99 giorni senza Facebook

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Facebook è il più grande condominio del mondo, pieno di vicini che non hai mai visto e di rumorosi scocciatori. Pieno di club e circoletti, di fazioni e di cellule segrete, di giornali e bollettini che escono solo lì, di voci e pettegolezzi che risuonano tra i corridoi.
Un condominio pieno di brava gente, di timidoni, di reclusi, di monomaniaci, di violenti, di stalker, di pazzi misantropi e di festaioli compulsivi.

Soprattutto è un condominio di gente che vive con la porta spalancata o giù di lì, passando le giornate a bussare all’uscio di altra gente, con gli scopi più disparati: conoscere, vendere, trovare lavoro, ostentare, rubare, scopare, molestare ragazzini, attirare l’attenzione, sentirsi vivi, ridere.

Un condominio dove gli amministratori offrono sempre più servizi in cambio delle più intime tra le informazioni che ciascuno, volontariamente o meno, è in grado di dar loro su di sé (nel momento in cui decidi di andarci ad abitare, in quel condominio, lo sai che è così, più per sentito dire — al netto delle leggende che girano tra i corridoi — che per i fumosi contratti che firmi con una crocetta).

Pure io ci vivo in quel condominio. E molto probabilmente anche tu.
Non sono tra quelli che demonizzano Facebook considerandolo come il male della società. Né, come fanno molti di quelli che prendono casa nel Condominio-Twitter, rivendico la superiorità di quest’ultimo (sarebbe come dire: meglio la casa a Londra o quella a Rio? Sono due posti completamente diversi. E, a proposito, sul tema “condomíni” e micro/macro-società consiglio uno splendido romanzo di Ballard che s’intitola — indovina? — Il condominio e parla di un palazzone abitato da migliaia di persone dove a causa di una serie di blackout a un certo punto iniziano tensioni, scontri di classe fino a vere e proprie guerre).

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Su Facebook faccio interviste, su Facebook ho allacciato svariati contatti importanti, ho trovato spunti per gli articoli ed è soprattutto lì che promuovo la mia attività, online e offline.

Grazie a Facebook mi faccio un’idea ben più precisa, sulle persone che conosco solo virtualmente, di quanto una semplice mail o l’eventuale lettura di articoli, saggi, storie scritte da quella persona possano mai offrirmi (individuando così i passivo-aggressivi, i cripto-troll, quelli ossessionati da una “causa”, i piagnoni, i criticoni, i rosiconi, i gelosi, gli spioni, i morti-di-figa, quelli che flirtano per sentirsi vivi o i superficiali, che cascano continuamente nelle notizie palesemente fake o arrivano a conclusioni affrettate senza aver davvero letto i contenuti dei link che postano compulsivamente).

Gli scheletrucci nell’armadio, le debolezze, le manie, in un luogo della rete dove si mescola allegramente — a volte coscientemente, molto più spesso no — privato e pubblico, escono fuori in tutta la loro evidenza. Ed escono, anche se in maniera minore, pure in chi usa strategicamente Facebook per offrire una versione “ideale” (o professionale, più interessante, completamente falsa) di sé.
Se sei mio “amico” sul più popolare dei social network e ci conosciamo solo lì, è estremamente probabile che tu ti sia fatto o fatta di me un’immagine ben più definita di quanto ciò che scrivo qui su Frizzifrizzi abbia potuto offrirti. Mi avrai etichettato. Come io ho etichettato te.

Di tanto in tanto, però, qualcuno dal Condominio-Facebook se ne va: chi perché si sente soffocare a vivere in una macro-società tanto complessa, chi perché non sopporta più i “vicini”, chi per brutte esperienze, chi per il caro vecchio «mi si nota di più se…», chi perché le frequenti magagne degli amministratori l’hanno portato a un punto di saturazione, chi perché ha sentito dire da chi se ne è già uscito che la “vita vera”, là fuori, è tutta un’altra cosa.

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I “fuggiaschi” poi di solito ritornano, complice soprattutto la possibilità di mettere in ibernazione il proprio profilo, scomparendo dalla vista degli altri “condòmini” ma in realtà avendo la possibilità di riaprirlo dopo qualche tempo come nulla fosse e senza perdere nulla. E quando lo fanno, quando riappaiono sui radar e si sentono in dovere di spiegare i motivi della temporanea scomparsa, di solito descrivono quella parentesi come una sorta di shangri-la dove tutto è “più” — le emozioni, i rapporti, la percezione del tempo, il contatto con le cose naturali e artificiali — quasi come se fosse il mondo reale, quello disconnesso, ad essere la versione aumentata dei social network.

In ibernazione, una volta, ci sono entrato pure io. Giusto qualche giorno. Il tempo di rendermi conto di non potermi permettere di non stare su Facebook, col lavoro che faccio.
In quei pochi giorni non ho visto alcuna shangri-la, nessuna terra promessa. Non ho avuto esperienze spirituali né, a dirla tutta, mi sono sentito più felice o più libero. Anche perché se sul social network di Zuckerberg ci vivo e ci lavoro (o, meglio, ci vivo per lavorare e ci lavoro per vivere) non ho alcuna difficoltà a staccare tutto, a non guardare neanche una volta l’amato/odiato schermo del mio smartphone durante una passeggiata, una cena con gli amici (ma a quante brutte cene “troppo social”, purtroppo, ho partecipato!), al parco con mia figlia o la sera mentre me ne sto accoccolato sul divano con la mia compagna.

C’è però chi sostiene il contrario e, come reazione al recente notizia del controverso esperimento sulla manipolazione delle emozioni degli utenti facebook, ha lanciato un’iniziativa chiamata 99 Days of Freedom, 99 giorni di libertà, per testare se davvero una vita al di fuori del Condominio è una vita migliore.

Chi decide di partecipare all’esperimento, lanciato dall’agenzia creativa olandese Just (gente quindi che su Facebook ci vive e lavora ben più di me e te), dovrà segnalare la sua adesione inserendo come immagine profilo il logo del progetto e poi staccarsi dal social network per tre mesi, compilando ogni 33 giorni un questionario.

Nel momento in cui scrivo sono oltre 20.000 i partecipanti. Semplici curiosi, gente che non aspettava altro che un segno per uscirsene a fare due passi fuori dallo schermo? Di sicuro migliaia di più o meno consapevoli testimonial che nei loro 99 giorni di libertà faranno pubblicità all’iniziativa e di conseguenza all’agenzia creativa che l’ha ideata: come tanti uomini-sandwich che se ne stanno sì a riposo, ma senza togliersi di dosso il cartellone col logo.

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