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The shirt on your back

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24 aprile del 2013, ore 8:45, le 4:45 in Italia. Un palazzo di otto piani nella periferia di Dhaka, la capitale del Bangladesh, crolla per un cedimento strutturale. Muoiono 1138 persone (millecentotrentotto!). Più di duemila rimangono ferite. Il giorno prima sono state rilevate delle crepe nella struttura e mentre le banche e i negozi presenti nel palazzo l’indomani rimangono chiusi, ai lavoratori — perlopiù donne — dei laboratori tessili che producono per i grandi marchi occidentali viene detto di presentarsi al lavoro. Un lavoro pagato pochi spiccioli, per realizzare capi che poi finiscono nei negozi di tutto il mondo con sopra le etichette di almeno 28 tra i più importanti gruppi del settore tra cui Auchan, Benetton, Bonmarché, Carrefour, C&A Foundation, Camaïeu, El Corte Inglés, Inditex, KiK, Loblaw, Mango, Manifattura Corona, Mascot, Premier Clothing, Primark, The Childrens’ Place, Walmart, Yes Zee.

Inutile dire che visti gli “attori” coinvolti (e relative schiere di avvocati) il risarcimento delle vittime non è una passeggiata. Per questo a gennaio di quest’anno è nato un fondo indipendente, il Rana Plaza Arrangement, per spingere le aziende in qualche modo coinvolte (ma anche quelle che non lo sono) a contribuire. Al 30 aprile del 2014 è stato raccolto appena un terzo dei fondi necessari (circa 40 milioni di dollari) e — incredibilmente — solo metà delle aziende ha aperto le casse (qua la lista dei donatori).

Una tragedia, quella del Rana Plaza, che pur avendo acceso i riflettori sulla vergognosa filiera di sfruttamento con cui vengono prodotti i capi che indossiamo ogni giorno, evidentemente non ha risolto la situazione. A un anno dai millecentotrentotto morti i salari e le condizioni di lavoro, in Bangladesh come altrove, rimangono allucinanti.
Per questo il Guardian ha deciso di realizzare un ottimo documentario interattivo sulla situazione attuale, pieno di storie, immagini, dati e filmati.

Alla fine di The shirt on your back, questo il titolo del mini-sito, si rimane sì piuttosto sconvolti ma mai abbastanza, visti i fatti accaduti, e visto soprattutto il piccolo contatore che ti accompagna lungo tutta la lettura/visione del reportage e che secondo dopo secondo di dice quanto ha guadagnato una delle lavoratrici delle fabbriche tessili del Bangladesh durante la tua permanenza sul sito: in 1h e 14′, il tempo di guardarmi il materiale e scrivere questo pezzo, Mahmuda si è portata a casa £ 1,29. Nello stesso lasso di tempo i negozi inglesi di abbigliamento hanno venduto merce per £ 5500. Tanto basta per fare la proporzione tra il valore di una merce e quello di una vita, in un mondo — non trovo altro modo di definirlo che questo — di merda.

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foto The Guardian

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