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La prima volta che sono stato pubblicato è stato a 17 anni. Non su una rivista, però, ma su un volantino dell’ASL sui rischi del piercing. Ne avevo uno al sopracciglio che, infettandosi, mi trasformò per qualche giorno in una sorta di freak (o, meglio, più freak di quanto non fossi già) appena uscito malconcio da un incontro di boxe. La cosa pazzesca fu che per non avere il fiato dei miei genitori sul collo, i te l’avevo detto ecc. ecc. feci vita defilata per quasi una settimana, sfruttando un improbabile ciuffo per coprire il tutto e cercando di medicare il bubbone con intrugli fai-da-te per evitare di togliere l’anello da là sopra, ovviamente peggiorando la situazione.

Alla fine un dermatologo rimediò al casino, tolse l’anello e mi punzecchiò di antibiotici, nel frattempo riempiendomi di foto contribuendo ad aumentare, se possibile, quell’atmosfera da circo che avevo portato nel suo studio.
Un anno dopo o giù di lì, di nuovo in ospedale per altri motivi—e quando finisco in ospedale io è sempre e soltanto per ragioni ridicole, malattie desuete o sintomi bizzarri che poi portano a diagnosi oscure e misteriose—iniziai a sfogliare i soliti volantini della sala d’aspetto. Le solite cose: diabete, cancro alla prostata, alzheimer, i pericoli dell’eccessiva esposizione al sole… Ma poi lo vidi. Era lui, il mio sopracciglio. Inconfondibile. Probabilmente solo per me ma comunque inconfondibile.
Da qualche parte dovrei pure averne una copia.

Oggi i medici fanno così. Ti vedono una schifezza addosso, ti chiedono (ma non sempre) il permesso di fotografarla e poi ti ritrovi a tua insaputa sul volantino di una sala d’aspetto o in una pubblicazione medica.
Prima dell’avvento della fotografia però c’erano gli illustratori. Erano loro che—nel caso il medico di turno non fosse pure un abile disegnatore—dovevano aggirarsi tra corpi straziati di bolle, piaghe e deformità per immortalarli ad uso e consumo dei medici (o dei barbieri, quando erano loro a fare le operazioni) e soprattutto dei futuri tali. E quando andava peggio dovevano addirittura starsene a ritrarre cadaveri trafugati da qualche cimitero (senza la passione morbosa per il loro mestiere di tanti coraggiosi trafficanti di corpi la medicina a quest’ora sarebbe molto ma molto indietro rispetto a quanto non sia oggi).

Con un titolo ispirato a una poesia di quel triste visionario di William Blake, The Sick Rose è un volume che raccoglie proprio questo tipo di illustrazioni, realizzate principalmente tra la Rivoluzione Francese e la Prima Guerra Mondiale.

Curato da uno storico della medicina inglese, il dott. Richard Barnett, il libro di sicuro piacerà a tutti gli appassionati di morbosità varie ed eventuali, cultori di wunderkammer, medici in pensione e ovviamente illustratori.
The Sick Rose uscirà a maggio ma nel frattempo è già possibile pre-acquistarlo su Amazon.

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