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#HannspadForFun

Qualche giorno fa una pubblicità, vista su un giornale, mi ha dato da pensare.
Si trattava della pubblicità di un marchio italiano che produce giacche e che per l’ultima campagna non ha usato la celebrità di turno ma come testimonial ha scelto gente “normale”: uomini e donne che hanno la fortuna e il merito di svolgere un lavoro creativo, il classico “lavoro dei sogni”. Un soprano, una designer di gioielli, un’illustratrice, uno chef, un’attrice un artista. Personaggi molto conosciuti da colleghi e addetti ai lavori ma che al grande pubblico possono tranquillamente non dire nulla.
Non sto a soffermarmi sul valore o meno della campagna pubblicitaria perché non è di questo che voglio parlare. Ma una delle testimonial, l’illustratrice, la conosco, e accanto alla sua foto, scattata in quello che immagino sia il suo studio con indosso una delle giacche dell’azienda, ha scritto: «sono fortunata perché il mio lavoro può essere chiuso in una valigia e portato ovunque».

Ecco il punto. Se nel 2013 avere un lavoro è già una fortuna, averlo “portatile” è quanto di meglio si possa chiedere dalla vita. E la portabilità è trasversale: l’illustratrice ha la valigia coi suoi strumenti del mestiere e il suo portfolio, il medico o l’idraulico la loro borsa bella resistente, lo scrittore in teoria viaggia ancora più leggere: un quaderno e una penna. Chi scrive per il web, come me, fino a qualche anno fa aveva bisogno del pc portatile ma ora bastano un tablet e una connessione. E dal treno all’hotel al parco pubblico puoi scrivere mail, postare articoli, interagire sui social network, fare video e scattare foto. La mia valigia non è neppure una valigia. È una tavoletta con una borsa attorno, grande quanto basta per contenere gli altri optional.

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Mi spingo oltre. Non c’è solo il mio lavoro in quella tavoletta, ma tutta una vita, coi suoi vari “cappelli” da mettere e togliere all’occorrenza. E di questo me ne rendo conto soprattutto quando sono in viaggio.
Muovendomi soprattutto in treno, da solo o con famiglia al seguito, nel mio tablet ci sono tutti i libri che sto leggendo, quelli che ho letto ma che penso siano utili da portare con me (maniaco delle citazioni come sono). Ma ci sono pure i libri di mia figlia, quelli illustrati. Un salto dal suo sedile al mio ed eccola in braccio a me a scegliere tra una manciata di pdf da sfogliare, guardare, e tutti i “perché, papà ecc. ecc.” che ogni pagina si porta dietro.

«Papà, basta libri» ed eccola ipnotizzata davanti a qualche gioco. Mettere in ordine i numeri, trovare la lettera mancante, mettere su un acquario imponente grazie ai pesci ricevuti in premio risolvendo quiz d’intelligenza adatti alla sua età.
Poi—hop—giù dalle gambe. Pisolino o un po’ di sana e creativa noia guardando fuori dal finestrino mentre io rimetto su il cappello da Sor Frizzifrizzi e ricomincio a scrivere (che poi sul tablet scrivo almeno il doppio che sullo schermo del computer—devo ancora capire il perché).

Qualche giorno fa mi hanno mandato un nuovo tablet. Si chiama HANNSpad, realizzato dall’azienda taiwanese HANNspree. Funziona con Android ed io, abituato al sistema operativo della concorrenza, era da un po’ che ero curioso di provarlo, anche perché gli Android-entusiasti, attorno a me, si vanno moltiplicando. Prezzi ben più concorrenziali, sistema più aperto e adattabile alle proprie esigenze, molta più scelta in quanto a specifiche.

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L’HANNSpad, in quanto a prezzo, è quasi imbattibile. Ma è una tavoletta-porta-vita né più né meno dei blasonati rivali. Per una settimana ci ho scritto articoli, guardato film, serie-tv e pure la Rai (ché in casa abbiamo proprio tolto il televisore dunque anche quel lato della nostra vita quotidiana—pur se per poco più di un ora al giorno per i TG e l’onnipresente Peppa Pig—è affidato al tablet), letto e risposto alle mail, spiato gli amici su Facebook, scattato foto, girato qualche video, giocato, la sera, stravaccato sul divano, e l’ho pure affidato in tutta tranquillità a mia figlia quando—nelle giornate senza capricci—ha dimostrato di meritarselo.

Non sono una fanatico dei lunghi elenchi di specifiche ma lo schermo panoramico da 10” è perfetto sia per scrivere (tra l’altro dentro ci ho trovato già il pacchetto Office) che per leggere o giocare/guardare filmati (se sei un pazzo puoi vederti sei video contemporaneamente), si accende velocissimevolmente, ha 16 GB di memoria e hai voglia a metterci libri. Le foto vengono niente male e direttamente dall’applicazione si possono fare tante modifiche senza dover scaricare altre app. Si può attaccare al televisore (ma tanto quello non c’è), ha la doppia videocamera così quando mia figlia si guarda i nonni (che ormai per lei sono diventate entità fatte di sole teste che sorridono dall’altra parte dello schermo) può pure portarli in giro per casa e farle vedere le ultime meraviglie architettoniche che ha costruito con i mattoncini.
Ma le caratteristiche per cui lo sceglierei sono soprattutto tre: consuma poca batteria, c’è il comodissimo slot per la schedina Micro SD e poi ovviamente c’è Android, che si porta dietro tutte le App di Google Play.

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Ora, finito il periodo di test, si prospetta dinnanzi a me il grande interrogativo: che faccio? Continuo a usarlo io e pian piano abbandono “la mela”? Oppure lo passo a mia figlia (ovviamente tenendolo io in “custodia” e centellinandone l’uso, sicuramente meritocratico)? La terza opzione è la nonna. I tablet sono i migliori amici dei nonni solo che molti di loro ancora non lo sanno.

Qualche giorno fa in autobus una signora, vedendomi con mia figlia, mi ha attaccato il classico bottone e ha iniziato a parlare dei suoi nipoti. Ne ha due a Pittsburg. Il figlio fa il ricercatore di fisica là. Poi mi ha fatto l’occhiolino e ha detto, con una bella inflessione bolognese: «mo p’rò io ho la tavolètta»

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