Massimo Rosati: tra dire e design

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Architetto, design manager, giornalista professionista e blogger. Vive a Milano, da oltre venti anni si occupa di design e comunicazione. Dai primi ‘90 cura decorazioni d’interni, i suoi progetti sono stati pubblicati nelle più importanti riviste di settore. Massimo Rosati, è il referente ideale per potersi confrontare e parlare di design nel senso più ampio della parola.

Fondatore del primo Studio di Consulenza in Italia che si occupa di Design Coaching (un rapporto basato “alla pari” dove sinergie tra Aziende e/o privati si coniugano alle esperienze e al sapere fare degli esperti; mentre nel caso del privato lo stesso committente fa da protagonista durante le scelte progettuali, il tutto avviene senza aggravio di tempo), Direttore Responsabile di Design Street (un web magazine dedicato al Design contemporaneo), da sempre offre ad un collettivo di appassionati e studiosi di design molteplici chiavi di lettura grazie alle attività che lo vedono sempre più coinvolto nella vesti di “comunicatore di design”.
Di ritorno dalla Fiera di Stoccolma e ancor prima dell’inizio Salone Internazionale del Mobile, Massimo Rosati, fornisce alcune coordinate per chi fosse interessato a praticare design.

Come vede il design in Italia?
Mi sembra che stiamo vivendo una fase di stallo. Da un lato la crisi porta le aziende a rallentare la corsa, dall’altro le scuole sfornano ogni anno migliaia di designer. Un circolo vizioso che si aggrava sempre più. Io credo che il design debba spostare la sua straordinaria forza innovativa dal mondo dell’arredamento, ormai saturo, a settori industriali diversi, dove c’è ancora molto da esplorare.
Inoltre, bisognerebbe guardare seriamente (e non solo per moda, come si fa spesso) al grande mondo del design sostenibile, quello che porta innovazione vera, che abbatte i costi, elimina gli sprechi, che crea un minor impatto sull’ambiente.

Che cosa consiglierebbe a un neolaureato?
Ho spesso contatti con giovani designers, sia come Art Director sia per Design Street.
Consiglio a tutti di verificare se li spinge una grande motivazione, un forte entusiasmo, la voglia di riuscire. Sono caratteristiche sempre più indispensabili dato che la strada non è facile.
A questo punto si presenta il bivio: autoprodursi o cercare un’azienda alla quale presentare i propri progetti?
La prima strada sta diventando sempre più interessante, anche perché le aziende in questo periodo investono poco sui giovani.

Quali sono i suoi designers preferiti?
Adoro tutto il design degli anni ‘50 e ‘60: i coniugi Eames prima di tutti, ma anche Eero Saarinen, Verner Panton, Poul Henningsen e tutta la scuola scandinava.
Tra gli italiani: Joe Colombo, Albini, Mollino, Castiglioni, Zanuso, Magistretti.
Preferisco non citare i designers di oggi perché nessuno è così grande da reggere il confronto con questi nomi. Oggi, a mio avviso il miglior design proviene dall’Oriente. Giappone, Corea, Taiwan… anche in Cina stanno formando ottimi designers.

A cosa si sta dedicando ora?
Mi muovo su due fronti. Con Design Street cerco e pubblico il miglior design italiano e internazionale. “Pillole quotidiane di design”, le hanno chiamate!
Come designers e Art Director collaboro con diversi clienti. ZAVA prima di tutti, un’azienda d’illuminazione con cui abbiamo fatto un bel progetto per l’ultimo Fuorisalone di Milano. Per loro, tra l’altro, ho disegnato due lampade: Icon X e Lady Cage.
In questo periodo sto lavorando a diversi progetti con realtà imprenditoriali molto differenti. Qualche nome? Ikea, MH Way, Isolplastic, anche col ristorante Villa Campari di Sesto S. Giovanni (MI), il ristorante della storica azienda tutta italiana che ha inventato l’aperitivo.

A proposito, com’è nata l’idea di Design Street?
Sono giornalista professionista da oltre venti anni. Iniziai a lavorare (nelle redazioni) prima come stylist, poi come caporedattore, infine come Direttore Responsabile. Ho diretto varie riviste di arredamento, tra cui lo storico mensile La Mia Casa per quattordici anni.
La comunicazione sta cambiando e le riviste con essa, per questo qualche anni fa ho sentito l’esigenza di spostare la mia attività sulla rete e così è nato Design Street, un po’ magazine  un po’ blog: un format abbastanza diffuso all’estero ma che mancava qui in Italia.

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