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Maker’s Alphabet

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Maker.
Uno dei termini più usati/abusati degli ultimi anni: c’è chi lo usa come sinonimo tour court di artigiano, chi per evidenziare le differenze tra vecchi e nuovi artigiani (e vecchia e nuova organizzazione, comunicazione, condivisione del sapere del lavoro artigiano), chi per indicare specificamente quelle piccole realtà che operano con le nuove tecnologie.

Mentre la stampa—web o cartacea che sia—tende troppo spesso alla semplificazione non è ancora chiaro se quella dei maker sia una scena, una cultura o una vera e propria categoria che meriterebbe il suo codice Ateco, anche perché (per fortuna!) il dibattito è ancora aperto, di festival e di conferenze sul tema se ne aggiungono sempre di nuovi, persino le istituzioni sono diventate molto sensibili al tema (e di nuovo: per fortuna, visto che quella del nuovo artigianato è una delle poche strade possibili per rilanciare l’economia italiana), escono pubblicazioni (ne consiglio tre: Futuro Artigiano di Stefano Micelli, La società dei makers di David Gauntlett e Design sul filo della tradizione di Federica Vacca).

Le nuove generazioni crescono e sempre più cresceranno in un mondo in cui dal garage di casa propria sarà possibile produrre beni utilizzando contemporaneamente vecchi saperi e nuove tecnologie, raggiungere un mercato globale grazie alla rete, fare comunicazione utilizzando gli strumenti dello storytelling adattati ai canali digitali, sostenersi finanziariamente grazie al finanziamento dal basso e a strumenti come il crowdfunding, semplicemente potenziando—per mezzo dei nuovi strumenti disponibili—l’irrefrenabile tendenza al fare che abbiamo fin da bambini, una tendenza che va coltivata e sviluppata, a casa e a scuola, anche attraverso laboratori di artigianato didattico che mettano il processo davanti al prodotto, l’esplorazione e il pensiero laterale davanti al sentiero già tracciato: in pratica la lezione, sempre attuale, di Bruno Munari.

Per questo sono sempre piuttosto critico quando qualcuno se ne esce fuori con libri per l’infanzia solo in parte diretti ai bambini, in realtà diretti a quell’immagine distorta che spesso gli adulti hanno dei bambini (i classici libri che un genitore compra per sé, mentendo a sé stesso dicendo di comprarlo per il proprio pargolo), quei libri che danno sì informazioni e lo fanno in maniera giocosa ma che non aprono nuove prospettive e non forniscono quel trampolino di lancio verso la libertà creativa come ad esempio riescono a fare proprio i libri per l’infanzia di Munari.

Maker’s Alphabet (qua la pagina Kickstarter dove finanziare il progetto), opera di due giovani maker newyorkesi, sembra appartenere a questo genere di libri. L’alfabeto dei maker, dalla A di Arduino alla Z di (fan)zine, piacerà molto ai grandi, ai maker, agli hipster, a chi fa indossare ai propri bimbi t-shirt con frasi ironiche e intelligenti che però gli stessi bambini che le portano non capiscono.

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