smart FOR city: ripensare la città attraverso le start up

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Da qua dove sono io il centro non si vede.
E, se per questo, non si sente neppure. Passato il ponte che scavalca i binari, nelle teste di chi abita da queste parti è come se qualcuno avesse girato una manopola puntandola su “suburbia”, condannandole a vivere in una realtà separata.

La spesa grossa — il sabato o la domenica — al centro commerciale, la lista lunga come un lenzuolo religiosamente compilata durante la settimana; i bambini a scuola in macchina, e le cataste di auto strombazzanti ogni mattina davanti al portone, coi pargoli eiettati fuori con lo zainetto in spalla (controllare bene il diario, poi, a casa, per l’ennesimo invito a un compleanno da festeggiare al fast-food accanto alla tangenziale); il cinema multisala; il quotidiano pellegrinaggio allo stesso parchetto tra i palazzi, la stessa panchina, la stessa cricca di mamme stanche; il dramma del parcheggio, da trovare rigorosamente entro un raggio di 50 passi altrimenti si ingrana di nuovo la prima e via con un altro giro, in un perenne moto circolare nel tempo e nello spazio, per trovare un senso della vita che prima sfugge via e poi ci si dimentica del tutto di cercarlo.

Eppure il centro è a due passi. 30 minuti a piedi o 10 minuti di bus. C’è pure l’app che ti dice tra quanto arriva il 27, l’11 o, se c’è il sole e ti va di far due passi, il 25.
Con la bici forse arrivi pure prima, anche se la ciclabile a un certo punto s’interrompe e inizia l’inferno (dopo un accidentato slalom tra i pedoni, che sembrano non capire la differenza tra l’icona di una bici e quella di un omino — e sì che hanno scoperto che pure i neanderthaliani sapevano comunicar per simboli).
«Ma in 30 minuti sai quanti giri in tondo puoi fare?», dice la vocina suburbana, presa dalle sue allucinazioni di parcheggi liberi e ingressi ridotti al multisala se superi i 100 euro di spesa al centro commerciale.

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Nel neolitico (a proposito di neanderthaliani) l’uomo, quando costruiva un insediamento, aveva attorno a sé il vuoto oppure un ostacolo naturale: la montagna, il mare… C’era un confine. E a partire dalla grandi civiltà del passato fino ad arrivare alla rivoluzione industriale le città sono rimaste — perlomeno nel modo in cui venivano pensatea misura d’uomo. Il metro, mentale e fisico, era la distanza percorribile a piedi.

A un certo punto però la scala è cambiata. La città è diventata a misura d’auto e oggi il confine non c’è più, ma solo un indistinguibile ripetersi di palazzi, capannoni, cantieri, che sfumano verso la città vicina senza che tu te ne accorga.

Il centro, però, è rimasto sempre lì. E tranne che in rarissimi casi nessuno ha avuto una visione urbanistica capace di organizzarla, quest’espansione concentrica che però a un certo punto si è come dimenticata che se la città “lievita” allora bisogna pensarne altri di centri, di calamite sociali e culturali razionalmente inserite nei loro contesti specifici e fornite di infrastrutture adeguate, invece di trasformare le periferie in caotici e incoerenti ammassi di architetture monotone e umanità fuori squadro, vittime della lottizzazione sfrenata e insensata.

Rispetto agli spazi fisici oggi è rimasto poco (o niente) da fare. Ma si può cambiare la mentalità. Si può cambiare l’uso che facciamo della città, il modo in cui la viviamo.
Il territorio delle idee e quello delle nuove tecnologie possono intersecarsi al tessuto urbano per ripensarne il senso e dare a esso nuovi significati e opportunità.

Un ambito, questo, in cui un marchio come smart è da tempo impegnato attraverso una lunga serie di attività, alcune delle quali mi ha visto partecipare — entusiasticamente — in prima persona: vedi smart urban stage e How can design recharge our city?).

Quello di dar nuovi significati al vivere urbano e offrire opportunità a chi ha una buona idea su come farlo è appunto lo scopo dell’ultimo progetto lanciato da smart in occasione della presentazione della nuova smart forwto: smart FOR city, concorso dedicato alle start up italiane capaci di proporre e realizzare idee per riqualificare la città, migliorare la qualità della vita di chi la abita, puntare sullo sviluppo sostenibile, realizzare in pratica un pezzetto di quel sogno collettivo chiamato smart city.

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Quattro gli ambiti previsti dal concorso — mobilità, work/life balance, sicurezza, sostenibilità ambientale — e un premio di 50.000 Euro (ché mica è vero che non c’è mai il budget!) per la realizzazione dell’idea, selezionata dopo una prima lista di 5 progetti scelti dai giurati messi a disposizione da quello che è probabilmente il più grande “acceleratore” italiano, H-Farm, che accoglierà pure i vincitori per tre mesi, durante la fase di “incubazione” che trasformerà un sogno in realtà, mostrando attraverso una serie di video l’attività svolta e la vita degli “startupper” all’interno di H-Farm.

Tutte le informazioni per partecipare (anche da semplici cittadini che hanno voglia di raccontare quanto di “smart” c’è già nella propria città) le trovi sul sito smartforcity.com.
Per seguire invece gli sviluppi del concorso ci sono i social — facebook, youtube e twitter — di smart.

co-fondatore e direttore
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