Quando qualcuno ha detto che internet è stato inventato per i video dei gattini non aveva tutti i torti. Già nei primissimi anni ’90 le foto dei mici giravano in tutte le salse tra i rumorosi modem degli utenti di Usenet. Me li immagino quei gattofili in attesa che l’immagine si scaricasse — linea dopo linea — su quegli aggeggi a 14k dal trillo robotico, esattamente come tutti noi fortunati adolescenti dell’epoca con un computer e una connessione (a casa mia arrivò nel ’95, insieme al fantascientifico, omonimo Windows e al video degli Weezer coi personaggi di Happy Days — chi c’era sa di cosa parlo) aspettavamo (im)pazienti la seconda metà—che era quella interessante — delle foto porno che giravano sui newsgroup e che qualche vecchiardo digitalmente camuffato da adolescente ti spediva in chat per attaccare bottone.

La svolta per i gatti — ma pure per il porno, i due filoni hanno avuto un’evoluzione parallela, come avanguardie pronte a testare l’arrivo di ogni nuova tecnologia ed innovazione in campo web — è arrivata a metà anni 2000, con i LOL Cats e il celeberrimo I Can Has Cheezburger e più o meno contemporaneamente con YouTube e la conseguente apoteosi di video scemi di padroni scemi orgogliosi di mostrare al mondo i loro gatti (scemi).

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Da lì in poi il delirio (vedo di andarci mooolto piano coi link perché consapevole del rischio dipendenza non vorrei rovinarti la giornata lavorativa già dalle 9,00): gif animate, preferibilmente al limite dell’epilessia; miriadi di compilation video con i “best of”; citazioni delle citazioni delle citazioni, dentro e fuori dal web (dalle t-shirt alle copertine dei dischi — e nemmeno i sacri Joy Division sono al sicuro); il posto d’onore dentro a migliaia di gallerie fotografiche sui siti d’informazione di mezzo mondo; fantastilioni di post su tumblr; addirittura un festival (c’è davvero, ed è a Minneapolis: @catvidfest) sui “cat video”.

Ogni singolo quotidiano o periodico del mondo conosciuto prima o poi ha dedicato un articolo al fenomeno dei gatti sul web e non esiste essere umano connesso alla rete che non ne abbia prima o poi avvistato almeno uno. Ma di riviste gattocentriche, a parte quelle per allevatori, maniaci e collezionisti, non se ne erano ancora viste. Perlomeno non del tipo di Cat People, un nuovissimo magazine che ha debuttato il mese scorso alla fiera del libro di Tokyo e dedicato alla cosa più interessante in assoluto che hanno i gatti: i loro padroni.

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Mentre i giornali autorevoli, sul web, si snaturano e si auto-ridicolizzano coi loro boxini morbosi pieni appunto di immani cavolate intervallate da buffi micetti, cercando nuove fasce di utenti per conquistare click e pagine lette in favore della pubblicità; mentre in tanta editoria indipendente si distorcono i meme-gattocentrici riempiendo le fanzine di innumerevoli, più o meno ironiche variazioni sul tema, cercando invano di distruggere l’estetica “cute” senza però nemmeno scalfirla (il pop non si distrugge col pop e nemmeno con l’underground, che rimane tale solo finché striscia di soppiatto tra le pieghe della cultura evitando l’impari scontro con le forze magnetiche del mega-calderone del “tutto è cultura”); e mentre i critici dei gattini e dei gattari si fregano le mani per il prossimo articolo di fuoco contro le derive della società dell’informazione, quelli di Cat People dimostrano che si può fare un bel prodotto editoriale trovando il proverbiale filo rosso (anzi il gomitolo, visto che siamo in tema) per tirar fuori qualcosa di interessante da quei baffuti e stridenti batuffoletti di pelo: ovvero uno sguardo nelle vite di artisti, scrittori, designer, fotografi che amano i gatti.

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Dopo mesi a portare avanti un coloratissimo e ben curato blog su tumblr, i fondatori di questa nuova rivista bilingue (inglese/giapponese) hanno finalmente deciso di mettere online il primo numero che, tra gli altri, ospita pure due bravissime gattofile italiane: l’illustratrice Olimpia Zagnoli e la fashion designer Vivetta, entrambe vecchie conoscenze da queste parti.

Consiglio per chi deciderà di acquistarne una copia: potenziarne l’effetto con una bella lettura di Burroughs, che col suo Il gatto in noi, scritto nell’86, come al solito ci aveva visto lontano.

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