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#htcdesignweek: stupore e delirio al fuorisalone con HTC e Collater.al

Quarant’anni fa il grande scrittore e giornalista americano Hunter S. Thompson, padre del cosiddetto gonzo journalism, partì per un viaggio a Las Vegas col suo avvocato a bordo di una Cadillac col baule pieno zeppo di droghe. Lo scopo ufficiale del viaggio era di documentare una fangosa corsa di moto e di dune buggy, quello ufficioso trovare il Sogno Americano in quella che era ed è la città più fasulla d’America, un baraccone costruito dal nulla in mezzo al deserto fatto di casinò, di hotel mega-galattici simili a parchi di divertimento pieni di copie di monumenti famosi, di celebrità al tramonto, di matrimoni lampo e tradimenti, di speranze infrante al tavolo verde.

Quel viaggio Thompson lo ha raccontato in prima persona in un lungo e delirante capolavoro del giornalismo moderno dal titolo Paura e disgusto a Las Vegas, che in seguito è diventato un altrettanto allucinante film (che in Italia ha cambiato il titolo sostituendo il disgusto con il delirio) diretto dall’ex-Monty Phyton Terry Gilliam e interpretato da Johnny Depp nella parte di Thompson e Benicio del Toro in quella dell’avvocato.

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Oggi un reportage del genere non sarebbe più possibile. Il “sogno” (non più e non solo tipicamente americano ma di portata globale) si è frammentato in minuscoli pacchetti di informazioni che viaggiano in rete alla velocità della luce.
Mi sono chiesto, però, se ci fosse qui in Italia un luogo ben definito, nel tempo e nello spazio, dove cercare di afferrare, nel mio piccolo (molto, molto piccolo!), quegli elementi che fanno della nostra società dell’immagine e dell’apparenza, dell’effimero, del flusso continuo di informazioni inutili, quello che è.

La risposta me l’hanno data le centinaia di inviti che fin da inizio marzo hanno iniziato ad affollare la mia casella mail: installazioni, feste esclusive, stand, mostre, anteprime, pop-up shop, comparsate vip, dimostrazioni… Tutto puntava verso una città: Milano; e una manciata di giorni: quella della Design Week. Un tutto e un niente allo stesso tempo, un centro di gravità che non puoi evitare ma da cui vorresti tenerti alla larga, che aspetti con ansia e che non vedi l’ora che finisca; un grande attrattore di ciò che di meglio e di peggio ci sia nel mondo del prodotto (immateriale o materiale che sia) e della comunicazione del medesimo, abbracciando tutti i settori, dal design propriamente detto alla moda, dal cibo al costume, dalla politica (con le passerelle delle autorità, soprattutto in vista dell’Expo 2015) alla speculazione immobiliare.

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L’occasione di raccontare in pillole non di paura e disgusto quanto piuttosto di stupore e delirio me l’hanno data gli amici di Collater.al, con cui mi sono dato appuntamento davanti al Supertudio Più di via Tortona (un sms diceva: ci vediamo davanti al Superstudio. Portiamo un telefono. Fatti trovare con la sim in mano), la via che è a sua volta il centro del centro, là dove il Fuorisalone ha preso vita, spontaneamente, negli anni ’80, e dove il Fuorisalone un giorno probabilmente finirà, per noia e assuefazione—e comunque da tempo le cose più interessanti sono in tutt’altra parte della città.

In dotazione a tutti quanti—ed ecco spiegata la sim in mano—un HTC One M8, nuovissimo gioiello di casa HTC che arriverà in Italia nei prossimi giorni e che abbiamo provato in esclusiva: io per raccontare il mini-tour in forma di foto e tweet, Collater.al per raccontare me che raccontavo e i videomaker di Sette Secondi Circa (che a dispetto del nome sono arrivati addirittura a 41” con sforbiciante, bignamistica e amfetaminica abilità) per raccontare me che raccontavo e Collater.al che raccontava me che raccontavo (sì, poi è esploso il cervello a tutti).

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Il nostro piccolo viaggio si è rivelato effettivamente un’esperienza psichedelica—ma senza bisogno di valigetta drogolina.
Cerchi concentrici mobili che inseguivano i riflessi distorti di chiunque, rispecchiandone paranoie e scintillanze, giochi di luce e metalli cangianti, bolle di blob da altri mondi, pianisti iperconnessi, ultravioletto e invisibilità, milioni di colori, scale RGB, scale CYMK, tavolozze pantone, una babele di codici, decine di dialetti, frammenti di conversazioni multilingua, i muri che parlavano e interagivano col tuo smartphone, la puzza di fritto, la puzza di tonno, creme da barba, 100 gusti di caffè (ma nessuno che sapeva spiegarmi perché la mia moka fa la schiumetta).

E ancora: cavi, fumo, forme semplici e forme complesse, pesci che sembravano sassi, sassi che erano saponette, saponette che sapevano di tè, tè fatti di emozioni impalpabili e illusioni. Parentesi di silenzio, momenti di spiritualità, le suonerie trapana-cervello in mezzo alla folla, tunz tunz vari ed eventuali, le mani dei dj, le scarpe dei dj, milioni di calzini in mostra, il ponte di Porta Genova che prima o poi crollerà, i selfie e i meta-selfie, le smorfie, lo sguardo elettrizzato, lo sguardo abituato, quello da psicofarmaco, quello perplesso.

Le truppe di blogger in tiro, più inviti = più gloria, sono tutti lì vs. siamo tutti qui, gli obiettivi puntati, legioni di pr con le cartelline stampa, i collarini e i pass, le interviste imboscate tra i cespugli, le pause-sigaretta dei tecnici, i gilet multi-tasca, le IT bag, le IT girl, gli IT boy, le ladyboy, i codazzi di giornalisti, i materico, le decontestualizzazioni, gli on demand, i lei non sa chi sono io e quelli che erano lì ma è come se non lo fossero stati e viceversa (il pubblico da casa dia un aiutino via twitter, per favore), le teste ingobbite sugli schermi, i tablet innalzati in aria, tra la folla, per non perdere un singolo istante, mentre altri miliardi di momenti casuali e potenzialmente imperdibili se ne andavano via, risucchiati dalla forza di gravità della fuffa e degli affari, del lavoro duro e dei 15 millesimi di celebrità, sotto una costellazione di progetti, saperi, attitudini, tecniche, automatismi, tecnologie. Per sempre. O almeno fino al prossimo anno.

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