Superology

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Passano gli anni, cambiano gli interessi, cambiano i lettori (del sito) e le letture (le tue), la musica che ascolti, i piccoli riti quotidiani. Cambiano gli amici, cambiano il bar di fiducia e il sapore del caffè, e dopo il caffè cambia pure il tabacco che fumi. Cambiano le fantasie delle cravatte e quelle dei calzini. Cambia il colore delle camicie e tendono a zero i colpi di ferro da stiro che ha voglia di sudarci sopra. Ti ritrovi a contare i peli e i capelli bianchi, a buttare via le bottigliette di profumo troppo dolce, a investire denaro in coperte, pantofole e cuscini, a riordinare le bollette, a guardare su YouTube com’è che si bucano le piastrelle, col trapano, senza romperle. Ti ritrovi in coda da Leroy Merlin con le mensole sottobraccio, le tende, il lampadario per la camera di tua figlia e ti chiedi come diavolo farai ad attaccarlo al soffitto. Cambia la quantità di bicchierini che il tuo fegato può reggere e le domeniche mattina tante volte vorresti non finissero mai. Cominci a diventare metereopatico, come i vecchi, e a parlar del tempo quando non c’è altro da dire. Inizi col togliere la suoneria del telefono poi elimini pure la vibrazione e alla fine guardi le chiamate perse come fossero vecchie foto e le lasci lì a prender polvere (di pixel). Rispondi sempre meno alle mail, inizi ad aver fastidio di quelli che si lamentano sempre e comunque (di persona, su facebook, su twitter) ma te lo tieni per te altrimenti diventi uno di loro. E ti ritrovi, sempre più spesso, a guardare il cielo senza pensare a niente, ma proprio niente-niente, che è poi il vero lusso.

Da sette anni che sto dietro a questa piccola e mutevole e preziosa cosa che si chiama Frizzifrizzi l’unica certezza rimangono le t-shirt o più che altro quelli che fanno le t-shirt. Te li ritrovi ovunque: alle fiere, alle feste, ai workshop, sui social network e tante volte pure a casa degli amici. E ti chiedono, ti scrivono, a volte ti perseguitano: «mi dici che ne pensi?», «hai ricevuto la mia mail?», «te ne mando una così la provi», «potresti parlarne sul tuo sito?», «hai ricevuto il mio messaggio facebook in cui ti chiedevo se avevi ricevuto la mia mail?», «abbiamo bisogno di supporto», «mi dai una lista di negozi in cui potrei venderle?», «hai visto l’sms in cui accennavo al messaggio facebook dove ti chiedevo se avevi ricevuto la mia mail?». E così via. E quel che vedi perlopiù sono copie o copie delle copie, o idee furbette nate con la sola idea di far soldi subito e chi se ne frega della qualità, della ricerca, della visone… La gran parte di quei marchi, lo sai già, avranno vita più breve di quella di una mosca.
E poi: «che ti costa rispondere, dirmi come la pensi, anche se non ti piacciono?». Nulla, ovviamente. Non costerebbe nulla. Se vivessi in un mondo ideale in cui fossi pagato per passare le giornate a fare quello.

Poi di tanto in tanto arriva l’eccezione. Che ti fa tirare quel sospiro di sollievo, allentare la cintura, scrocchiare le dita e metterti giù sulla tastiera a battere come un forsennato. L’eccezione in questo caso è Superology. E Superology è un nuovo marchio romano fondato da due ragazze, Vanja Borozan e Sara Tutone, che hanno debuttato con una piccola collezione in collaborazione con due artisti: Michele Guidarini e Cristiano Carotti, che hanno interpretato coi loro lavori i due colori-non-colori, il bianco e il nero.

Guidarini “il bianco” lo conoscevo già perché tre anni fa lo intervistai per la nostra rubrica 7am. Carotti “il nero” invece è stata una piacevolissima scoperta.
I due sono solo i primi di una futura serie di collaborazioni che sono poi il vero marchio di fabbrica per un piccolo brand che al suo esordio sceglie comunque di puntare tutto sulla qualità e sul dettaglio: manodopera, lavorazioni e tessuti sono made in Italy, tutti i pezzi sono numerati e le stampe serigrafate sulle magliette, che si possono acquistare direttamente online (pure se hai iniziato a contarti i capelli bianchi).

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photo Barbara Oizmud

co-fondatore e direttore

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