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LC23 | Teddy Bear Collection

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Prima surrogato delle coccole materne o paterne per gli infanti, poi regalo “tenero”—acquistato coi soldi della paghetta—alla fidanzatina delle medie, sdoganatore di dolcezza per il maschio alfa un po’ sfigato che ne riempie sedili e cruscotto della sua macchina truccata, nostalgico totem della fanciullezza perduta, infine materiale da condividere in forma di gif animate piene di stelline e colori fluo su epilettici blog su tumblr, l’orsetto accompagna la vita dell’uomo contemporaneo dalla nascita all’inizio (eterna procrastinazione permettendo) dell’età adulta.

Di legno, ceramica, peluche. Gigante, tascabile, tossico e made in Cambogia. Animatronico, parlante, virtuale o stampato. Sul divano, dentro al letto, in tasca o su uno schermo, tutti hanno in casa almeno un orsetto. Il classico Teddy Bear, che prende il nome da un curioso aneddoto che qua di seguito—risparmiandoti un viaggio su Wikipedia—ti riassumo: Teddy Roosevelt era a caccia d’orsi. Teddy Roosevelt non beccava mai un orso. In un giorno di novembre del 1902, sulle rive del Mississippi, gli assistenti del presidente americano riuscirono a catturare un orso bruno, lo legarono a un albero e chiamarono il capo per dargli modo di dargli il colpo di grazia. Roosevelt rifiutò di infierire su un animale indifeso, l’episodio si venne a sapere mezzo stampa grazie a una vignetta e dal quel giorno il disegnatore iniziò a schizzare orsetti. L’anno dopo due furbi commercianti riempirono di pupazzetti d’orso la loro vetrina e scrissero su un cartello: Teddy Bear.

Da allora l’orsetto Teddy è il passaporto per il cuore dell’amato o dell’amata, una bandiera per la “bear culture” gay, un indispensabile calmante naturale per bambini e di conseguenza dispensatore di tranquillità notturna per mamme e papà sparsi in tutto il globo. Ma a partire da quella vetrina piena di orsacchiotti del 1903, è soprattutto un mezzo—usato in maniera più o meno originale—per vendere prodotti, usando la “tenerosità” della versione antropomorfizzata e improbabile dell’ex-re della foresta (prima del leone era l’orso il vero re e c’è pure un bel libro dedicato a questa storia, che viaggia parallelamente con la storia politica e religiosa occidentale: L’orso – Storia di un re decaduto, di Michel Pastoureau, pubblicato da Einaudi).

Tra gli ultimi Teddy Bear in ordine di apparizione ci sono quelli coi quali LC23, one-man-brand dell’ex-ingegnere gestionale pugliese Leo Colacicco, ha riempito la sua ultima, omonima collezione: la Teddy Bear Collection, appunto, fatta di una serie di felpe per lui e per lei realizzate artigianalmente e giocate con ironia su una versione “orsettizzata” dei più o meno ridicoli fashionisti che i blog di street-photography ci hanno abituati (assuefatti?) a vedere. Da indossare, dunque, con duplice sottinteso—a scelta: questa è la mia versione orsetto o al contrario questa è la versione-orsetto di qualche pavone da front row e io la indosso per questo motivo. Ché la malizia, come si sa, è sì soprattutto in chi guarda ma pure in chi mostra, per come lo mostra.

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