema e architettura, o architettura e musica, architettura e pittura?

dalla serie “Archimusic” | © Federico Babina
dalla serie “Archimusic” | © Federico Babina
Cinema, musica e architettura sono mie passioni. Ho il difetto di guardare le cose sempre con il filtro della mia formazione. L’architettura e la scenografia di un film hanno per me una notevole importanza. Ricordo gli attori come alcuni ambienti in cui prende vita la storia. La musica, poi, ha una struttura architettonica. La musica mi permette di dare un suono all’architettura. E l’arte e l’architettura si nutrono a vicenda.
Le illustrazioni sono nate un po’ da sole seguendo le mie passioni. L’input è la curiosità di scoprire nuove cose. Non credo nell’ispirazione, le idee sono lì, basta saperle vedere.

Dopotutto l’architettura, come la musica, è fatta di proporzioni 1.
Prima parlavi di vuoti e silenzi, di trovare la sorpresa tra le forme. Qualche settimana fa un grandissimo cover designer ha pubblicato un libro in cui parla di ciò che vediamo quando leggiamo, dell’abilità di uno scrittore di lasciare quei vuoti che poi la nostra mente di lettori completa.
Da architetto, come si fa a “parlare” coi vuoti attraverso l’architettura?

I vuoti nell’architettura sono come le pause e i silenzi nella musica, sono parte della partitura e si scrivono sul pentagramma. Il vuoto in architettura è una parte della composizione, una parte della struttura sulla quale poggia l’edificio. I vuoti sono spazi sorprendenti e soprattutto cangianti. Sono fatti di cielo e di paesaggio e sono la parte realmente dinamica delle costruzioni.
Ascoltare i silenzi e osservare i vuoti e un esercizio difficile ma molto utile.

A proposito di vuoti e silenzi: a occhio e croce, e sperando di non sbagliarmi, ti vedo più vicino a un’idea di silenzio da riempire con la fantasia spensierata di un bambino che cerca di riempire il vuoto della noia piuttosto che a una sperimentazione “pensata”, come può essere i famosi 4’33” di silenzio di John Cage.

Mi piace lavorare cercando di recuperare un’infanzia della mente, ma non per riempire vuoti della noia. Il gioco può essere anche una sperimentazione pensata. Mi interessa giocare con la serietà dell’architettura e la spensieratezza dell’illustrazione. Gioco e architettura sono visti da molti come concetti lontani. Per godere del processo creativo ho bisogno del gioco. Sempre esemplifico la mia visione dell’architettura come un “regalo”. La carta che lo avvolge la scatola e alla fine il regalo, la sorpresa.

Torniamo alle opere: la visibilità che ti hanno dato ti è servita, o ti sta servendo, pure per il tuo lavoro di architetto?

La visibilità in certi aspetti aiuta ed in altri inibisce. La vetrina nella quale mi espongo e mostro le mie cose si è fatta più grande e sto imparando a convivere con le diverse sfumature che questo comporta.

Del tipo? Quali sono le sfumature che inibiscono?

L’esposizione alle reazioni della gente, siano esse positive o negative, ha sempre un effetto condizionante. In una maniera cosciente o incosciente il lavoro rischia di modificare alcune traiettorie. Il mio sforzo in questo momento è mantenerlo all’interno dei miei schemi.

E quand’è che i tuoi lavori hanno iniziato a girare?

Ho inviato un mio lavoro ad un solo sito e poi hanno cominciato a contattarmi altri.

Prossimi progetti che usciranno (e ai quali sicuramente, come hai spiegato prima, avrai già iniziato a lavorare da tempo)?

Sto lavorando su varie serie di illustrazioni. Una esplora una visione con una componente più astratta del linguaggio dell’architettura e degli architetti. Un’altra percorre una direzione più realistica raffigurando alcuni interni famosi dove un anfitrione inaspettato ci ospita instaurando un dialogo tra il cinema la vita e l’architettura. Un’altra apre una “finestra” sull’architettura contemporanea, una sorta di Voyeurismo illustrato che spia architetti e architettura. Infine ho cominciato a lavorare su un progetto di micro-architettura, che mescola illustrazione e modello tridimensionale. Si tratta di una esplorazione del concetto di “casa”. Una sorta di DNA degli spazi dell’abitare che interpreto come micro-architetture. Un mondo fatto di piccole sculture che sono come gli atomi che formano la molecola abitativa.

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