Illustrare gli anni ’40 per il New Yorker: intervista a Simone Massoni

Qualche settimana fa una delle riviste culturali più prestigiose del mondo, il New Yorker, ha pubblicato un corposo volume di quasi 700 pagine dedicato agli anni ’40, l’epoca in cui il magazine è nato, volume che raccoglie articoli ed editoriali di quel periodo, scritti da alcune tra le migliori “penne” del secolo scorso, insieme ai ritratti delle più grandi personalità di quel decennio e contenuti inediti scritti da autori e giornalisti contemporanei.

La vera sorpresa però è che le illustrazioni di un volume americano, destinato a un pubblico americano e incentrato sul decennio in cui gli Stati Uniti si sono trasformati in una vera e propria superpotenza, siano state affidate a un illustratore italiano: Simone Massoni.

Simone vive a Firenze e collabora con case editrici, marchi di moda e tecnologia, network televisivi e riviste come il New York Times, Wired, GQ e ovviamente il New Yorker.
Quando ho scoperto, su Facebook e su Behance, che era lui l’autore di quegli splendidi ritratti capaci di raccontare un’epoca, l’ho subito contattato per farmi raccontare come è arrivato a lavorare per il New Yorker, che tipo di ricerca ha fatto per le tavole del libro e ovviamente come ha iniziato a fare l’illustratore. Lui, disponibilissimo, mi ha anche mandato una serie di schizzi inediti.

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Partiamo dall’inizio. So che è una domanda banale ma come hai iniziato a fare l’illustratore?

Ho cominciato con i libri per bambini, anzi a dire il vero sono andato alla mia prima fiera del libro di Bologna da solo, con un portfolio pieno di mostri e donne nude. Quindi un epic fail clamoroso. È stato così umiliante — ho avuto appena il coraggio di fare una fila in tre giorni, da masochista testardo e convinto — che solo per ripicca ho deciso di tornare l’anno successivo un po’ più preparato sul tema.
Da lì ho cominciato piano piano, dai libri poi sono passato a sperimentare altri linguaggi e automaticamente è cambiato anche il target di riferimento.

Questa non era la prima volta che lavoravi per il New Yorker, giusto?

Ho cominciato l’estate scorsa a lavorare con loro, con una micro-illustrazione per la sezione spettacoli (la meno importante del magazine). Poi un’altra chiamata, un’altra ancora, e via via mi hanno assegnato illustrazioni per sezioni sempre più importanti. Va anche considerato che nonostante la rivista sia un corpo unico ci sono diversi art director che seguono varie parti del magazine ed evidentemente si scambiano informazioni sugli illustratori che utilizzano.

«vabbè, chiaramente il disegno era paraculo e stava piovendo nel momento in cui l'ho fatto e consegnato»
«vabbè, chiaramente il disegno era paraculo e stava piovendo nel momento in cui l’ho fatto e consegnato»

E la prima volta come hai fatto a lavorare con loro? Li hai contattati tu o ti hanno trovato loro?

Per circa un anno ho provato a scrivere a uno degli art director che sapevo lavorare in redazione. Non ricordo bene come o da chi avevo avuto il suo contatto. “Circa un anno” significa che in tutto gli avrò mandato 3 o 4 mail, tutte ovviamente ignorate (i motivi delle mail ignorate li ha spiegati bene Alessandro Gottardo nella Guida intergalattica per giovani illustratori che avete pubblicato tempo fa qui su Frizzifrizzi).
Ad ogni modo a maggio ero a New York e all’ennesima mail ignorata ho deciso di andare dritto al quartier generale Condé Nast in Times Square, dove la security mi ha fatto a malapena presentare prima di invitarmi ad uscire dalla hall. A quel punto ho fatto un piccolo disegno [vedi immagine a sinistra, ndr] con messaggio annesso, l’ho imbustato e l’ho dato ai tipi della loading docks, gli addetti del carico e scarico merci, da consegnare a tale Jordan (Awan). Qualche giorno dopo Jordan mi ha scritto invitandomi a passare dalla redazione per vedere il portfolio.

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Sembra una storia uscita da un film. Quindi poi sei andato e gli hai mostrato il portfolio?

Sì, Jordan è a sua volta un’illustratore — bravissimo tra l’altro, nominato Young Gun dall’Art Directors Club qualche anno fa, quindi considerato tra i più promettenti.
Ha visto il mio portfolio, abbiamo chiacchierato un po’ di illustrazione e mi ha lasciato con un «ti chiamerò», sottointeso «appena avrò qualcosa di adatto a te»…
E infatti quell’estate mi ha poi chiamato per disegnare delle scosciate ballerine di can can.

Credi che l’aver messo nel curriculum quella prima collaborazione col New Yorker ti abbia poi aperto delle porte?

[Ridendo, ndr] Neanche mezza!

Com’è andata con quest’ultima collaborazione? Hanno contattato direttamente te per il libro o hanno sentito anche altri, magari chiedendo qualche bozza?

In questo caso hanno contattato direttamente me, budget e deadline alla mano, per sentire se ero interessato e disponibile e mi hanno chiesto una matita di prova. Non so se avessero deciso per me in ogni caso ma sono sicuro che al momento della proposta ero l’unico a cui l’avessero fatta. Chris Curry, l’art director che mi ha seguito, stava già lavorando con me a un altro pezzo per la rivista e forse ha visto qualcosa nel mio stile che potesse fare al caso suo. Infatti lo stile delle illustrazioni che ho realizzato per il libro sugli anni ’40 è un po’ più “adulto” rispetto a quello che uso di solito per i loro pezzi.

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Che tipo di lavoro hai fatto?

Trattandosi per la maggior parte di ritratti c’era bisogno di trovare una somiglianza che non fosse caricaturale ma neanche troppo realistica. Per me è stata una doppia sfida perché il ritratto di per sé non è esattamente una delle cose che mi riesce meglio. Questo però ha reso il lavoro ancora più stimolante: cercare di uscire dai confini sicuri di quello che so fare meglio per esplorare terreni non dico inesplorati, per me, ma comunque meno battuti. Inoltre mi sono fatto una certa cultura su tutta una serie di eventi legati alla storia americana di quell’epoca che non avrei mai approfondito altrimenti.

Quindi ti sei letto tutti i testi prima di iniziare a disegnare? Oppure ti hanno dato delle parole chiave e dei suggerimenti tavola per tavola?

No, leggere tutti i testi sarebbe stato impossibile. Il libro è una raccolta di articoli usciti nel decennio ’40/50 sulla rivista, più una serie di scritti inediti, alcuni dei quali ancora in fase di chiusura al momento in cui stavo lavorando alle illustrazioni.
Loro avevano un canovaccio basato sui sette temi portanti in cui sarebbe stato suddiviso il libro e alcune idee su cosa andasse raffigurato nelle illustrazioni introduttive: alcune più chiare, altre meno definite.
Io ho dovuto fare ricerca su volti e costumi dell’epoca, ma non solo. I personaggi dovevano essere inquadrati e descritti anche attraverso gli ambienti e le situazioni che avevano vissuto (è il caso di Elizabeth Bishop nella sezione Poetry o di A. J. Liebling nel primo capitolo, The war) o da quelle che erano le loro peculiarità, anche quelle meno conosciute dal grande pubblico (è il caso di Vladimir Nabokov, leggendario scrittore ma anche entomologo).

Raccontami come dallo schizzo sei poi arrivato all’illustrazione definitiva per il capitolo The war.

Andava raffigurato A. J. Liebling, che per intenderci è il Robert Capa della situazione: lui scriveva, Capa fotografava.
Liebling era presente su una delle navi del famoso sbarco in Normandia, una di quelle dirette a Omaha beach, e prese gli appunti per i suoi articoli direttamente sul campo di battaglia.
La sua è una figura storica all’interno del New Yorker, per cui andava inserita. Poi però abbiamo concordato insieme all’art director che farlo vedere di fronte era una forzatura e abbiamo deciso di metterlo di spalle, pur consapevoli di “perdere” il ritratto.

E per The critics?

Lo schizzo piaceva ma poi qualcuno in redazione ha sollevato il problema che il viso del critico di turno fosse troppo “francese” e mi hanno chiesto di cambiarlo per americanizzarlo un po’.

The fiction. Quello è Nabokov, giusto?

Questa è fondamentale. Nabokov è ovviamente un personaggio chiave del 900. La richiesta iniziale è che in qualche modo interagisse con Eustache Tilley, il character storico della rivista.
Il punto chiave era tenere la farfalla visto che Nabokov era un entomologo esperto e Tilley nel primo numero della rivista appunto guardava col monocolo una farfalla.
La soluzione finale, concordata con editor e art director è stata un ibrido. Nabokov che ricorda nella gestualità Eustace e via dicendo.

Quali differenze ci sono secondo te, in base alle esperienze che hai fatto finora, tra l’approccio “americano” e quello “italiano” in questo settore?

Quello italiano, facendo una media — con le dovute eccezioni da entrambe le parti — è più scollacciato rispetto a quello americano. Immagino gli americani organizzati e rispettosi delle tradizioni, come i 13 Assassins di Takashi Miike, e noi italiani come L’armata Brancaleone di Monicelli.

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tutte le immagini ©Simone Massoni

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